martedì 12 marzo 2013

Quando D’Annunzio difendeva il genio Wagner dagli attacchi di Nietzsche


di Annalisa Terranova

Del D’Annunzio poeta è stato scritto molto, e così anche del D’Annunzio soldato, e ancora del D’Annunzio politico, di quello decadente, dell’amatore, dell’esteta. Nella sua vita turbinosa anche la musica aveva uno spazio sovrabbondante. Nello Statuto della libera città di Fiume si legge che “la musica è l’esaltatrice dell’opera di vita”. E invitando Toscanini a Fiume per tenervi un concerto D’Annunzio scrive: “Venga a Fiume d’Italia se può. È qui la più risonante aria del mondo”. 

Tra il luglio e l’agosto del 1893 sul quotidiano romano La TribunaD’Annunzio scrisse tre articoli difendendo Wagner, il “nume di Bayreuth”, dagli attacchi di Nietzsche. Sono scritti – oggi riproposti da Elliot con il titolo Il caso Wagner (pp. 64, €7,50) – dai quali si intuisce il particolare rapporto del poeta con la musica. “Quello del poeta per Wagner – scrive Paola Sorge nell’introduzione – fu vero amore. Esplose a Napoli negli anni Novanta, ebbe il suo culmine durante la composizione del Trionfo della Morte e delle Vergini delle rocce, conobbe il dcelino con Il Fuoco; come tutti i grandi amori, lasciò un’impronta indelebile nello spirito e nella produzione del poeta e portò con sé una lunga scia di aspirazioni e di desideri irrealizzati come quello del Teatro di Albano e della “Rotonda” di Fiume”. 

D’Annunzio riassume per i suoi lettori le accuse che Nietzsche rivolge a Wagner, bollato come artista della decadenza, mentre per l’autore de Il Piacere egli è l’artista completo, che ha saputo esprimere i sogni “che nascono dalla profondità della malinconia moderna, i pensieri indefiniti, i desiderii senza limiti, le ansie senza causa, tutti i turbamenti più oscuri e più angosciosi”. Wagner è l’interprete di un “bisogno metafisico”. Colui che scopre i segreti della vita intima degli uomini. 

 D’Annunzio che pure apprezzava Nietzsche, anche se lo conosceva solo superficialemnte, rimase dolorosamente colpito dalle critiche rivolte a Wagner, che egli considerava un possente genio moderno. Nei suoi articoli dunque prese le distanze da Nietzsche, giudicò “vane” le ragioni della sua ira antiwagneriana. Indicato superficialmente dalla critica come cultore della morale del superuomo, D’Annunzio invece più che essere sedotto Nietzsche seguì in modo appassionato il modello Wagner, e in particolare la sua idea di creare una nuova grande arte in cui tutte le altre venissero fuse. Fu letteralmente folgorato, e non si trattò di una moda passeggera, dalla magnifica ambizione dell’opera totale.

