martedì 11 giugno 2013

Intervista a Marcello De Angelis...



INTERVISTA A MARCELLO DE ANGELIS (a cura di Ereticamente.net)


Marcello De Angelis, romano, classe 1960, è sicuramente una persona che ha molto da raccontarci.
Nipote del cantante operistico Nazzareno De Angelis e figlio di uno scenografo RAI, nel corso della sua vita è stato esponente di spicco dei movimenti extraparlamentari "Lotta Studentesca" e "Terza Posizione" e fondatore del gruppo musicale "270 bis", co-fondatore della rivista "La Spina nel fianco" con Maurice Bignami e collaboratore de "L'Italia settimanale" di Marcello Veneziani e direttore della rivista "Area" (1996-2004) e del quotidiano "Il Secolo d'Italia" (2011). E' stato senatore per Alleanza Nazionale (2006-2008) e deputato per il Popolo della Libertà (2008-2013).

• Marcello De Angelis, innanzitutto la redazione di "EreticaMente" La ringrazia per avere concesso questa intervista. Ci può raccontare qualcosa delle Sue origini familiari, che sicuramente hanno contribuito non poco a orientare le attitudini e gli interessi che Lei ha manifestato nel corso della Sua vita? 
Probabilmente come tutti sono il prodotto delle influenze familiari. Sicuramente più dal punto di vista della formazione del carattere che delle opinioni politiche. I miei genitori pur avendo idee politiche non ci hanno né indottrinato né orientato. Ci hanno influenzato con i loro valori e il loro stile di vita. La cultura, le arti, il disegno, la musica, lo scrivere sono stati elementi costanti della nostra vita familiare sin da quando eravamo piccolissimi. I nostri genitori ci portavano alle mostre piuttosto che al cinema. Parlo al plurale perché ovviamente mi riferisco anche ai miei fratelli - e in particolare a Nanni - oltre che a me.

• Lei, al pari di altre figure storiche dell'area politica "nazional-popolare" come Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi, è stato una delle figure più rappresentative del movimento extraparlamentare "Terza Posizione", pagando anche un prezzo altissimo a livello personale e familiare. Quando è rientrato dall'Inghilterra Lei poteva rappresentare un momento di unione per tante anime dell'area divise. Cosa Le ha impedito di essere 'l'asse che non vacilla' come avrebbe detto Pound?
Non credo agli "assi solitari". O almeno, io da solo non ho mai creduto di essere sufficiente. Mi pare evidente che l'operazione culturale che ho cercato di fare, parallelamente con una rivista come Area e con la mia attività musicale, è stato cercare di tenere insieme varie sensibilità e esperienze intorno a un dato comune e traghettare tutto quello che c'era stato prima in un percorso il più possibile condiviso per il dopo.

• L' ombra di Nanni quanto ha inciso nel Suo percorso, personale e politico? e come avrebbe preso il Suo inserirsi nella destra parlamentare?
Più che ombra direi "luce"… Nanni è morto a 22 anni, chi lo sà che uomo sarebbe diventato a quaranta o a cinquanta? Forse il suo interesse per la politica sarebbe scemato o forse in Parlamento ci sarebbe andato lui al posto mio. Avventurarsi ad interpretare a posteriori quello che avrebbe fatto, detto o pensato una persona dopo la sua morte non è molto corretto ed è anche una mancanza di rispetto. Eppure non passa settimana che non mi capiti di incontrare qualche mitomane che mi dice che lui era il miglior amico di mio fratello… A volte perché credono che io sia molto più giovane e sperano che io abbia memorie confuse. Invece avevamo poco più di un anno di differenza e fino alla sua morte Nanni ed io siamo stati vicini come gemelli. Con tutte le naturali differenze voglio credere che avremmo comunque continuato a stare fianco a fianco in qualunque contesto.

• Molti giovani sono cresciuti con le canzoni che Lei ha scritto e musicato per i "270 bis". C'è del rimpianto per queste migliaia di giovani che l’ascoltavano si emozionavano quando cantavano le Sue canzoni? era un momento unitario, raro nell'ambiente...
Ho nostalgia del palco, certo. Ti regala emozioni molto forti che, a dire il vero, avevo anche quando mi capitava di intervenire agli straordinari incontri che Area organizzava ogni anno a Orvieto. Ma non c'è solo il palco. Continuo a incontrare persone tutti i giorni che mi raccontano di quando venivano ai concerti e altre ancora che sono troppo giovani per esserci venute e non mi hanno mai incontrato e quindi non mi riconoscono. Parlano del gruppo e delle mie canzoni come se fosse qualcosa che appartiene a loro. Ed è così che deve essere.

