lunedì 15 aprile 2013

25 APRILE: CASAGGì AL SACRARIO DELLA RSI...

Come ogni anno il 25 aprile saremo al sacrario della Rsi di Trespiano per portare un fiore sulla tomba di quei ragazzi che hanno sacrificato la vita per difendere la dignità e l'onore d'Italia. Il ritrovo è alle ore 10.30 davanti al cimitero: seguirà una commemorazione con le testimonianze di chi c'era e di chi, negli anni, ha sentito il bisogno di mantenere vivo il ricordo di questa pagina di storia.

sabato 13 aprile 2013

Wounded Knee rischia di andare all’asta. L’ultimo oltraggio agli indiani d’America

“Non sapevo in quel momento che era la fine di tante cose. Quando guardavo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo le donne e i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone a zig-zag. Chiaramente come li vidi coi miei occhi da giovane. E posso vedere che con loro morì un’altra cosa, lassù, sulla neve insanguinata, e rimase sepolta sotto la tormenta. Lassù morì il sogno di un popolo. Era un bel sogno… il cerchio della nazione è rotto e i suoi frammenti sono sparsi. Il cerchio non ha più centro, e l’albero sacro è morto”. Le amare parole di Alce Nero chiudono forse il più bel romanzo scritto da Dee Brown sulla storia dei pellerossa, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee.  

Parole che segnano la fine della epopea del West. Con i suoi miti, i racconti, le avventure, il commercio di pellicce, i cercatori di pepite d’oro, le Giacche Blu, gli avventurieri, la costruzione delle ferroivie e delle città di legno, i saloon e le tende avvolgenti delle immese praterie solcate da mandrie di bufali. E’ il volto del Nuovo Mondo che si affaccia all’orizzonte. Il rumore dello sviluppo che romba come un tuono all’orizzonte. Con le sue trasformazioni immense e caotiche. Con la sua rivoluzione industriale che scompagina il vecchio equilibrio ecologico. E’ il nuovo volto dell’America. Dell’Uomo bianco che vive la sua libertà togliendola ad altri. E gli “altri” sono gli indiani. Una presenza, la loro, antistorica, di ostacolo al progredire incessante della “civiltà”.  Almeno così è stata  per tanto tempo rappresentata dai vincitori, come sempre accade quando c’è da scrivere pezzi di storia controversa, segnati da sangue, violenza, rapacità.

Eppure, quella flebile voce dei “vinti” , dei Sioux, dei Navaho, dei Cherokee, degli Apache, non è andata dispersa del tutto. La loro parola ha fatto breccia nel silenzio soffocante calato su quel brutale etnocidio. La narrazione dello sterminio dei pellerossa si è fatto arte nella cinematografia ed icona di un popolo che seppe avere memorabili capi che, nella loro struggente semplicità e mirabile saggezza, seppero prevedere quel che sarebbe accaduto. Vittime e testimoni, al tempo stesso, del prepotente irrompere della scienza e  della tecnica nei processi di civilizzazione dell’umanità.
Ora, a più di un secolo da quegli eventi che cambiarono il Mondo, Wounded Knee, il luogo dell’ultimo massacro, torna a far parlare di sé. Per una complessa storia di successioni quel fazzoletto di terra, dichiarata dal governo americano National Historic Landmark , rischia di andare all’asta. Gli attuali proprietari se ne vogliono disfare. E questa misera storia fa il paio con l’altrettanta irraguardosa vicenda che vede, in questi giorni, messi all’incanto in un asta record a Parigi i cimeli dei nativi americani, gli spiriti sacri degli antenati Hopi. Né le proteste di Robert Redford né la mobilitazione ufficiale dei Dipartimenti americani di Stato sono riusciti a bloccare la “più grande vendita di arte sacra Hopi della storia”. Sicchè, a suon di centinaia di migliaia di dollari, maschere multicolori di epoca antica, decine di copricapo ornati con piume e decorati con pigmenti naturali a richiamare la divinità degli antenati, secondo le credenze degli Hopi, sgominati nel Diciassettesimo secolo dai conquistatores spagnoli, sono finiti in mani  di ricchi collezionisti. Con nessun rispetto per il valore “sacro” di quegli oggetti.