lunedì 11 marzo 2013

Non dobbiamo adeguarci al pensiero unico



Abbiamo intervistato Marco Tarchi, professore ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Firenze ma anche animatore delle riviste Diorama Letterario 
( www.diorama.it) e Trasgressioni. Buona lettura.
Professor Tarchi, Lei sin dalla giovane età si è occupato di politica, prima come militante poi come studioso. Cos'è cambiato nel panorama politico dagli anni settanta ad oggi?
Prima di tutto, è cambiata un’atmosfera. Si è modificato un clima psicologico. Gli anni Settanta sono stati l’epoca delle speranze, delle utopie, delle illusioni. Un tempo in cui alla politica veniva assegnato un ruolo salvifico. Solo negli ambienti più radicali, di diverso segno, si ambiva a fare della militanza uno stile di vita, ma nelle società di molti paesi una qualche aspirazione alla modifica – attraverso la politica – della situazione esistente era ampiamente diffusa. Oggi viviamo l’era della rassegnazione, del pragmatismo spicciolo, del piccolo cabotaggio. Si dà per scontato un po’ ovunque che debba essere l’economia, con i suoi postulati e i corrispondenti imperativi, a guidare le mosse della classe politica. Lo spirito del tempo induce i più a credere che stiamo vivendo nel migliore dei mondi possibili, e che tutto quel che dobbiamo fare è salvaguardarlo. L’obiettivo a cui si guarda è rendere eterno il presente, cercando soltanto di rappezzarne qualche toppa. Nel Sessantotto si esagerava, sognando di mandare la fantasia al potere, ma adesso si esagera in senso inverso, riducendo la politica alla mera amministrazione di risorse materiali più o meno scarse.
Cosa è successo alle ideologie? Che fine hanno fatto le folle che riempivano le strade e si impegnavano per vedere l'affermazione delle idee in cui credevano? 
Quelle folle di giovani, come più d’uno a suo tempo aveva previsto, hanno “messo la testa a posto” in tempo per prendere l’ascensore di una dinamica sociale che, fino a una quindicina di anni fa, ha consentito un ricambio generazionale a somma positiva. È fin troppo scontato fare il censimento delle posizioni di vertice cui sono approdati, in vari settori, tanti animatori della contestazione del ’68 e del ’77. Può darsi che credessero davvero che sarebbero riusciti a scardinare il “sistema” e a costruire quello che i colti definivano “un altro orizzonte di senso”. Resta il fatto che, non appena si sono resi conto che non ce l’avrebbero fatta – o che provarci sul serio fino in fondo era troppo faticoso o rischioso – in quel sistema si sono scavati una comoda nicchia. Certo, ci sono stati anche i combattenti e i perdenti, ma su di loro è calato l’oblio, mentre i capetti più furbi continuano a pontificare, in pieno stile borghese, su temi molto meno “pericolosi” di quelli difesi un tempo. Dalla dittatura del proletariato sono passati ai “diritti dell’uomo”, dal rovesciamento della piramide sociale alla difesa dei matrimoni omosessuali, dal terzomondismo all’elogio dell’american dream. Sanno fiutare il vento e lo alimentano col loro fiato. Ma non tutte le ideologie sono scomparse. Una – il liberalismo – ha sbaragliato il campo, si è fatta paradigma di idee, opinioni e comportamenti e, proiettata e protetta dalla potenza statunitense (che è fatta, come si è intelligentemente notato, del soft power informativo e culturale non meno che dell’hard power delle armi), prospera indisturbata, stigmatizzando e penalizzando ogni punto di vista non “politicamente corretto”.
Deluso dallo scarso spessore dell'uomo? 

Ogni volta che lo ammetto, qualche grillo parlante, in genere un ex “non conformista” avido di visibilità mediatica e incarognito per non essere riuscito ad ottenerla o conservarla, mi assesta una bacchettata, proclamando che la politica è un gioco per duri e chi non vince non può dare la colpa agli altri e recitare la parte dell’incompreso. Ma, ad onta di questa banali osservazioni, che non sono certo state coniate da questi improvvisati maestri del pensiero, ci troviamo di fronte ad un dato ineludibile: la mentalità collettiva alimentata da un certo generico progressismo, frutto del matrimonio di interesse fra il postmarxismo in ritirata dopo la caduta del Muro di Berlino e il materialismo pratico del liberalismo individualista, ha reso impermeabile l’uomo medio ad ogni tentazione di uscire dal sistema oggi vigente.

Nonostante, tutto però continua a condurre la sua battaglia culturale, no? 
Sì, anche se senza illusioni e fra molte delusioni. Lo considero un dovere, perché chi coltiva credenze e le collega a visioni del mondo coerenti, come a me accade, non può paragonare il compito degli “uomini di idee” (la definizione è, fra gli altri, di Norberto Bobbio, e dà un’immagine meno arida e stereotipata degli intellettuali) con quello degli esponenti di un partito. I secondi, da quando è in auge il marketing politico-elettorale, sanno che, per conquistare consensi, devono adattare il proprio prodotto alle aspettative che in quel momento sono diffuse fra i potenziali sostenitori. Se tentano di “convertirli”, di farli ragionare, di stimolarne il senso critico (e quindi, letteralmente, di “mettere in crisi” le loro convinzioni preesistenti), sono condannati all’insuccesso. I consulenti politici professionali lo insegnano, e hanno buone ragioni. Ma chi vuol diffondere idee deve svolgere proprio quella funzione che poco fa ho indicato: non deve adeguarsi a ciò che pensano gli altri, ma convincere loro della bontà di ciò che propone. Poi, certo, c’è il fattore logoramento umano ad entrare in gioco. Passano gli anni, i lustri e i decenni, e a forza di non raggiungere gli obiettivi sperati cresce la tentazione di gettare la spugna. Io la sento da un pezzo. Fin qui sono stati l’autostima, l’orgoglio e il senso del dovere verso ciò che resta dell’ambiente che si è a suo tempo creato attorno al progetto metapolitico che attraverso convegni, conferenze, dibattiti, interviste, libri e riviste (due delle quali, “Diorama” e “Trasgressioni”, tuttora vive) mi sono sforzato, con altri amici, di animare, ad impedirmi di mollare.