• Lei è una figura di spicco del giornalismo "di destra" da oltre venti anni. Come giudica in retrospettiva le esperienze di cui a vario titolo Lei è stato protagonista ("L'Italia Settimanale", "Area", "Il Secolo d'Italia") e quali prospettive intravede per il futuro, soprattutto alla luce del fatto che proprio l'ultima testata da Lei diretta è diventata un quotidiano "on line"?
Ogni esperienza è stata quella giusta nel tempo in cui l'ho fatta. Non è così per tutte le cose della vita? Ho cominciato a lavorare in tipografia che non avevo 18 anni. Era un altro secolo. Davvero, c'era ancora la composizione a piombo. Il mondo va avanti. Anche le persone. L'unica cosa che non dovrebbe cambiare sono i contenuti profondi. Quando ci sono le spade si combatte con le spade ma se continui con le spade quando tutti usano gli aeroplani non sei molto utile. Con internet è cambiato tutto il mondo. Può non piacere ma la realtà è quella cosa che resta uguale indipendentemente dai tuoi desideri. Quindi ti devi adattare tu.

• E ancora: essere il direttore de il secolo, con una storia Sua e una storia il giornale, queste storie adesso come coabitano con i cambiamenti avvenuti nell'area di destra?
Le storie o si seppelliscono nel passato o si cerca di farle continuare nel presente e per il futuro. Non c'è nulla di fermo nella vita. Due persone diverse si incontrano, si trovano bene e fanno dei figli. Poi i figli continuano assomigliando un poco a tutti e due ma diventando anche qualcosa di completamente diverso. Non ci si bagna mai nella stessa acqua dello stesso fiume. L'importante è che il fiume non si prosciughi.

• Mentre in tutta Europa (basti pensare al francese Front National o alla greca Alba d'Oro) i movimenti nazionalisti ed euroscettici di destra ottengono risultati ragguardevoli, in Italia le recenti elezioni politiche e amministrative (con i relativi alti e bassi del Movimento 5 Stelle) sembrano indicare che in Italia non c'è spazio per una prospettiva del genere. Fratelli d'Italia, La Destra, Casa Pound Italia, Forza Nuova, etc. stentano a imporsi all'attenzione degli elettori. Perchè?
Perché i tempi sono diversi e i luoghi sono diversi. Negli anni Novanta in Francia c'era chi sosteneva che l'esempio da seguire e che portava al successo era quello di Fini con Alleanza nazionale. Ora che quella fase è finita sono gli italiani a invidiare i risultati di Marine Le Pen. In Italia una volta che la destra non è rimasta più marginalizzata ha perso i connotati che quella marginalizzazione le garantiva. Ma soprattutto ha perso quello che la costringeva a una parvenza di unione. Il Front national di oggi è il risultato della capacità di sopravvivere a una esclusione che dura da 30 anni. Alba d'orata è un fenomeno estemporaneo di cui è impossibile prevedere la continuazione. Il consenso elettorale è sempre un dato effimero e dipende dalla pancia più che dalla testa. In Italia lo scontento è stato canalizzato contro la politica anziché contro l'Europa, o contro le banche. Un successo degli eurocrati e dei banchieri, indubbiamente.

• Sempre più le politiche economiche imposte dall'Unione Europea (Fiscal Compact, Meccanismo Europeo di Stabilità) e l'imposizione stessa dell'Euro come moneta unica a un insieme di Stati che non costituiscono un'area valutaria ottimale, stanno distruggendo il tessuto economico e la convivenza sociale in Europa. Molti economisti e politologi propugnano la necessità di un "ritorno alla Lira", e più in generale alla sovranità economica e monetaria dello Stato Nazionale. Cosa ne pensa?
La sovranità economica e monetaria si potrebbe teoricamente avere anche con l'euro, che non è una moneta unica ma una convenzione monetaria. La differenza di valore che prima era data dalla differenza di valute ora è determinata dallo spread e altri tecnicismi contabili. La sovranità economica è stata ceduta a dei comitati sovranazionali non molto chiari e l'Europa non ha contraccambiato con garanzie che dovevano venire dal rafforzamento della banca centrale. Gli stati politicamente deboli sono stati truffati con una logica del "quel che è tuo è mio e quel che è mio resta mio" da parte della Germania. Uscire dall'euro non sarebbe né facile, né immediato. Lo vedo complicato.

