mercoledì 8 maggio 2013

L’Università di Lecce e Carmelo Bene? Accademici dimenticate il Maestro…


di Felice Lecciso (barbadillo.it)

Vogliono fortissimamente intitolare l’ Università di Lecce a Giuseppe Codacci Pisanelli? Ebbene lo facciano! Una pura e perfetta scelta glocal in un mondo pseudo global. Una scelta legittima e non ne parliamo più. Superato questo scoglio merita tuttavia puntualizzare alcune cose. La mia frequentazione decennale con Maria Luisa Bene, come avvocato e come amico, mi ha consentito di apprendere molto sul Maestro e tra le cose che ho appreso vi è che Egli rifiutò la cittadinanza onoraria di Otranto solo poiché propostagli non all’unanimità. Figuriamoci se oggi il Maestro accetterebbe una intitolazione frutto di un eventuale “ripensamento”.

Ve lo immaginate? “Scusi tanto ci eravamo dimenticati di Lei …”. Carmelo Bene è un genio riconosciuto dalla Russia all’Australia, ha una dimensione ed una fama internazionale del tutto ignota ai suoi conterranei , non merita quindi di essere “ridotto” a “concorrere” , tra polemiche a tratti triviali, per una targa . Su quella targa, su quella carta intestata, tanto nome non ci sta, è troppo grande. E si badi bene, io non recrimino anzi lo comprendo: Carmelo Bene non si attaglia alle esigenze locali. Carmelo Bene, rispetto alla nostra realtà (invero miserella sul piano culturale) è un elemento “osceno” nel senso letterale del termine greco antico, che come Egli stesso amava spiegare, significa “fuori dalla scena” (intesa come scena teatrale). Non è popolare perché non è volgare e non è volgare perché non è popolare. Insomma non passa in TV e richiede l’uso del cervello. Intitolare l’Università del Salento a Carmelo Bene non si può dovendo prevalere quelle rispettabilissime motivazioni che con il suo consueto affilatissimo rasoio verbale il mio stimatissimo amico Prof. Francesco Paolo Raimondi definisce “assai più riduttive e di carattere localistico e provincialistico”. Del resto, Caro Raimondi, se il “suo” Vanini è certamente mortificato dalla indegna dedica di una via secondaria in Lecce , si immagini il “mio” Carmelo Bene se vedesse che hanno ben pensato di intitolare a suo nome l’ex “foro boario”, vulgo campo vaccino, ovvero l’ex mercato delle vacche ed odierno parcheggio delle corriere.

Non possono intitolare a Carmelo Bene l’Università, non dopo che un luogo dell’anima e della cultura, un pezzo di carne viva del Maestro, la Casa di Santa Cesarea Terme, è stata svenduta all’asta dal Tribunale, nel silenzio e nell’ignavia di chi poteva e doveva intervenire, per diventare un anonimo luogo di anonime vacanze al mare. Non dopo che con il triplo dei soldi occorrenti per salvare quella casa, nel decennale della morte, sono stati organizzati e finanziati ludi verbali e forse cartacei, sotto forma di evanescenti fiere della vanità, che hanno lasciato un segno indelebile quanto il rilascio di un gabbiano contro le onde del mare. Ce ne siamo fatti una ragione.

Questa Università intitolatela a chi volete: Codacci Pisanelli? Va benissimo! Però una preghiera a mani giunte: astenetevi dal prendere ulteriori iniziative sul Maestro. Sento parlare di intitolare a Carmelo Bene qualche vecchio cinema dismesso. Che orrore! Di questo passo non mi stupirei di venire a sapere di imminenti inaugurazioni in pompa magna di statue equestri del Maestro nel parcheggio di qualche centro commerciale tra palloncini ed offerte promozionali. Lasciate stare! Dimenticatelo! (absit iniuria verbis credo Vi riesca senza sforzo).