Vede spiragli per una nuova era? 
Pochi. Sarà l’età, con il suo pesante carico, sarà il mio carattere troppo incline a lasciare a briglia sciolta gli entusiasmi, ma ho l’impressione che quanti si riconoscono nell’attuale sistema politico e, soprattutto, culturale, alimentandolo e dirigendolo, lo abbiano efficacemente blindato. Alcuni amici continuano a ripetermi che a cambiare le cose sarà l’evoluzione degli scenari internazionali, perché la “grande politica” da sempre da lì trae la propria linfa. Può darsi, ma non mi faccio illusioni. Mi pare che l’unico elemento del panorama che, pur con molti difetti e almeno altrettante ingenuità, non sia del tutto integrabile nello stato di cose esistente sia il tanto vituperato populismo. Ovvero quella mentalità che contrappone le virtù idealizzato del popolo alle élites corrotte e autoreferenziali e fa appello alla rigenerazione di alcuni valori del “buon tempo antico”. In forme diverse, il fenomeno sta facendosi strada, e per ora il cordone sanitario della denigrazione, che gli è stato teso immediatamente attorno, non lo ha domato. Staremo a vedere cosa ne sortirà.
Cosa pensa della frase di Heidegger, "solo un Dio ci può salvare"??
Se non la si assume come mero farmaco autoconsolatorio, è una massima acuta. Che ci lascia una traccia di speranza.

                                                                           A cura di Sergio Terzaghi

sabato 9 marzo 2013

FIRENZE: A CENTINAIA SOTTO LA PIOGGIA PER I MARTIRI DELLE FOIBE




Un fiume composto di tricolori ha colorato le strade della città, nonostante le minacce, la quasi totale assenza delle adesioni istituzionali e il clima di odio montato ad arte da una certa sinistra, la stessa che come sempre ha sfilato con una contromanifestazione di pochi sconfitti dalla storia, condita dai soliti vessilli titini e sovietici, che quest’anno si è anche presa la briga di cacciare a calci alcuni dei partigiani dell’Anpi e buona parte della sinistra “moderata”. Erano scesi in piazza invocando le lotte partigiane e sono finiti col rinnegarne la presenza stessa: il triste epilogo di un antifascismo che non ha più alcun senso di esistere.

Anche quest’anno, nonostante le mille avversità, la Comunità umana e politica della destra fiorentina ha dato una magnifica prova di mobilitazione e capacità organizzativa, chiamando a raccolta centinaia di persone e mostrando una compostezza degna di elogio e una maturità politica che ha saputo anteporre il bene di una battaglia trasversale alle logiche di partito o di movimento, con un risultato finale che non lascia alcun dubbio sulla necessità di fare quadrato attorno a quei punti fermi che per tutti rappresentano un patrimonio condiviso.

La nostra presenza in piazza, era doverosa: lo era per quelle migliaia di italiani massacrati senza colpa alcuna, se non quella di non aver voluto rinnegare il proprio senso di appartenenza. Lo era per le migliaia di esuli, alcuni dei quali ci hanno onorato della loro presenza, che sono stati costretti a fuggire dalle proprie case e che in Italia sono stati feriti una seconda volta dall’odio cieco di chi ha pensato bene di umiliarli e farli sentire degli ospiti indesiderati. Lo era per quel senso di orgoglio e di nobiltà che proviamo ogni volta che mille tricolori si alzano al cielo e ogni volta che il nostro inno nazionale viene cantato all’unisono da migliaia di voci in coro. Lo era per quel pezzo di storia dimenticato e lasciato da parte, per non far torto ad una parte di paese che aveva contribuito ad un eccidio senza senso. Lo era per questa nostra terra, martoriata e umiliata, spesso anche da chi vi è nato, ma non ha saputo coglierne la grandezza a causa di una cecità ideologica priva di slancio. Lo era perché crediamo che la memoria condivisa, quella che ogni popolo degno di questo nome dovrebbe avere, sia un traguardo ancora lontano. Lo era per non lasciare la piazza nelle mani di chi non prova vergogna nell’osannare dei carnefici.