Ed è su questo che varrebbe la pena riflettere. Edonismo, egoismo, spirito speculativo, sono talmente entrati nelle corde dell’umanità da far perdere di vista il significato profondo del “sacro”. Un monumeto, un oggetto che racchiude in sé ricordi, storie, sofferenze, testimonianze, porzioni di vita vissuta, narrazioni di comunità spazzate via dalle guerre degli nuomini, preserva un carattere sacro che lo dovrebbe rendere indisponibile, affidato alla memoria. Sempre che al “sacro” si riesca ancora dare senso e significato. Quale espressione intimamente profonda di quel bisogno dell’essere di credere in qualcosa che superi  la dimensione materialistica della vita. Il Sacro nel suo portato divino. Nella sua “religiosità”. Chiediamoci: c’è spazio ancora, ai nostri giorni, per l’Homo religiosus

venerdì 12 aprile 2013

‘Gli occhi della guerra’ di Almerigo Grilz (oggi avrebbe compiuto 60 anni)...

di Giorgio Ballario (Barbadillo.it)

Se non avesse incontrato una maledetta pallottola vagante laggiù, in Mozambico, oggi avrebbe compiuto sessant’anni. E probabilmente sarebbe stato in giro per il mondo con un taccuino, una videocamera e una macchina fotografica. Difficile immaginare Almerigo Grilz dietro una scrivania… Il reportage di guerra era diventato il suo lavoro, ma rimaneva soprattutto una grande passione.

Nato a Trieste l’11 aprile del 1953, militante e dirigente del locale Fronte della Gioventù e dell’Msi, nonché consigliere comunale triestino e vicesegretario del FdG nazionale, Almerigo muove i suoi primi passi da giornalista sul quindicinale Dissenso, organo del Fronte della Gioventù. Quella che inizialmente era nata come una naturale conseguenze della sua passione politica, pian piano si trasforma in una professione. Una professione, anche in questo caso, fuori dal coro. Perché sui giornali “normali” non c’è posto per un reporter free-lance fascista, anche se bravo e coraggioso.

Grilz infatti ama documentare le guerre dimenticate, quelle trascurate dai giornali e dalle televisioni italiane, in Paesi lontani dove gli inviati a cinque stelle non mettono neanche piede. Con due amici-camerati della sezione triestina del FdG, Fausto Biloslavo e Gian Micalessin, fonda nel 1983 la Albatross Press Agency, un’agenzia di stampa specializzata in reportage giornalistici scritti, fotografati e filmati dai fronti caldi di mezzo mondo: Libano, Afghanistan, Iran, Iraq, Cambogia, Etiopia, Filippine, Angola. «Per raccogliere il primo gruzzolo e partire per l’Afghanistan, invaso dai sovietici - racconta Biloslavo – Almerigo vendeva libri di Ciarrapico, Gian trasportava carta igienica ed io alzavo la sbarra d’ingresso in un campeggio a Grado. Il nostro inno divenne ben presto “Vita spericolata” di Vasco Rossi».

Almerigo Grilz è sempre in prima linea. Con macchina fotografica e videocamera documenta l’orrore delle guerre civili, le crudeltà delle battaglie che nessuno vede, il pugno di ferro dell’imperialismo sovietico. Ma anche singoli atti di eroismo, la speranza di chi non si arrende, la solidarietà. In Italia è semi sconosciuto, così come la sua agenzia giornalistica, ma all’estero Grilz comincia a farsi un nome. Acquistano i suoi reportage le reti americaneCbs e Nbc, la televisione statale tedesca, il Sunday Times, l’Express. Da noi l’Albatross fa fatica a ottenere contratti: il marchio di fascista pesa ancora troppo. Solo il Tg1, Panoramae soprattutto il settimanale ciellino Il Sabato rompono in fronte “antifascista”.

Nella tarda primavera del 1987 parte per il suo ultimo reportage. Il 19 maggio un proiettile vagante lo colpisce in Mozambico, mentre sta filmando uno scontro a fuoco fra i ribelli della Renamo e le forze governative. E’ il primo giornalista italiano caduto su un campo di battaglia dalla fine della Seconda guerra mondiale, ma sui giornali la notizia viene data in scarni trafiletti. C’è persino chi aggiunge infamia all’indifferenza: «Ucciso un mercenario» titola un quotidiano di sinistra, mentre altri insinuano che si tratti di una spia o di un mercante d’armi. Aveva 34 anni e secondo le sue volontà viene sepolto in Mozambico. Quindici anni più tardi l’amico Micalessin realizzerà un documentario filmato sui luoghi della sua morte, montando, insieme alle sue, proprio le immagini girate da Almerigo fino all’istante stesso della morte.

Il suo nome è inciso sul monumento che Reporters sans frontières ha voluto dedicare a tutti i giornalisti caduti sul campo sulle spiagge della Normandia, dove il mitico fotografo Robert Capa sbarcò nel 1944 con la prima ondata di truppe alleate. E la sua Trieste gli ha dedicato una via sul lungomare cittadino. Ma non c’è posto per il nome di Grilz sulla facciata del palazzo che ospita la sede dell’Ordine dei giornalisti e dell’Associazione della stampa di Trieste, dove sono collocate le lapidi che ricordano i giornalisti giuliani caduti nell’esercizio della loro professione: Marco Luchetta, Sasha Ota e Dario D’Angelo, della Rai, morti a Mostar durante la guerra civile nell’ex Jugoslavia; e Miran Hrovatin, ammazzato a Mogadiscio assieme a Ilaria Alpi.