• Proviamo a guardare al futuro. De Angelis e le canzoni, De Angelis deputato, De Angelis direttore de Il Secolo. e domani? un altra immagine di De Angelis o un sottile filo conduttore...
Non possiedo la sfera di cristallo. Ho più di 50 anni, non faccio piani per il futuro e non credo che sia in mio potere determinarlo. Cantante, deputato, direttore (e varie altre cose) più che immagini sono vestiti. Le stagioni cambiano, i vestiti si consumano. L'importante è quello che c'è sotto. E quello non l'ho ancora scoperto chiaramente nemmeno io. Intanto faccio il padre di altri tre figli nuovi nuovi (ne ho un altro che si è già sposato). E' un impegno notevole, che mi condizionerà per i prossimi venti anni. Se sopravvivo.

lunedì 10 giugno 2013

Francia: il giorno di gloria non arriverà...


di Arthur Herlin - L'intellettuale Dissidente

Strana atmosfera in Francia. Il Presidente Francois Hollande, a picco nei sondaggi, sembra essere rinnegato dal popolo. Non passa un giorno senza che un ministro socialista si faccia fischiare durante un qualsiasi spostamento. Qual è l’origine di questo marasma? Difficile da dire, tanto che ogni settore della società è in crisi.
Non sarà sfuggito ai nostri amici italiani sino a che punto il “matrimonio per tutti” divida i francesi. Centinaia di migliaia di individui sfilano in piazza ogni mese. Famiglie equilibrate e composte da persone ordinarie si mobilitano da quasi un semestre. “Brava gente” come si diceva un tempo, garanti della nostra società da più di 2000 anni. Possiamo legittimamente domandarci in che stato sarebbe la società se la maggioranza delle famiglie fosse stata omosessuale sin dall’antichità? Che ci si ponga contro o a favore, era veramente questo il momento opportuno per crucciare il popolo francese di un simile cambiamento culturale? Questo matrimonio vale tanto da scindere in due la società e indebolire ancora il tessuto sociale già magro e perciò cosi prezioso oggigiorno?
Il nostro governo non è ottuso, e sa che la risposta è negativa. Persegue il processo di disorientamento delle popolazioni. Condizione indispensabile per applicare quei rimedi che rifiuterebbero se fossero coscienti. Bisogna dire che la base francese è scombussolata da decenni, tramite riforme di ogni tipo (università, ministeri, ospedali, pensioni, etc…). Non è nuovo, sembra il trattamento dell’elettrochoc applicato ai pazienti attinti da una psicopatologia. Lo psicopatico essendo spesso un individuo che rifiuta la sottomissione.
Si aggiunge alle riforme una dose massiccia di violenza tramite gli interventi militari più insensati gli uni degli altri: Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia e adesso Siria e Mali. Il tutto decorato da una minaccia terrorista costante e ambigua. (cf: Mérah, che dopo aver viaggiato in Israele, uccide dei soldati francesi d’origine araba, poi dei bambini ebrei – storia assurda, inchiesta incoerente – fine spedita, morte di Merah). In un contesto simile, la famiglia resta l’ultimo rifugio per preservare un minimo di armonia nella società. E attaccandosi al matrimonio, il sistema vuole rendere gli individui più vulnerabili… e così più malleabili.
Il governo francese si attacca alle questioni sociali mentre l’Unione Europea si impone su questioni di ordine tecnico: permettendo alle industrie (articolo 63 del TFUE) di delocalizzare indefinitamente nei Paesi del Terzo Mondo, la Francia perde 800 posti di lavoro ed un’industria ogni giorno. Con la PAC, siamo passati da 3 milioni di agricoltori a 400 000.
Il riscontro è allarmante, allo stesso modo, per la Difesa. Il nostro esercito assomiglia a quello che avevamo nel 1939: abbiamo attualmente più di 5000 generali quando non ce ne servirebbero che 250: questo eccesso costa una fortuna allo Stato posto che i bilanci sono ridotti. In parallelo certi problemi informatici impossibilitano migliaia di militari di percepire il loro salario. Questo triste riepilogo spiega il morale disastroso dell’armata francese appurato recentemente da una commissione pubblica.
L’atmosfera in Francia è particolare: numerosi sono gli specialisti che sollevano questi problemi, ma una parte coerente della popolazione resta cullata dalle illusione. Bisognerebbe dire che l’industria dell’intrattenimento è al suo apice. Media e spettacolo aggiungono del non senso ad una situazione già insensata. I risultati sono congruenti: la società francese è in una situazione di asfissia che impedisce di reagire in modo adatto. Benché il dibattito sia vivo in determinati contesti, i cittadini francesi sono incapaci di mostrarsi all’altezza della loro reputazione di “révoltés”.