martedì 7 maggio 2013

Veto sulle armi chimiche se non sono americane


di Massimo Fini

L' 'intelligence' americana ha affermato di aver trovato nella zona di Aleppo tracce dell'uso di armi chimiche (Sarin), attribuendolo all'esercito di Assad. Un mese fa Obama aveva dichiarato che se Assad avesse superato la 'linea rossa', se cioè avesse fatto uso di armi chimiche, «gli Stati Uniti, consultati gli alleati, sarebbero intervenuti militarmente». Di recente Obama si è fatto più prudente («il quadro è ancora incompleto»), forse memore della figuraccia rimediata dagli Stati Uniti quando nel 2003 invasero l'Iraq sostenendo che Saddam Hussein deteneva 'armi di distruzione di massa'. Poi, rastrellato da cima a fondo il Paese furono costretti ad ammettere che di queste armi non c'era traccia. 'Figuraccia' che è costata agli iracheni dai 650 ai 750 mila morti, secondo un calcolo molto semplice fatto da una rivista inglese di medicina confrontando l'andamento dei decessi durante gli anni di Saddam con quello degli anni dell'occupazione. E ancora ne gliene costa perchè, abbattuto 'l'uomo forte', si è scatenata una guerra civile fra sciiti e sunniti con decine di morti quasi ogni giorno di cui la stampa occidentale non dà più nemmeno notizia.
Ma ciò che vorrei sapere è da dove deriva l'autorità morale degli Stati Uniti per tracciare 'linee rosse' sull'uso delle armi chimiche. Furono loro, nel 1985, a fornirle a Saddam in funzione antiraniana e, in prospettiva, anticurda. Facenda a cui il rais si adopero' diligentemente, finita la guerra, sui curdi (5000 persone 'gasate' in un sol giorno nel villaggio di Halabya) e, in modo più prudente, sui soldati iraniani cui peraltro Khomeini aveva proibito l'uso di queste armi perchè 'contrario alla morale del Corano', cosi' come, e per lo stesso motivo, il Mullah Omar, nel 1998 aveva proibito le mine anti-uomo. Nella guerra contro la Serbia gli Usa utilizzarono bombe all'uranio impoverito. Più di 50 militari italiani ne sono rimasti contaminati, ammalandosi di leucemia. Eppure avevano preso le loro precauzioni. Si può immaginare l'effetto di questo 'uranio impoverito' sugli ignari civili serbi e soprattutto sui bambini che viaggiano a un metro da terra e sono abituati a toccar tutto (ma il calcolo, prudentemente, non è stato divulgato). Nel 2001 gli americani per prendere Bin Laden hanno spianato le montagne dell'Afghanistan a colpi di bombe all'uranio (che sarebbe come cercare di uccidere un moscerino sparandogli contro una palla di cannone) e il ministro della Difesa Rumsfeld ammise che per «stanare i terroristi useremo anche gas tossici e armi chimiche». I risultati si vedono ora. Ha detto un contadino afgano, Sadizay: «Un raid della Nato ha distrutto la mia casa, ucciso mia moglie e tre dei miei figli. Ma quando ho visto nascere mio nipote senza gambe e senza braccia allora ho capito che gli americani ci avevano derubato anche del nostro futuro».
Col nuovo ministro degli Esteri, la 'non violenta' guerrafondaia Emma Bonino, forse non manderemo truppe in Siria, ma sicuramente le manteremo in Afghanistan, nella più infame, per ora, delle guerre del Terzo Millennio.

lunedì 6 maggio 2013

Agnese e il legame di Paolo Borsellino con la fiaccola tricolore...

di Mauro La Mantia (barbadillo.it)

Era l’estate di due anni fa ed a Palermo fervevano i preparativi per la tradizionale fiaccolata del 19 luglio in ricordo di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta, caduti nella strage di Via D’Amelio. Preparativi ancora una volta contrassegnati da polemiche striscianti tra una parte della famiglia Borsellino (in particolare i fratelli) e la comunità militante palermitana, proveniente dal Msi e da An, organizzatrice della manifestazione. Come se fosse necessaria una “patente” per ricordare Borsellino.

Sapevo che la signora Agnese ed i suoi figli non erano contrari alla nostra manifestazione. Negli anni avevano partecipato manifestando pubblicamente apprezzamento per la fiaccolata che, con il passare del tempo, è diventata la più grande manifestazione antimafia a Palermo capace di aggregare trasversalmente tanti siciliani nel ricordo di Borsellino. Decisi comunque di contattare Manfredi Borsellino, al quale mi lega un rapporto di grande affetto, e lui stesso mi invitò a parlare con sua madre per informarla delle problematiche legate alle iniziative del 19 luglio.