Lo denunciava, in un lungo articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano del 19 maggio 2007, proprio Fausto Biloslavo, che di Grilz fu amico, collega e “camerata”. «Nonostante le ripetute richieste, dei suoi amici e colleghi, l’ultima in occasione del ventennale (della morte, ndr) – scrive Biloslavo – non c’è verso di aggiungere una targa per Almerigo, il giornalista dimenticato. Nel 2002 il Comune di Trieste, conquistato dal centrodestra, gli dedicò una via sollevando la levata di scudi del quotidiano locale e di tanti benpensanti. A vent’anni dalla sua morte, solo l’Ordine dei giornalisti sembra aver iniziato a passare il guado, con un timido patrocinio delle iniziative che ricordano Grilz, come “Gli occhi della guerra”. La targa, però, è un tabù difeso a spada tratta dal sindacato unico dei giornalisti, che in passato riuscì a giustificare il suo niet sostenendo che una nuova lapide renderebbe la facciata dello stabile una sorta di orto lapidario».

Insomma, sulla facciata della sede dei giornalisti triestini non c’è posto per Almerigo Grilz. Neanche da morto. Fuori dal coro anche in memoriam, verrebbe da dire. Forse non gli sarebbe spiaciuto poi tanto, visto che “Ruga” – come lo chiamavano gli amici – ha sempre amato remare controcorrente.


Vecchi cari compagni che tristezza i vostri nipoti...


di Mario M. Merlino (da ereticamente.net)

Da militanti anni ‘60 del MSI (la mia permanenza ebbe breve durata, meno di tre anni) e delle organizzazioni giovanili dentro e fuori del partito avevamo una sorta d’invidia, che si trasfigurava in alcuni in vero e proprio mito, per la formazione dei quadri del PCI. Un’aurea di leggenda, un po’ tenebrosa (il che eccita le anime assetate d’avventura e lettrici di Emilio Salgari), circondava la scuola delle Frattocchie, alle porte di Roma.
Parto subito con un ricordo personale ( ‘E vai!’, si dirà qualche lettore ormai assuefatto a simili esternazioni, mentre io ho il sospetto che questi miei interventi su Ereticamente si stanno trasformando nel lettino dello psicanalista…Il negriero trasformato in Herr Doktor Freud!). Andiamo ad attaccare manifesti, ragazzini ed incoscienti, spingendoci fino in via delle Botteghe Oscure (quale nome appropriato per la sede nazionale del PCI!) e dintorni. Qualcuno ci vede e avverte il servizio d’ordine che staziona in vigile e permanente all’erta. Ne arrivano quattro o cinque, fisico armadio a doppia anta, mani come palanche, naso da mastino napoletano. Gli altri buttano secchio e pennello e scappano. Io no. Non per coraggio o amore della sfida, credo, solo che le gambe non mi reggono… Ho in mano il manico della scopa con cui si arrotolano i manifesti. Ridicolo. Mi si para davanti uno di questi orchi, appena uscito dalla fiaba di Pollicino. In un attimo di autocoscienza mi dico: ‘Ciao, Mario, anzi addio!’. ‘Non voglio menarti.’ – mi soffia sul viso, respiro di sollievo (il mio) – ‘Parliamo. Perché io, che sono proletario, sono comunista e tu, borghese, sei fascista’. Tenta di convincermi, io lo ascolto docile e annuisco con la testa. Non mi ha convinto, ma – lo confesso – sul momento ho pensato che era poco ‘educato’ dissentire…