Per questo e per mille altri motivi ci siamo schierati. Perché potranno minacciarci in ogni modo, ma saremo sempre lì, con le nostre bandiere e con i nostri sorrisi, con la nostra identità e con la nostra storia. Ci siamo e ci saremo, oggi come ieri. 







martedì 5 marzo 2013

Il genio di Hergé e le avventure di Tintin, eroe del fumetto ispirato a Degrelle...

di Giorgio Ballario (Barbadillo)

Trent’anni fa, il 3 marzo del 1983, se ne andava un personaggio della cultura popolare del Novecento (può sembrare una definizione esagerata, ma non è così), che ancor oggi, in Belgio, è considerato una specie di padre della patria. E questo malgrado negli ultimi anni si siano moltiplicati gli anatemi contro Hergé, il disegnatore che nel 1929 creò la figura di Tintin, uno degli eroi a fumetti più famosi di tutti i tempi. Accusato in vita di esser stato fascista, reazionario, antisemita e collaborazionista (e finito anche in carcere, sia pure per poco, alla fine della II guerra mondiale); a molti anni dalla sua morte ha dovuto incassare pure l’accusa postuma di razzismo, con tanto di richiesta di sequestro di uno dei suoi albi, “Tintin in Congo”.

Una denuncia presentata al Tribunale penale di Bruxelles tre anni fa da un cittadino congolese che vive da anni in Belgio, secondo il quale l’episodio della serie a fumetti, uscito in bianco e nero a puntate tra il giugno 1930 e il giugno 1931, sarebbe razzista e offenderebbe apertamente i cittadini dell’ex colonia belga. «L’aiutante di colore di Tintin è presentato come una persona stupida e senza alcuna qualità – ha scritto nell’esposto – E ciò induce i lettori a pensare che i neri siano persone poco evolute». Un altro passo incriminato è quello in cui si vede una donna di colore genuflettersi davanti al giovane reporter belga, protagonista del fumetto, e poi esclamare: «L’uomo bianco è davvero grande. Il padrone bianco è una persona con poteri superiori».

Uno dei tanti frutti avvelenati della “correttezza politica”, si dirà. Della follia di chi pretende di intervenire in modo censorio persino sulla cultura del passato, così come chi vuole riscrivere le fiabe dei fratelli Grimm o l’opera di Dante, che nella Divina Commedia colloca Maometto all’inferno. Anche se, conoscendo l’efferatezza di un regime coloniale fra i più crudeli, spietati e predoni d’ogni epoca (altro che “Faccetta nera”…), c’è da pensare che il Congo belga narrato da Hergé non fosse proprio un esempio di fratellanza fra i popoli. Ma non è questo il punto.

Il creatore di quello che avrebbe dovuto essere soltanto uno strumento di divertimento per i ragazzini belgi, sia pure influenzato dallo “spirito dei tempi”, ha sempre avuto una vita difficile. E non solo per i suoi problemi personali, ad esempio la depressione che l’ha accompagnato per tutta l’esistenza, costringendolo spesso a lunghi periodi di inattività.

Nato nel 1907, Georges Prosper Remi (lo pseudonimo Hergé deriva dalle sue iniziali rovesciate: R. G.) entra giovanissimo nel giornalismo e collabora con il quotidiano Le Vingtième Siècle, un foglio cattolico, nazionalista e anticomunista. Il direttore lo incarica di ideare un inserto per fanciulli, Le Petit Vingtième. Ed è sulle pagine di questo supplemento che, il 10 gennaio del 1929, compare per la prima volta la figura di Tintin, giovanissimo reporter che viaggia per il mondo in compagnia del suo cagnolino Milou.

L’avventura di debutto è, non casualmente, ambientata in Unione Sovietica, il “regno di Satana” per la vulgata dell’epoca: una parodia non troppo innocua, ma al tempo stesso piuttosto realistica, del comunismo, con beceri funzionari-poliziotti, masse asservite, scene di soprusi e miseria. Tintin è quindi di destra, anzi, visto il periodo, fascista e nazista? Non proprio, anche se in un altro episodio – L’Etoile mystérieuse – gli amici di Tintin provengono tutti dai paesi dell’Asse e i nemici sono smaccatamente americani. In realtà la maggior parte delle sceneggiature di Hergé non sono dissimili da molte altre dell’epoca, in cui c’è un eroe positivo che affronta una movimentata avventura contro i cattivi.