Fu per me una grande emozione parlare al telefono con Agnese Borsellino. L’avevo vista qualche volta alla nostra fiaccolata, senza però riuscire mai a scambiare qualche parola con lei. La telefonata durò circa venti minuti, quasi un’eternità per me. Per ovvie ragioni di riservatezza ho sempre tenuto per me i particolari di quella telefonata. Posso però testimoniare la sua forte vicinanza ideale, quasi mista a gratitudine, verso i tanti i ragazzi che ogni anno danno vita alla fiaccolata. Agnese Borsellino amava la fiaccolata perché quella manifestazione, più delle altre, rispecchiava la personalità del marito: il silenzio e la compostezza del corteo per ricordarne la sobrietà, il tricolore a rappresentare l’unità del popolo italiano contro la mafia, negli striscioni i simboli che ricordano la sua militanza giovanile. Uno scenario molto diverso da certe manifestazioni in Via D’Amelio piene di livore, polemiche e schiamazzo. E poi quei tanti giovani con le fiaccole in mano che sembrano una conferma alla frase di Paolo Borsellino, pronunciata alla Festa del Fronte della Gioventù nel 1990 a Siracusa: “Potrei anche morire da un momento all’altro, ma morirò sereno pensando che resteranno giovani come voi a difendere le idee”.

In quei giorni erano forti le polemiche sull’opportunità di permettere alle autorità di deporre corone di fiori in Via D’Amelio. Mi colpì una frase di Agnese Borsellino durante la telefonata. Nel ribadire quanto già detto pubblicamente sulla reale possibilità che uomini dello Stato tradirono il marito, mi invitò ad avere comunque rispetto per le istituzioni: “Mio marito si è fatto ammazzare da uomo di Stato, perché morire per le istituzioni significa morire per la patria. Anche se tradito mio marito avrebbe sempre rispetto per le istituzioni”. Concetto, condiviso dalla sua famiglia, confermato dalla scelta di Manfredi Borsellino di entrare in polizia e continuare a servire quello Stato su cui tante ombre aleggiano.

Agnese Borsellino mi chiese di abbracciare tutti i ragazzi per lei. La terribile malattia, che si era abbattuta sul suo corpo, non le permetteva già quell’anno di essere in piazza con noi. Volle anche che ringraziassi a nome suo quei giovani per la determinazione nel ricordare ancora, dopo vent’anni, suo marito. Mi chiese infine di continuare ad amare la nostra Palermo e la nostra Italia e batterci per essa, proprio come fece Paolo.

Se gli italiani amassero, senza se e senza ma, la propria terra come Agnese e Paolo la nostra storia sarebbe diversa.

domenica 5 maggio 2013

Tiocfaidh ár lá, Bobby!


di Serena Mangino

C’era una volta un’allodola che era stata rinchiusa da un uomo in una piccola gabbia, e soffrendo per la perdita della sua libertà non cantava più a squarciagola. L’uomo che aveva compiuto tale atrocità, esigeva che l’allodola facesse ciò che lui desiderava: cantare più forte che poteva, obbedire alla sua volontà, cambiare la sua natura per soddisfare il suo piacere. L’allodola si rifiutò. L’uomo allora si arrabbiò e diventò violento, prima cominciò a far pressioni su di essa affinchè cantasse, poi non ottenendo alcun risultato, ricorse a mezzi più drastici: coprì la gabbia con un telo nero, privando l’uccello della luce del sole. Le fece patire la fame e la lasciò marcire in una sporca gabbia, eppure lei si rifiutò ancora di obbedirgli. Alla fine l’uomo la uccise. Ma l’allodola possedeva uno spirito, lo spirito di libertà e di resistenza, desiderava ardentemente essere libera e morì prima di essere costretta ad adeguarsi alla volontà del tiranno che aveva cercato di cambiarla con la tortura e la segregazione.
C’era una volta un giovane cattolico irlandese, Bobby Sands, che aveva qualcosa in comune con quell’uccello, con la sua tortura, prigionia e morte. Era solo un ragazzo quando, come l’allodola, decise di lottare a costo della vita, contro l’”uomo” malvagio che stava torturando la sua Irlanda: l’invasore inglese.