Morale della storia: quelli erano i compagni, forse ‘trinariciuti’ come li definiva il buon Guareschi, che guardavano all’Unione Sovietica, madre di tutte le rivoluzioni, e che, segretamente dopo il XX Congresso, avevano nel cuore ‘a da veni’ Baffone!’. Quelli che non avevano alcun dubbio, esitazione di sorta, tentennamento. Il sol dell’avvenire era prossimo, stava scritto non nelle stelle ma nei testi di Marx, e sulla terra si sarebbe steso un candido velo per rasserenare l’umanità intera donando ogni bene e sanando ogni bisogno (nel frattempo bisognava accettare i cimiteri sparsi in tante parti del mondo con le loro fosse comuni di milioni di dissenzienti, di nemici del popolo, di traditori al servizio del capitale, di piccoli e grandi borghesi malati di egoismo, di piccoli e grandi proprietari terrieri attaccati alle zolle e al recinto con il bestiame). Erano, diciamolo pure, di una estetica tragica e affascinante; nomadi di un sogno grandioso e brutale; ubriachi ad abbracciare un lampione e confonderlo con la luna. Quelli, sì, con cui misurare le nostre forze i nostri ideali il nostro sogno… non quelli che, oggi, fanno la fila davanti ai gazebo o si sparano canne, emanando sudore e stracci quali bandiere nei centri sociali.
Ultima immagine. Sono in aereo per Cagliari. All’università si tiene un convegno sul ’68. Sono tra i relatori. Accanto a me siede il giornalista ed amico Sandro Provvisionato. Fine anni ’90, mi sembra di ricordare. Mi dice, riferendosi proprio alle Frattocchie, del suo fallimento se, dopo i D’Alema, vi sono dirigenti come i Folena i Fassino… Nostalgia di quella classe politica che era stata capace di sopravvivere nella Mosca di Stalin e ai ricorrenti processi e purghe (si legga, ad esempio, Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler); che s’era costruita titoli di merito con il colpo alla nuca e la tortura nella Spagna della guerra civile (si legga, ad esempio, Omaggio alla Catalogna di George Orwell); che nella ‘nostra’ guerra civile era stata la più agguerrita e brutale fino allo scannamento e allo scempio di piazzale Loreto (ai miei alunni Armando Cossutta disse esplicitamente, riferendosi alle carrette cariche di fascisti assassinati a Sesto San Giovanni, nell’aprile del ’45, che costoro ‘non erano neppure uomini’).
Anche questo va rimproverato al nostro tempo: averci tolto il nemico da guardare negli occhi o, come diceva Nietzsche, ‘voi dovete essere soltanto nemici cui si convenga l’odio, non il disprezzo’. Oggi sappiamo, certo, chi sono i nostri nemici, ma non li vediamo. I consigli d’amministrazione, i detentori delle grandi banche, l’usura elevata a norma, i finanziatori delle testate giornalistiche. E, in televisione, ci appaiono compresi nella serietà del ridicolo le loro maschere… E quel comunismo, di cui rifuggimmo in modo subitaneo e definitivo le lusinghe, dov’è andato ad infrangersi? Non tra le macerie di Berlino difesa da un pugno di volontari europei e da quei ragazzini con il panzerfaust, no, per qualche lattina di coca-cola per un concerto di musica rock all’Est e, da noi, la cravatta intonata ai calzini la pelliccia e i salotti bene di Roma dal ventre caldo e le cosce accoglienti…