sabato 8 giugno 2013

Fortunato il paese che ha bisogno di eroi e (soprattutto) che ha Tolkien

di Roberto Alfatti Appetiti 

In principio fu Franco Cardini. Sua, l’intuizione. Giusto trent’anni fa, mentre la critica strabuzzava gli occhi – tra lo stupore e il fastidio – davanti all’accoglienza entusiastica del pubblico per Il Signore degli anelli, lo studioso fiorentino azzardò l’analisi più acuta: il viaggio della Compagnia dell’Anello, come gruppo e in termini di singoli, altro non è che un viaggio nell’Oltretomba, nell’Aldilà, e in quanto tale un iter iniziatico, a conclusione del quale tutti raggiungono un mutamento di status, un cambiamento interiore, attraverso una serie di prove materiali e spirituali da superare. Più di qualcuno saltò sulla sedia. L’ambito in cui i critici avevano già pensato di circoscrivere l’opera tolkieniana era quello inoffensivo del racconto d’avventure, per quanto riuscito potesse dimostrarsi. Un confine che non giustificherebbe, però, i cento milioni di copie vendute in ogni angolo del mondo, le ristampe a cadenza annuale, la consacrazione cinematografica, le nuove generazioni di fans. Non soltanto l’opera tolkieniana ha resistito alle mode, ma ne ha generata una delle più fortunate: l’heroic fantasy, con tanto di case editrici specializzate, riviste, giochi da tavolo e relative app. Un successo inarrestabile che conferma, piuttosto, come le opere dello scrittore inglese abbiano saputo dare una risposta a bisogni universali. «Tolkien offre a una società scettica e demitizzata, sotto forma di una grande saga fantastica ed eroica, quasi un’epopea, un mito positivo, fondante, completo e verosimile in cui credere, anche se ci si rende conto che è la favola più lunga del mondo». Così Gianfranco de Turris introduce “J. R. R. Tradizione e modernità nel Signore degli anelli”, il prezioso e aggiornato volume di Stefano Giuliano (Bietti, pp. 345, € 22) appena tornato in libreria che, nella sterminata produzione di libri sull’opera tolkieniana, va a colmare un vuoto siderale. E lo fa proprio raccogliendo e approfondendo lo spunto offerto a suo tempo da Franco Cardini. «In Italia scarseggiano studi che analizzano specificatamente il retroterra culturale tolkieniano in funzione della simbologia mitologica, ossia quali siano i fondamenti di certi suoi personaggi, luoghi ed episodi – scrive ancora de Turris – e Stefano Giuliano analizza le influenze e le suggestioni che stanno al fondo di tale narrativa mettendo il Signore degli anelli a confronto con la storia delle religioni, l’antropologia culturale, la mitologia indoeuropea, l’epica medioevale, i romanzi arturiani, le chansons de geste e le saghe norrene, ricostruendo il senso simbolico di personaggi e azioni». Nell’attuale società “liquida”, con la perdita di “consenso” di fedi e credenze, nell’era del precariato globale, la fantasia mito-poietica di Tolkien, con la sua portata esemplare, le valenze morali collegate alle vicende dei protagonisti e le foreste di simboli attraversate dal lettore, hanno avuto successo non tanto e non solo perché narrano storie avventurose ma perché, in un’epoca segnata dal disincanto, hanno restituito significato al mito, dato nuovo vigore a idee e valori antichi, offerto un antidoto al materialismo e al cinismo odierno. «Il Signore degli anelli si fonda sul dispositivo narrativo della discesa agli inferi e sul simbolismo di morte e rinascita come racconto fondante del cammino dei protagonisti», sottolinea Giuliano, classe 1964, talmente a proprio agio tra immaginario religioso, agiografia medievale e letteratura cavalleresca da ricostruire passo passo le fonti letterarie, folkloristiche e mitiche dell’opera tolkieniana. Nella ricerca, nata come tesi di laurea e pubblicata per la prima volta nel 2001 da Ripostes di Salerno col titolo “Le radici profonde non gelano”, Giuliano si sofferma su ogni “indizio” utile: il nome di un personaggio o di un luogo, le citazioni, i riferimenti celati tra le righe e, non ultimi, gli “stratagemmi” letterari con cui il professore coniugava sapientemente quanto efficacemente mito e realtà. Ecco che il percorso iniziatico di Frodo, il portatore dell’Anello, verso Mordor, può essere letto anche come la migliore metafora possibile della condizione dell’uomo di oggi in un mondo che sembra affacciarsi sull’orlo del baratro. Una missione così difficile, la sua, da risultare quasi “insostenibile”. Eppure Tolkien (non a caso) la affida a un mezzo uomo, un hobbit, la figura più “fragile” nel ricco parterre di eroi classici, elfi e guerrieri valorosi a sua disposizione. Con buona pace di Bertolt Brecht, è fortunato il paese che ha bisogno di eroi. Meglio ancora: il paese che coltiva una sana cultura dell’eroismo. Tolkien ambiva a restituire all’Inghilterra quelle storie di dèi e degli eroi dell’epoca pre-cristiana (sul genere dell’Edda norrena, del Kalevala finnico e del Nibelungenlied tedesco) che la conquista normanna e la prima rivoluzione industriale avevano finito per disperdere. Ma, nello stesso tempo, non trascurava il mondo che aveva intorno. Mordor, oltre a essere una rappresentazione dell’inferno, lascia intravedere un’inquietante “somiglianza” con la realtà moderna: «inquinamento atmosferico e idrogeologico, impoverimento del territorio, rovina del paesaggio, accumulo di scorie e residui, mentre Sauron pare offrirsi come rappresentazione del potere assoluto e tirannico». Meglio di chiunque altro, era stato Elémire Zolla a “inquadrare” Tolkien, sin dalla prima introduzione all’edizione del 1970: «Autore o amatore di fiabe è colui che non si fa servo delle cose presenti». Tolkien, uno di noi.