Nato a Rathcoole nel 1954, quartiere a nord di Belfast, nell’Ulster, Bobby è cresciuto vivendo in una città presidiata dall’esercito britannico, dilaniata dal conflitto tra cattolici e protestanti. Una vita normale la sua finchè, fu costretto, a soli 10 anni insieme alla sua famiglia, a lasciare la loro casa di Abbots Cross a causa della loro fede cattolica.Era solo l’inizo, da li in poi la vita di quel tranquillo ragazzo di Belfast cominciò a cambiare. Furono anni, i ’60 e ’70, che videro la nascita di un vero e proprio ‘apartheid’ verso i cattolici ad opera dei Brits, una tragedia troppo a lungo ignorata da un’Europa sempre più distratta. Il trasferimento coatto, la repressione, la violenza nelle strade da parte dei soldati inglesi, le minacce ed intimidazioni anche sul posto di lavoro, lo fecero diventare un soldato repubblicano dell’I.R.A., l’Irish Republican Army.

“A 18 anni e mezzo entrai a far parte dei Provos e andai ad affrontare la potenza di un impero”. In nome della sua causa indipendentista, e per aver affidato il suo cuore a quella maledetta guerra, Bobby conobbe subito l’incubo del carcere, venne arrestato e rinchiuso in una cella di Long Kesh.

“Hanno rinchiuso il mio corpo, ma non le mie parole e nemmeno la speranza del futuro, hanno rinchiuso solo un Bobby Sands, ma altri ce ne sono in Irlanda”. Tra botte, torture, minacce e violenze divenne il leader dei famosi H-Blocks di Long Kesh, dove riuscì a tener accesa la fiamma della ribellione anche dei suoi compagni di lotta e dove trascorse gli ultimi 4 anni e mezzo prima di lasciarsi morire di fame, una fame di libertà e giustizia.Anni bui e freddi trascorsi nei lager che Bobby racconta nel suo diario, scritto di nascosto su carta igienica e fatto uscire clandestinamente dalla prigione, dove l’unico fascio di luce che lo riscaldava era la voglia di libertà per se e per il popolo irlandese.

Al quarantesimo giorno di sciopero della fame, Bobby riuscì anche a farsi eleggere deputato del Parlamento di Westminster. Fu il primo deputato nella storia ad essere eletto mentre scontava una pena, pur essendo innocente, e mentre si stava lasciando morire. Infatti smise di lottare a causa della malattia dovuta all’inedia, che dopo 60 giorni di sciopero della fame, lo portò alla morte il 5 maggio 1981. Avevano distrutto il suo corpo, ma non erano riusciti ad uccidere il suo spirito, che continuava a vivere in chi ogni giorno proseguiva la lotta per la libertà e l’autodeterminazione dell’Irlanda.

“Se non riescono a distruggere il desiderio di libertà non possono stroncarti. Non mi stroncheranno perchè il desiderio di libertà e la libertà del popolo irlandese sono nel mio cuore. Verrà il giorno in cui tutto il popolo irlandese avrà il desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna.” Ta Bobby bàs: Bobby è morto, ed è morto sognando il giorno in cui il popolo irlandese avrebbe visto sorgere la luna, è morto perchè altri potessero vivere meglio, ed è morto come un figlio dell’Europa,rimasto senza voce.“Mio fratello non è morto per vedere la nostra gente restare sotto l’occupazione inglese per sempre”, sono le tristi parole della sorella Marcella, secondo la quale Bobby piangerebbe se sapesse che la bandiera britannica sventola ancora oggi nell’Ulster.

A pochi giorni dalla morte scrisse nel suo diario: “Ho scelto di morire per poter sopravvivere, ma non ho niente di cui pentirmi. Ho scelto di percorrere la strada più tortuosa che porta a Dio…e se qualcuno sentisse parlare di un tale Bobby Sands, ricordi che è solo uno dei tanti che ha lottato per la sua terra, la sua gente, il suo Dio in quell’inferno chiamato Nord, Nord Irlanda”.

Una cosa è certa, Bobby ora è libero, è nel cielo d’ Irlanda e dorme tra le stelle!