mercoledì 10 aprile 2013

Hack, Camilleri e Lizzani elogiano il Fascismo, ‘Bombacci’ intempestivi con poco coraggio






In senectute veritas. Margherita Hack, nome forte del pantheon laico-progressista, stupisce tutti e si lascia andare a parole sorprendenti su fascismo e comunismo. «Il marxismo – ha detto la scienziata in una recente intervista – voleva inquadrare tutti, a me non va bene. Il sovietismo è stato una dittatura vergognosa. Il mio socialismo persegue la giustizia sociale. Le conquiste sociali fatte sotto il fascismo oggi ce le sogniamo, il che è tutto dire. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo. Le dirò, in un certo senso il fascismo modernizzò il paese. Nei confronti del nazismo fu dittatura all’acqua di rose: se Mussolini non avesse firmato le infamanti leggi razziali, sarebbe morto di morte naturale come Franco. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo».
L’outing della Hack non è del resto isolato. Tempo fa, per esempio, Andrea Camilleri – altra personalità portata a spasso dalla sinistra come fosse la Madonna pellegrina – sorprese la platea di giovani con cui stava dialogando con affermazioni di questo tenore: «All’epoca ero molto più libero di voi oggi. L’unica cosa che posso dirvi è di farvi condizionare il meno possibile da una società che finge di darti un massimo di libertà e che in realtà ti sottopone a un massimo di condizionamenti. Potrà sembrare un paradosso ma ai miei tempi, sotto il fascismo, si era molto più liberi di oggi».
Prima ancora era stato l’antifascistissimo Carlo Lizzani, autore di alcune delle più triviali pellicole politiche degli anni ’70, a confessare che «nel fascismo la cultura non subiva tagli, anzi era valorizzata al massimo dal regime anche con risultati a volte davvero straordinari. Basti pensare alla Mostra del Cinema di Venezia e anche all’attuale Centro Sperimentale di Cinematografia. L’equazione fascismo uguale reazione è sbagliata perché fa pensare a un’impossibilità di recupero e invece i processi messi in moto dal fascismo erano anche di modernizzazione. Per noi ragazzi si aprirono le porte di pubblicazioni come Primato, con Bottai e altri gerarchi che offrivano la possibilità ai giovani di scrivere per le principali riviste. Il Centro sperimentale di cinematografia, un’invenzione fascista, proiettava i film sovietici. Ci sentivamo promossi come nessun’altra generazione prima di noi. Le parole d’ordine erano “largo ai giovani” e “la borghesia la seppelliremo”, mentre i nostri padri venivano da società gerontocratiche, bloccate. I Littoriali erano grandi gare giovanili che davano ai diciottenni l’opportunità di viaggiare, uscire di casa, sentirsi autonomi rispetto alla famiglia e ai canoni borghesi».
Hack (classe 1922), Camilleri (1925), Lizzani (1922): tutti diventati “camerati”? Non scherziamo. Non si tratta di arruolamenti ideologici, che del resto non sembrano essere voluti né da una parte né dall’altra. Queste confessioni tardive, semmai, sono utili perché disvelano l’antifascismo per quello che esso realmente è: un pensiero religioso tenuto insieme da conformismo e ricatto. Quando il condizionamento non può più aver presa, il castello ideologico cade. Parliamo di antifascismo, beninteso: non della semplice opinione negativa sul fascismo. Le opinioni si confrontano e si scontrano, fa parte del gioco. Quello a cui ci riferiamo è invece il dogma politico che ruota attorno al concetto di “male assoluto” e che pone paletti invalicabili al confronto, alla libertà di espressione e di pensiero. Salvo, ovviamente, che tu non sia un novantenne di fama internazionale e dal chiaro pedigree di sinistra. Allora puoi permetterti di riconoscere l’ovvio a dispetto delle scomuniche.
Ovviamente c’è anche il rovescio della medaglia, nel senso che i liberi pensieri hanno più valore se vengono espressi quando si rischia qualcosa nel farlo. I nonnetti illustri che all’improvviso si ricordano di non aver vissuto la loro adolescenza in Salò o le 120 giornate di Sodoma fanno simpatia, ma in fondo sono solo dei Bombacci intempestivi. E se lo scarto temporale passa per piazzale Loreto, la tempestività è tutto.
A cura di Adriano Scianca

lunedì 8 aprile 2013

GOOD BYE!


                          


La libera Irlanda in lotta saluta la signora Thatcher, ricordando le centinaia di persone ingiustamente rinchiuse e torturate nelle carceri inglesi, in barba ai diritti umani e alle convenzioni internazionali. Di lei ha da sempre parlato bene certa destra, attenta alle sue svolte liberiste e alle sue riforme economiche: ed è proverbiale, in tal senso, l'abisso culturale ed antropologico che ci divide da un certo conservatorismo liberista, capace di esultare per la distruzione dello stato sociale compiuta per mezzo di privatizzazioni, estromissioni del sindacato e flessibilità fuori controllo. Siamo fieramente di un'altra pasta, noi.

sabato 6 aprile 2013

Cartoon. Quando la sinistra criticava Goldrake per “il culto della delega al combattente”