venerdì 7 giugno 2013

Inaugurata a Roma la prima “Casa del Ricordo” per i martiri delle foibe e gli esuli


di Giovanni Trotta (Secolo d'Italia)

La Casa del Ricordo, la prima d’Italia, ora ha una sede in via di San Teodoro a Roma, per non dimenticare i martiri delle foibe istriane e dell’esodo delle popolazioni giuliano-dalmate dalle loro terre nell’immediato dopoguerra. «Guai al popolo che perde pezzi di memoria», ha detto il sindaco di Roma Gianni Alemanno dopo aver tagliato il nastro inaugurale della sede. Antonio Ballarin, presidente associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ha ringraziato il sindaco dicendo che «ha mantenuto la promessa e questa Casa del Ricordo è la prima in Italia». «Se non avessimo tenuto fede al protocollo firmato sarebbe mancato qualcosa al mio primo mandato: è un obiettivo umano, non politico», ha aggiunto Alemanno. All’inaugurazione si è giunti attraverso un lungo ma proficuo impegno che ha visto coinvolta l’amministrazione capitolina e le associazioni degli esuli. L’ultimo atto per perseguire questo obiettivo si è svolto a febbraio, quando si è celebrato in Campidoglio, nell’aula di Giulio Cesare, il nono Giorno del Ricordo dei Martiri delle Foibe istriane e dell’Esodo delle popolazioni giuliano-dalmate. Nell’occasione infatti fu firmato il protocollo d’intesa cui faceva riferimento il sindaco, tra Roma Capitale e l’Anvgd (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) e la Società di Studi Fiumani, per la nascita della Casa del Ricordo. A quella cerimonia, l’ultima prima della realizzazione del museo, erano presenti, oltre al sindaco, Giorgio Marsan, vice presidente Comitato Provinciale Anvgd, Gianluigi De Palo, assessore capitolino alle Politiche della Famiglia all’Educazione e ai Giovani, Gianluigi Amleto Ballarini, presidente Società Studi Fiumani e Sergio Schürzel, esule da Rovigno d’Istria. Come si ricorderà, dopo decenni di oscuramento, il Giorno del Ricordo (10 febbraio) fu stato istituito con legge 30 marzo 2004, con l’obiettivo di conservare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe e dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati dalle loro terre. Da tempo le organizzazioni Anvgd (fondata nel 1947, l’associazione maggiormente rappresentativa sul territorio nazionale e della Capitale degli italiani fuggiti dall’Istria, Fiume e Dalmazia) e la Società di Studi Fiumani (nata nel 1923 e ricostituita a Roma nel 1960, proprietaria dell’Archivio Museo Storico di Fiume), hanno avviato una stretta collaborazione con l’amministrazione di Roma Capitale. Conoscenza storica della tragedia, convegni, mostre, viaggi nei luoghi della memoria e manifestazioni di commemorazione in occasione del 10 febbraio, sono i progetti su cui si è già cominciato a lavorare per onorare l’intesa.