Ricordiamo ai lettori, non senza orgoglio, che grazie ad una proposta di Casaggì, portata avanti da Francesco Torselli e approvata dal consiglio comunale fiorentino, la nostra città avrà una strada intitolata a Bobby Sands. Un piccolo passo per ricordarne l'esempio e il sacrificio.

sabato 4 maggio 2013

Fuga di cervelli? Non si abbandona la nave col mare in tempesta...

di Raoul Covelli

Tutto questo agitarsi delle nuove generazioni attorno al problema economico che si vive in Italia è lecito, in quanto tutti hanno diritto ad un futuro, ed in un paese che ha scelto il capitalismo come caposaldo del proprio essere, la stabilità economica privata è quanto mai indispensabile. Ma tutto questo pubblicizzare fughe all'estero che si legge e si percepisce ovunque rattrista e lascia l'amaro in bocca.
La nostra Nazione attraversa probabilmente il momento più critico della sua storia dal dopoguerra ad oggi, stretta com'è tra le speculazioni dell'alta finanza ed una comunità internazionale che non ha mai visto di buon occhio la sua indipendenza politico economica: basti pensare al trattamento riservato all'Italia dagli "Alleati" inglesi e francesi in conseguenza della Vittoria nella Prima Guerra Mondiale quando, nonostante il grande sforzo bellico sostenuto dal nostro popolo gli oltre 650.000 morti, non furono rispettati gli accordi prebellici che ci garantivano l'annessione delle terre italiane dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia, o alle ridicole sanzioni imposte negli anni '30 dagli stessi oligarchi europei per presunti crimini contro il popolo abissino durante la guerra coloniale di quegli anni (il fatto che due Nazioni storicamente legate alle guerre coloniali e agli stermini di massa come Francia e Gran Bretagna insistessero per sanzionare l'Italia indignò addirittura l'opinione pubblica statunitense), per arrivare alla pagliacciata della guerra alla Libia di Gheddafi dei giorni nostri - paese con cui l'Italia, per ovvi motivi storici dati dallo status libico di ex colonia italiana, godeva di sconti sostanziosi sulle forniture di svariate materie prime tra cui petrolio e gas - e ci renderemo conto di quanto, da sempre, siamo invisi per motivi occulti a questi paesi che tengono per le redini l'intero occidente e sono causa di questa fantomatica crisi che attanaglia la vita del Belpaese.
E davanti a questo disastro economico ci si aspetterebbe uno spirito combattivo da parte dei giovani, una costruttiva protesta che obblighi chi di dovere a garantire ciò che ci spetta: ed invece assistiamo sempre di più a patetici teatrini che divulgano l'idea che abbandonare la nave mentre il mare è in tempesta, andare all'estero alla ricerca del posto fisso e dello stipendiuccio garantito sia la soluzione al problema. Questi sono i danni causati da 70 anni di capitalismo sfrenato, dalle varie mode e dai vari oppi dei popoli che hanno partorito greggi sempre più vuote il cui unico fine è l'istintivo, quasi animalesco, bisogno di quella stabilità economica che diventa legge, ideale e religione.

Ma non è vero che i marinai si vedono col mare in tempesta? E allora chi sono questi cervelli in fuga dalla propria Terra, dalle proprie origini, dalle proprie tradizioni? Sono essi davvero modelli da seguire ed un fallimento il vederli partire? Questa Terra non credo abbia troppo bisogno di loro: essi rappresentano un fallimento sì, ma un fallimento degli ideali più puri di Nazione e di Popolo. Questa Patria, che insegnò la civiltà al mondo intero coi Romani, che fu culla di rinascita dal buio medievale sotto l'alta guida di quella Firenze che universalmente rappresenta il bello ed il genio, che lottò per essere unita e respinse lo straniero invasore nelle gloriose giornate sul Piave, che fu invidiata terra di avanguardie socio culturali col Fascismo e poi rasa al suolo si ricostruì mattone su mattone, oggi ha bisogno di figli più elevati, di figli che vadano orgogliosi di questa storia e compiano un sacrificio per salvare la nave dalle acque in tempesta, che la sostengano e la proteggano dai venti speculativi internazionalisti e dalla nuova guerra, quella economica.
La nave non si abbandona, ed in questo momento più che mai i cervelli dimostrino di essere tali qui e non altrove.