Trentacinque anni fa iniziava in Italia la fortunata «invasione» delle TV (e dei gusti giovanili) da parte dei cartoni animati giapponesi. Nel gennaio 1979 sociologi, psicologi e moralisti si stracciarono le vesti contro Goldrake&C. al punto che un deputato – il demoproletario Silverio Corvisieri – giunse a investire giornali e Parlamento della questione… Il pubblico decretò però il successo dei cartoni made in Japan. Che continua ancora oggi, facendo apparire ancora più lontana e «storica» quell’ondata di psicosi collettive che rivelava un lato del nostro Paese (e non solo…) fatto di strani pregiudizi
Ci può essere un piccolo Savonarola nelle persone più insospettabili. Un demonietto che spinge a giudicare chi si diverte e a cercare se non sia possibile trovare un antidoto allo spasso altrui. Ce lo ricorda uno spettacolo teatrale messo in scena in occasione del trentennale della prima messa in onda di «Goldrake» sulla TV italiana: un balzo indietro che Daniele Timpano, autore ed attore del monologo «Ecce Robot – Cronaca di un’invasione», fa compiere alla platea riportandola a quel 4 aprile 1978 e all’infinita scia di polemiche che ne seguirono. Tutto è dunque iniziato alle 18.45 di quel martedì sull’allora Rete 2, quando per la prima volta compare su un teleschermo italiano una serie robotica giapponese a cartoni animati (anime, nella lingua del Sol Levante): si tratta di «Atlas Ufo Robot», italianizzazione del serial di Go Nagai (al secolo Kiyoshi Nagai, nato nel 1945 a Wajima) «Grendizer», poi più noto da noialtri come «Goldrake». Fu un successo senza precedenti. Non era il primo anime giapponese a raggiungere l’Italia: nel maggio 1976, il Primo Canale aveva già trasmesso la coproduzione austro-tedesco-nipponica «Vicky il Vichingo». Dopo una pausa di due anni, due mesi prima di «Atlas-Ufo Robot» era stato trasmesso sempre sul secondo canale, «Heidi» («Alps no Shojo Haidi», ovvero «Heidi, la ragazza delle Alpi»), una delicata storia tratta dal romanzo omonimo di Johanna Spyri, e realizzato da Isao Takahata con la collaborazione di Hayao Miyazaki (coppia che poi darà vita al celeberrimo Studio Ghibli). Ma «Vicky» ed «Heidi» – dal soggetto, ambientazioni e temi molto europei – non ebbero il risalto mediatico che invece ottenne il più esplosivo «Grendizer». Innovativo ed entusiasmante, «Goldrake» fu una vera e propria macchina per fare audience, tanto in Italia, quanto in Francia, dove venne trasmesso qualche mese più tardi e dopo non poche perplessità. I giovani furono calamitati da questa novità e in brevissimo tempo esplose una vera e propria Goldrake-mania: una impressionante produzione di merchandising (per lo più taroccato), le sigle del programma divennero hit e perfino i giochi dei bambini (allora ancora si giocava per strada e nei parchi) ne furono modificati. In Francia Antenne 2 raggiunse il fantascientifico share del 100% grazie a «Goldorak» (nome francese della serie, da cui «Goldrake» in italiano) e per il Natale del ’78 i genitori furono costretti addirittura a ricorrere al mercato nero per assicurare ai figli giocattoli legati al robottone giapponese, poiché la domanda superò ogni aspettativa vuotando i magazzini. I ragazzi si immedesimavano nel protagonista Duke Fleed (in italiano e francese Actarus) e le ragazzine se ne innamoravano. C’era qualcosa di male in tutto questo? Con tutta probabilità no, però qualcuno cercò di trovarcelo a tutti i costi. Tanto da noi quanto dai nostri cugini d’oltralpe la paura del nuovo galvanizzò opinionisti e sociologi, pedagoghi e giornalisti, facendo in breve fioccare una pletora di articoli e studi «scientifici» che immancabilmente finivano per collegare la trasmissione di questo programma per ragazzi a tutte le nefandezze del mondo d’allora, dalla droga alle Brigate Rosse. Se la Francia si distinse per la produzione di saggi accademici (di quelli che fanno benedire i tagli alla ricerca scientifica), fu in Italia che si toccò il fondo e nel giro di pochi mesi, fu nientemeno che un parlamentare indipendente di sinistra – Silverio Corvisieri – a dar fuoco alle polveri dalle pagine de «La Repubblica».
Corvisieri – classe 1938 – era allora militante dell’estrema sinistra. Comunista di Democrazia Proletaria, ex Avanguardia Operaia, redattore de «L’Unità», deputato e membro della Commissione di Vigilanza RAI. In anni più vicini a noi si sarebbe poi convertito alla storiografia pubblicando volumi sulle vicende meno note della Resistenza romana, in particolare a quella formazione – Bandiera Rossa – che finì pressoché sterminata alle Ardeatine dopo essere stata sgominata (dietro misteriosa delazione) dalle polizie fasciste e tedesche. Ma prima di darsi alla storiografia, Corvisieri aveva pensato bene di cimentarsi con la sociologia e la pedagogia, e – interpretando in maniera abbastanza savonaroliana il suo ruolo nella Commissione – si era