Di certo è che la biografia di Hergé parla chiaro. E il disegnatore belga non solo era un cattolico, nazionalista e anticomunista, ma aveva una spiccata simpatia per le varie forme di fascismo che negli anni Venti e Trenta si andavano affermando un po’ in tutta Europa. C’è poi un particolare ormai accertato: al quotidiano Le Vingtième Sièclecollaborava anche Léon Degrelle, ex scout, che sarà poi fondatore del partito fascista belga, amico personale di Hitler e combattente sul fronte orientale a capo delle SS Wallonie, una divisione formata da volontari belgi. Secondo alcune testimonianze, fra cui un libro scritto all’inizio degli Anni Novanta dallo stesso Degrelle, per creare la figura di Tintin Georges Remi si sarebbe ispirato proprio al suo amico e coetaneo Léon, all’epoca reporter d’assalto.

Hergé, a dire il vero, non ha mai ammesso l’identificazione tra Tintin e Degrelle: anzi, sosteneva di aver ideato il suo personaggio semplicemente perché lavorava in un giornale e nel disegnarlo aveva seguito le indicazioni del suo capo, l’abate Norbert Wallez, che gli aveva chiesto un giovane eroe «dans l’esprit catholique», con un piccolo cane come compagno di avventure. Ma nel volume autobiografico “Tintin, mon copain!”, uscito nel 1992 in Spagna (dove era riparato alla fine della guerra), Degrelle non solo conferma di aver ispirato il personaggio di Hergé, ma per provarlo pubblica lettere private, foto e persino bozzetti di disegni – mai usciti -in cui Tintin indossa l’uniforme delle SS Wallonie. Il suo vecchio amico Georges, però, è già morto da nove anni e non può smentire né confermare.

La nomea di fumettista fascista, tuttavia, l’ha sempre accompagnato; anche perché nel periodo dell’invasione tedesca Hergé lavora attivamente per Le Soir, quotidiano collaborazionista schierato con gli occupanti. Pur essendosi limitato a disegnare fumetti, dopo la guerra viene arrestato per alcuni giorni, incluso nelle liste dei collaborazionisti, quasi mandato a processo ed epurato per lungo tempo. Fino alla riabilitazione completa da parte di Raymond Leblanc, eroe della resistenza belga, che diventa suo editore, affidandogli la direzione del settimanale intitolato appunto “Tintin”.

Superata la fase oscura del secondo Dopoguerra, per il “papà” di Tintin gli anni Cinquanta e Sessanta sono quelli del successo internazionale. Il piccolo reporter con i pantaloni alla zuava conquista innanzi tutto il pubblico francese e poi deborda in tutt’Europa, tanto da indurre il presidente De Gaulle ad affermare scherzosamente: «Tintin è il mio unico rivale internazionale». Le accuse di fascismo e collaborazionismo sono ormai lontane, Hergé mette in piedi una vera squadra di disegnatori (gli Studios Hergé) per realizzare la rivista e in breve il suo personaggio diventa pure un eroe dei cartoni animati.

Quando Georges Remi si spegne nel 1983, la sua ormai cinquantaquattrenne creatura non gli sopravvive, a conferma di ciò che il disegnatore belga andava sostenendo da tempo: «Tintin sono io». Infine è recente la versione per il grande schermo: Steven Spielberg e Peter Jackson, regista de “Il Signore degli anelli”, hanno realizzato un film d’animazione sul piccolo reporter belga e il suo cagnolino Milou, “Le avventure di Tintin e il segreto dell’Unicorno” (2011).