venerdì 3 maggio 2013

Musica. Skoll torna con l’album Eroica e testi su Carnera, D’Annunzio, FTM e Borsellino


Quella descritta da Federico “Skoll” Goglio nel suo ultimo album di recentissima pubblicazione (Eroica, Rupe Tarpea, 21 aprile 2013) è un’Italia di persone, episodi e momenti che attraversano la storia per tracciare un filo rosso che arriva fin quasi ai nostri giorni.
Al di là della qualità grafica del libretto (bellissime le fotografie del santuario del Monte Grappa, i chiaro scuro dei caratteri e tutta l’impaginazione), alla quale Skoll ormai ci ha abituato, le dieci canzoni di questo lavoro – testo e musica di Federico Goglio e arrangiamenti di Davide Picone e Fabio Constantinescu – in parte diverse dal suo classico stile, sono ognuna un quadro dai tratti musicali e poetici di rara efficacia.
A cominciare da “Carnera”, dedicata al pugile eroe che, conquistando il titolo mondiale dei pesi massimi a New York nel 1933, riscattò una vita di sacrifici e rese orgoglioso un intero paese: “…il riscatto di un’ombra, dell’intera Nazione, perché colpivi più forte e diventavi campione…”.
La seconda traccia, che ci riporta indietro nel tempo fino al 1860, è intitolata“Mille” e racconta di “…mille uomini sotto un tetto di stelle, mille uomini, ne vivremo delle belle! E se tornerai, lo racconterai a una donna. E se tornerai, allora le dirai: ho fatto la storia!…”.
“Gli Aquiloni del Grappa”è invece per tutti i ragazzi che difesero l’Italia nella Grande Guerra e, sottolineata dalle note di un pianoforte, è una ballata di rara bellezza che commuove quasi per la semplice e profonda familiarità delle immagini che descrive e delle sensazioni che evoca.
A seguire c’è “L’Ala d’Italia”, liberamente ispirata alle parole di Gabriele D’Annunzio in volo su Vienna e dal cui ritornello è tratto il titolo del cd: “…Viva l’Italia! Oseremo quel che vorremo! Via eroica: come fai, salirai, dove volerai?…”.
“L’ultima carica” narra di un episodio di guerra del fronte dell’est avvenuto nel 1942, la carica di Jsbuscensky: “…sciabole tributo al cielo, velocità che gonfia il cuore. Se alla mia forza non credete, io ve la dimostrerò. Gli occhi di brace di un fratello, la spada contro i parabellum è quello che oramai nessuno ha deciso di osare più…”. Raro esempio di orgoglio e onore, che la musica e le parole di Skoll rendono alla perfezione.
La sesta traccia di “Eroica” è intitolata “Quanto vale?” ed è dedicata a Paolo Borsellino e a chi –come è scritto nel libretto del cd – come lui è rimasto fuori dal fango del compromesso politico e mafioso. Il ritornello di questo brano è come uno schiaffo in faccia a tutti coloro che hanno fatto del mettere sempre al primo posto il loro interesse la propria regola di vita: “…quanto vale un uomo differente? Quanto vale dentro a tutto questo fango? Quanto vale una schiena sola e dritta quanto vale?…”.
“Nottata di vento” è l’unica canzone del cd dai risvolti più personali: “…e poi io lo so, le tue promesse son durate come un fiore ed il tuo cuore non fa rima con amore…”. Frasi alle quali chi ascolta può attribuire significati e intensità legati alla propria esperienza di vita.
L’orgoglio italiano ritorna prepotente nella traccia successiva, “K2”, dedicata appunto alla conquista italiana di tale vetta. Skoll ne parla immaginando il dialogo tra uno degli uomini che fecero l’impresa e la sua donna. Parole da cui emergono tenerezza e fierezza: “…guardami, io non ti posso più vedere perché il sole mi ha accecato quando ci sono entrato. Avvicinati, che ti vorrei sfiorare… La nostra bandiera resiste al sole e soprattutto alla bufera…”.
A seguire “Come notti di Sicilia”, liberamente ispirata alle parole di Filippo Tommaso Marinetti e, per chiudere, “Questo mondo non basta” (titolo anche dell’ultima fatica editoriale di Federico Goglio – Ed. Ritter 2012), che riassume lo spirito di tutto il disco (e non solo): “…la schiena sempre dritta, grandezza, esempio e slancio!…”. Lo stesso slancio che Skoll mette nello scrivere canzoni sempre più belle e curate, lo stesso slancio che ognuno di noi dovrebbe ogni giorno mettere per rendere, anche soltanto nel suo piccolo, la nostra Italia sempre più “eroica”.