scagliato con un articolo dai toni apocalittici contro la «degenerazione» della TV italiana, di cui Goldrake era il prototipo. L’articolo, infatti, si intitolava «Un ministero per Goldrake», e apparve su «La Repubblica» il 7 gennaio 1979. Corvisieri aveva sfogato così la sua frustrazione per essere rimasto inascoltato in Commissione e alla Camera dai suoi colleghi, forse troppo occupati da altre questioni all’ordine del giorno in quell’inverno 1978-‘79: le Brigate Rosse che ammazzavano a destra e manca, la crisi del petrolio. Il vulnus denunciato da Corvisieri era nel generico disimpegno qualunquista della nostra televisione di Stato, ma che con un cartone come «Goldrake» aveva passato il segno. Infatti «Goldrake» aveva la pretesa di voler trattare aspetti come la difesa della pace, la lotta fra bene e male e l’eroismo guerriero con toni che a Corvisieri proprio non andavano giù: «Goldrake deve sempre affrontare qualche nemico spaziale estremamente malvagio […] Si celebra dai teleschermi, con molta efficacia spettacolare, l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso” […]. In quale modo un genitore può fronteggiare con i poveri mezzi delle sue parole la furia di Goldrake?».
Poco tempo dopo fu l’ex compagna di Palmiro Togliatti e futura Presidente della Camera, la deputata comunista Nilde Iotti (che già negli anni Cinquanta aveva visto il Male Assoluto nei fumetti) ad etichettare come «fascisti» i cartoni giapponesi, chiudendo il cerchio e suggellando quello che Corvisieri aveva fatto solo intravedere fra le righe. Goldrake era «antidemocratico e violentissimo», come Corvisieri avrebbe pervicacemente confermato in un’intervista a «Kappa Magazine» vent’anni dopo.
Un’esagerazione? Senz’altro. Ma questa esagerazione all’epoca smosse tutta l’armata dei mai domi Savonarola italiani, che nel breve volgere di un anno riuscirono a sollevare un polverone. Terminata il 6 gennaio 1980 la trasmissione di Goldrake già il 21 dello stesso mese è addirittura l’ammiraglia Rai Uno a trasmettere un nuovo cartone robotico: si tratta di «Mazinga Z». «Mazinga Z» era il prototipo e capostipite di tutte le serie robotiche ed uno degli anime più amati in Giappone, ma da noi giunse dopo i suoi più perfezionati successori ed epigoni, e non ottenne un gran successo. Ma la proiezione sul Primo Canale gli diede abbastanza visibilità da scatenare le ire di un gruppo di genitori di Imola che, nell’aprile 1980, lanciò una vera e propria crociata. Si raccolsero seicento e rotte firme e si fece un esposto agli allora ministri delle Poste e Telecomunicazioni e della Pubblica Istruzione, alla RAI e all’ANSA, chiedendo l’interruzione delle trasmissioni dei cartoni animati giapponesi in televisione. Il problema era non solo pedagogico, ma – ovviamente – politico (anche se questo punto era l’in cauda venenum dell’esposto): i cartoni giapponesi erano «guerrafondai», lanciavano un messaggio «diseducativo» nel quale la scienza era al «servizio della distruzione». «Davanti a certi programmi per l’infanzia colpisce un uso della scienza e della tecnica, della stessa fantascienza legata alla guerra; strumenti sempre più moderni al servizio di una società dominata da lotte feudali e nelle mani di un uomo che regredisce dominato da bassi istinti di avidità e di dominio». Naturalmente, che il messaggio fondamentale delle serie robotiche dell’epoca fosse esattamente l’opposto, poco importava.
E c’era chi ai benpensanti teneva bordone sulla stampa nazionale, principalmente (ma non solo) di sinistra (con la parziale e lodevole eccezione di «Lotta Continua» che invece titolò «Bambini tenete duro che arriva Goldrake contro i genitori babbalei»): «Il Resto del Carlino» titolava «Topolino è una lettura sana ma Goldrake è il Diavolo»; scandalizzata «L’Unità» del 13 aprile si domandava «Goldrake contro i bambini?», ed «Oggi» soffiava sul fuoco con «Questo Mazinga robotizza i nostri ragazzi». Enzo Tortora invitava i Savonarola imolesi alla trasmissione televisiva «L’altra campana» del 18 aprile 1980, dove – senza contraddittorio e con la claque – i genitori-crociati non ebbero difficoltà a far passare il loro messaggio. Anche lo scrittore Alberto Bevilacqua ne fece una questione politica: i cartoni giapponesi erano diseducativi perché davano allo spettatore «la giustificazione che soltanto i suoi divi siano in grado di liberare i grandi dal terrore di rapine e di BR», continuando poi con la «disumanizzazione» di Mazinga per finire al fatto che, per colpa dei robottoni giapponesi, i figli degli italiani si sarebbero inevitabilmente drogati… Nascevano allora tutti gli stereotipi, alimentati dal pregiudizio razzista contro il Giappone: un mondo disumano e meccanizzato, dove perfino i cartoni non sono disegnati a mano ma col computer (un falso), un mondo dove si celebrano sogni superomistici, violenti, oppure dove sono «tutti orfanelli» e «piangono sempre» e i sentimenti venivano «portati all’eccesso». La ciliegina sulla torta arrivava quando si tirava fuori l’immancabile «e sono stati traumatizzati da Hiroshima».