lunedì 4 marzo 2013

Filippo Tommaso Marinetti, l’esteta armato di… parole


Filippo Tommaso Marinetti, che nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1876, puo’ essere considerato a tutti gli effetti il primo “intellettuale dissidente”, ovvero intellettuale non conformista per il quale la politica è passione, la militanza arte, e l’arte azione.  Cerco’ in tutti i modi di produrre un cambiamento della società, anche radicale, creando una nuova sintesi tra estetica e politica. Fu da sempre esteta armato di parole, quasi sempre antiborghesi e antiliberali, capace di intuire quella che era la vera forza delle passioni che colpivano le masse, senza pero’ tuttavia essere in grado di guidarle. E’ nel manifesto dei futuristi del 1909 che si puo’ intravedere quello che era diventato il vero sogno di Marinetti, ovvero la creazione dell’uomo nuovo futurista, capace di opporsi al “borghese passatista”. Lo strumento essenziale per raggiungere questo fine viene individuato nella lotta, giacchè per Marinetti un’esistenza pacifica non significava altro che un’esistenza incapace di procedere verso il progresso e il futuro.
“La pace non puo’ essere l’ideale assoluto di un’anima virile, come il sonno non puo’ essere l’ideale assoluto di un corpo sano”.
Da qui si sviluppa poi la concezione della guerra come pienezza di vita, capace di  sfornare quello che l’autore chiama “uomo nuovo”. Uomo nuovo che deve essere realizzato come detto, oltre che attraverso la guerra, attraverso la lotta e il dinamismo.
“Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno.[…]Non  vi è piu’ bellezza, se non nella lotta.[…]Noi vogliamo glorificare la guerra, unica igiene del mondo.[…]Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica.”
Da quanto sopra riportato possiamo capire come il Futurismo pensato da Marinetti sia stato soprattutto un modo radicale di intendere l’esistenza, quasi pari ad una religione, che era convinta della necessità di un rinnovamento immediato e positivo dell’arte e della società, pronta a scendere in piazza a contestare tutti gli uomini e le istituzioni che erano espressione del passato. Gli uomini del passato diventano cosi’ dei veri e propri nemici che i futuristi sanno e sognano di combattere e battere per poter realizzare una nuova mentalità, procreatrice di uomini nuovi in grado di vivere, difendere e far avanzare velocemente il futuro, fino a scagliare la propria sfida alle stelle.

di Francesco Chiarizia

Mantakas, quel greco “fascista” che venne a morire a via Ottaviano

di Antonio Pannullo (da "Il Secolo d'Italia):