A cura di Cristina Di Giorgi

mercoledì 1 maggio 2013

Decrescita e mercatismo: Alain de Benoist torna attuale

di Gloria Sabatini (da Secolo d'Italia)

Quasi una rivincita dopo decenni di “predicazione” inascoltata. Intervistato dal quotidiano on line Lettera43, Alain de Benoist, il politologo francese fondatore della Nouvelle Droite, fa il punto sulla crisi della politica e delle categorie ideologiche mettendo al centro della sua prospettiva la decrescita (ma non la chiama felice) di cui è stato un antesignano convinto. Partendo dalla sfiducia generalizzata degli europei verso la politica, analizza quella che Jean-Claude Michéa chiama "l’alternanza unica", cioè l’alternanza senza alternativa in base alla quale la destra e la sinistra fanno "più o meno la stessa politica", e individua una nuova contrapposizione "più reale", quella tra le classi popolari (di destra e di sinistra) a una "nuova classe" totalmente distaccata dal popolo. Popolo, populismo: immancabile la domanda sul fenomeno Grillo che de Benoist giudica il "sintomo rivelatore del discredito in cui è caduta la classe politica".

Il fossato che si è scavato tra la gente e i partiti di governo classici è ormai tale  – dice  – che le persone si volgono a torto o a ragione verso tutto quello che sembra loro non inquadrato e diverso, anche perché le "élite in carica non sono meno demagogiche dei populisti". Internet viene, invece, giudicato strategico nel campo dell’informazione alternativa ma non sostitutivo della vera democrazia diretta "perché – dice – questa esige un confronto diretto nello spazio pubblico. Gli internauti possono anche connettersi fra loro a migliaia, ma restano nella sfera del privato, come facebook dà l’illusione di avere degli 'amici'".

Crisi politica italiana, crisi europea, dunque. E decrescita per uscire dall’impasse. "Decrescita non significa arresto di ogni attività economica o la fine della storia. Bisogna solo abituarsi a moderare il nostro modo di vivere – spiega lo scrittore francese – cioè capire che 'più' non è sempre sinonimo di 'meglio'". Ma anche su questo terreno la risposta della politica è miope quando non addirittura dannosa. "L’austerità di massa dei governi europei per soddisfare le esigenze delle banche si traduce in un abbassamento del potere d’acquisto e in un aumento della disoccupazione, cioè l’impoverimento delle classi medie e di quelle popolari. Ma ciò non impedisce che i più ricchi si arricchiscano ulteriormente. Tutto questo non ha nulla a che vedere con la decrescita".

Infine una critica serrata all’Europa di oggi, all’Unione Europea  ("si è effettuata fin dall’inizio contro il buon senso. Si è dapprima scommesso sul commercio e l’industria anziché sulla politica e la cultura") che è "perfettamente giacobina, perché è diretta dall’altro verso il basso, da una commissione di Bruxelles che si ritiene onnicompetente". La via d’uscita sta in una forma di federalismo delle piccole patrie che recuperi il modello imperiale ("nella misura in cui oppone il principio di una sovranità condivisa al principio della sovranità una e indivisibile"), e nella democrazia partecipativa che possa creare "una nuova forma di vita pubblica, cioè di cittadinanza".

Ultimo consiglio dell’ormai anziano politologo: la “decolonizzazione” dell’immaginario simbolico, "oggi quasi totalmente assoggettato all’immaginario del mercato. Il bisogno che l’uomo ha di riferirsi a qualcosa di più alto di lui è secondo me una costante antropologica. Appartiene alla natura umana".  E la nostalgia non c’entra.