E forse sullo sfondo c’era anche qualche reminiscenza del Maccartismo: negli anni della Guerra Fredda i film di fantascienza americani dietro gli UFO simboleggiavano la paura dell’invasione comunista. Di conseguenza se Goldrake combatteva gli UFO, di sicuro non era un «compagno»… La psicosi fu tale che cartoni apertamente pacifisti (la serie dei «robottoni» di Go Nagai, che comprende oltre a Goldrake, Mazinga Z, il Grande Mazinga, e i due Jetter Robot, si conclude con queste macchine da guerra, vittoriose sugli invasori spaziali e infernali, che vengono rinchiuse nel Museo della Pace) furono tacciate di essere guerrafondaie e fascistoidi. L’apparente suddivisione elementare fra buoni e cattivi fu equivocata per «paura del diverso» e «razzismo», ignorando totalmente che in Goldrake c’era una visione adulta, complessa, tormentata e quasi «revisionista» dei vilains. Paradossalmente, proprio in quei mesi faceva la sua (breve) comparsa in RAI la serie «Capitan Harlok» («Uchuu kaizoku Kyaputen Harroku», Capitan Harlock, pirata dello Spazio) nella quale le scene più politicamente esplicite vennero censurate per l’edizione italiana. Insomma, se da un lato ci si lamentava di un presunto disimpegno, dall’altro si tagliava a man bassa per la paura di far parlare di politica i ragazzi. Ma il peggio («il peggio del peggio del peggio del peggio del peggio…» come dice icasticamente Timpano) doveva ancora venire…
E venne: il 13 agosto del 1980, quando su «Oggi» un editoriale di Nantas Salvalaggio – classe 1928, cofondatore di «Panorama» – titolava a tutta pagina: «Goldrake ammazza dal video, nessuno si prova a fermarlo». Si trattava di una forzatura basata su un vero fatto di cronaca. Salvalaggio raccontò di un bambino di dodici anni impiccatosi con una corda nel goffo tentativo di imitare i voli di Goldrake. Il fanciullo «ipnotizzato dal satanasso giapponese» non aveva saputo distinguere fra realtà e fantasia, e si era ucciso. Il pezzo terminava con un immaginario colloquio con un parlamentare democristiano, dipinto come un distratto mammone, incapace di prendere la giusta decisione di censurare quegli orrori giapponesi. La leggenda del bambino morto per imitare i cartoni animati in realtà si basava sulla reale tragedia di un ragazzino davvero deceduto per gioco. Ma la meccanica era stata diversa: la piccola vittima era rimasta soffocata da una maschera di stoffa e fil di ferro che si era fabbricata da solo. Troppo poco per impressionare il pubblico,
Caso strano, nel 1980 fu proprio un intellettuale di sinistra – Gianni Rodari – che dalle pagine di «Rinascita» difese a spada tratta «Goldrake»: «Bisognerebbe vedere oggettivamente, liberandoci dai nostri pregiudizi personali, che cos’è per un bambino l’esperienza di Goldrake […] Bisognerebbe chiedersi il perché del loro successo, studiare un sistema di domande da rivolgere ai bambini per sapere le loro opinioni vere, non per suggerire loro delle opinioni, dato che noi spesso facciamo delle inchieste per suggerire ai bambini le nostre risposte […] Invece di polemizzare con Goldrake, cerchiamo di far parlare i bambini di Goldrake, questa specie di Ercole moderno». Lo scrittore aveva colto nel segno. Con Rodari si schierarono Oreste del Buono, Nicoletta Artom e pochi altri. Intanto, in quei mesi, i giornali lanciarono una specie di sondaggio fra Mazinga e Pinocchio, dove il burattino perse con 35 mila preferenze contro 40 mila. Si moltiplicavano nel frattempo le lettere dei ragazzi, addirittura di intere classi, ai giornali: «ve la prendete coi robot, ma poi lasciate in giro i giornaletti porno» si lamentavano i bambini d’allora con gli adulti. Tuttavia, la maturità dei ragazzi degli anni Ottanta non riuscì ad impedire che due mannaie diverse colpissero i loro eroi dopo un decennio d’oro: la prima fu la censura imposta dalle associazioni genitori a RAI e Fininvest. Nella TV di Stato i cartoni giapponesi scomparvero pressoché del tutto, mentre nelle reti berlusconiane finirono letteralmente trifolati per cancellare ogni pruderia. Poi, nel 1990, arrivò come una bomba la legge Mammì, che vietava la pubblicità nei cartoni animati e faceva chiudere le TV locali. Le serie giapponesi divennero economicamente non convenienti e furono sostituite dai telefilm adolescenziali made in USA, che forgiarono una nuova generazione di figli della TV. Il vento cambiò solo a metà anni Novanta, quando i bambini del 1978, cresciuti e con qualche soldo in tasca, riuscirono lentamente ad imporre al mercato di nuovo i propri gusti. Quello che non ebbero da piccoli come cittadini, lo ottennero da grandi come consumatori.
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A cura di Emanuele Mastrangelo