Se fosse vissuto, oggi Mikis Mantakas sarebbe un signore alla soglia dei sessant’anni, forse in procinto di andare in pensione dopo una vita passata in qualche ospedale greco, o italiano, giacché era iscritto a medicina. Era nato ad Atene nel 1952. Ma le cose andarono in maniera molto diversa, e quel 28 febbraio del 1975 fu l’ultimo giorno della sua vita. E gli ultimi istanti della sua esistenza li trascorse sdraiato in un box privato, un garage, vegliato da Stefano Sabatini, un giovanissimo attivista della sezione Prati, che dopo che lo aveva visto cadere colpito da un proiettile, lo aveva trascinato al riparo per sottrarlo alla furia omicida che stava imperversando di fuori. E non sembri un’esagerazione, c’era davvero l’inferno in piazza Risorgimento quel giorno. Quella settimana si stavano tenendo al vicino tribunale di piazzale Clodio le udienze del processo Primavalle, quello in cui si giudicavano gli assassini dei fratelli Mattei, Stefano e Virgilio, bruciati vivi nella notte nella loro casa dagli attivisti di Potere Operaio Lollo, Clavo e Grillo (e forse altri). Gli estremisti di sinistra avevano deciso che i fascisti non avrebbero neanche potuto assistere al processo, e si mobilitarono in maniera massiccia, militare, per dar vita a scontri. Scontri che iniziarono il 24 febbraio mattina e andarono avanti sino a quel 28, quando missini e gruppettari si videro davanti al tribunale alle sei del mattino. La notte prima un commando di Lotta Continua aveva assaltato la “palestra” di Angelino Rossi a volto coperto e con bombe incendiarie: ma ci fu un’altra vittima in quei giorni, un commissario di polizia che fu stroncato da un infarto mentre era lì in servizio, e che nessuno ricorda mai, Pietro Scrifana. Gli estremisti di sinistra erano pesantemente armati: pistole e bombe molotov a decine. E le usarono. Un dirigente del Fronte della Gioventù fu bersagliato da colpi di pistola, ma ebbe fortuna. Dopo alcune scaramucce dentro e fuori il tribunale, nel corso delle quali fu anche identificato Alvaro Lojacono (per uno scontro con un attivista missino del Prenestino), che successivamente sparò davanti la sezione di via Ottaviano 9. Secondo un disegno che a posteriori appare chiaro, alcune centinaia di comunisti ingaggiarono violenti scontri con la polizia, per permettere a un centinaio di loro, armati, di dirigersi verso la sede del Msi di via Ottaviano, presidiata da una trentina di attivisti, quasi tutti molto giovani. A quanto ricordano i testimoni, quelli di Potere Operaio spararono molti colpi di pistola contro il gruppo dei missini, i quali entrarono e uscirono un paio di volte dal portone, e fu nella seconda occasione che Mantakas fu colpito alle testa. Un altro ragazzo, Fabio Rolli, fu ferito a un polmone, ma lì per lì nessuno si accorse di nulla. Ci fu poi il lancio di molotov e l’assalto vero e proprio, sempre pistole in pugno. A quel punto alcuni riuscirono a rifugiarsi dentro la sede, altri rimasero fuori. Per giunta, in quei momenti mancò (o fu staccata) la luce cosicché la porta elettrica della sezione non si poteva più aprire. Un ragazzo che era lì dentro ricorda che al buio si sentivano grida, odore di benzina, terrore di finire come i Mattei, tentativi di armarsi con gambe di sedie e effettuare una sortita. Frattanto il dramma si era compiuto. I gruppettari avevano attaccato il portone dello stabile per entrarvi, così l’esanime Mantakas, nel frattempo colpito anche da una molotov il cui fuoco fu spento con le mani dai presenti, fu trascinato nel box da Stefano e da altri ragazzi, che poi chiuse la serranda. A un certo punto gli estremisti irruppero nel cortile e spararono diversi colpi di pistola contro il box attiguo, che era quello più vicino all’entrata. A quel punto il fumo, il rumore, gli spari avevano attirato l’attenzione delle forze dell’ordine, che peraltro non avevano neanche ritenuto di presidiare la sezione del Msi che era un obiettivo tutto sommato da considerare. Arrivò la polizia, con gran stridore di gomme, ma era troppo tardi: un’ambulanza dei vigili del fuoco portò Mantakas all’ospedale ma poche ore dopo, durante o subito dopo l’operazione alla testa, Mikis morì. Frequentava il Fuan di via Siena da qualche mese. Aveva conosciuto i ragazzi della destra universitaria al bar Penny, lì davanti, tra cui Umberto Croppi, col quale era andato quella fatidica mattina a piazzale Clodio e col quale era amico. Poco dopo fu arrestato Fabrizio Panzieri di Potop, mentre usciva con aria indifferente da un portone poco distante. Testimonianze di giovani missini poi individuarono in Lojacono quello che aveva sparato. Mantakas si era trasferito a Roma perché all’università di Bologna era stato aggredito dagli estremisti di sinistra davanti a biologia, che lo mandarono all’ospedale per quaranta giorni. Ai funerali nella chiesa di Santa Chiara, in piazza della Minerva a Roma, c’erano migliaia di persone, e quasi tutte giovani. Persino in quell’occasione gli estremisti, usciti dalla sede del Pdup, tirarono una bomba molotov contro l’automobile guidata dall’allora segretario provinciale del FdG Buontempo, che riuscì a fuggire. Nel marzo del 1977 ci fu la condanna a nove anni e sei mesi di reclusione per concorso morale in omicidio per Panzieri. Assoluzione, invece, per insufficienza di prove, per Lojacono. Il processo di secondo grado, nel 1980, si concluse con la condanna a sedici anni di reclusione per entrambi. Ma un ricorso in Cassazione bloccò l’esecutività della sentenza per Lojacono che rimase in libertà per poi fuggire in Algeria, e poi in Svizzera assumendo il cognome della madre. Lojacono nel 1978 era nel commando delle Brigate Rosse che rapì Aldo Moro e uccise la sua scorta. Nel 1983, fu condannato all’ergastolo per l’omicidio del giudice Tartaglione. La Svizzera non concesse mai l’estradizione e nel 1999 divenne un uomo libero. Fabrizio Panzieri, approfittando di una scarcerazione, si dette alla latitanza. Nel 1982 fu condannato a ventuno anni di reclusione. Ancora oggi risulta latitante. Forse è in Nicaragua, dove c’è anche Grillo, quello del rogo di Primavalle.