giovedì 6 giugno 2013

Ricordando Giuseppe Tucci, l’«esploratore del Duce» che prefigurò l’Oriente globale...

di Annalisa Terranova
Giuseppe Tucci, il massimo orientalista italiano del Novecento, nacque il 5 giugno del 1894. In questo fine settimana la sua figura sarà al centro di un convegno di due giorni ad Ascoli Piceno con due mostre dedicate all’esploratore e “pellegrino in Tibet”, una sulla vita dello studioso e un’altra sulle tangka tibetane, rotoli di stoffa con disegni sacri il cui significato fu studiato e approfondito da Tucci. La bibliografia completa delle sue 360 opere si trova nella monumentale monografia L’esploratore del Duce di Enrica Garzilli, che ricostruisce l’avventurosa vita di Tucci dai primi viaggi nelle valli dell’Himalaya e nelle pianure del Gange all’attività diplomatica in Giappone, dagli incontri con personaggi come Gandhi e Tagore, il Dalai Lama, Julius Evola, Fosco Maraini e Giovanni Gentile, suo grande protettore insieme a Giulio Andreotti, agli scavi archeologici in Pakistan, Afghanistan e Iran. In un saggio sulla rivista Eurasia Claudio Mutti ha sottolineato quale fosse l’idealità di fondo del lavoro di Tucci, cioè una concezione di Oriente e Occidente non come realtà separate ma come realtà “complementari”. Egli stesso in un’intervista apparsa su La Stampa nel 1983, un anno prima di morire, aveva dichiarato: “Io non parlo mai di Europa e Asia, ma di Eurasia…”.
Nato a Macerata, si laureò in Lettere presso l’Università di Roma. Dopo avere combattuto negli anni della Prima Guerra mondiale iniziò il suo cursus honorum in India, dove insegnò cinese (oltre che italiano) presso le Università di Shantiniketan e di Calcutta. Nominato Accademico d’Italia nel 1929, nel novembre dell’anno successivo fu chiamato ad occupare la cattedra di Lingua e letteratura cinese all’Orientale di Napoli. Nel novembre 1932 passò alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma, dove fu professore ordinario di Religioni e Filosofia dell’India e dell’Estremo Oriente, finché nel 1969 venne collocato a riposo. Dal 1929 al 1948 compì otto spedizioni scientifiche in Tibet e dal 1950 al 1954 sei in Nepal. Nel 1955 iniziò le campagne archeologiche nella valle dello Swat in Pakistan, nel 1957 quelle in Afghanistan, nel 1959 in Iran.
Nel febbraio del 1933 si concretizzò la sua idea di un Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, grazie all’appoggio di Giovanni Gentile. Nel discorso inaugurale, pronunciato in Campidoglio, Mussolini rilevò: “Come già altre volte, in periodo di crisi mortali, la civiltà del mondo fu salvata dalla collaborazione di Roma e dell’oriente, così oggi, nella crisi di tutto un sistema di istituzioni e di idee che non hanno più anima e vivono come imbalsamate, noi, italiani e fascisti di questo tempo, ci auguriamo di riprendere la comune, millenaria tradizione della nostra collaborazione costruttiva”. Due anni prima, grazie al tramite di Giuseppe Tucci, Gandhi era venuto in visita ufficiale in Italia. Dopo la guerra l’Ismeo venne chiuso e Tucci (sul quale pesava la firma apposta sull’infame Manifesto della razza) cadde in disgrazia. Fu Giulio Andreotti a far riaprire l’Istituto. Grazie alla sua amicizia il celebre studioso potè lavorare e studiare fino all’ultimo. Le sue opere restano un caposaldo per gli studi su induismo, buddismo e sulle tradizioni tibetane.
Così Geminello Alvi racconta un episodio della spedizione in Tibet del 1935 guidata da Giuseppe Tucci: «Il 1 luglio incontrarono il giovane abate d’un monastero buddhista, vestito di rosso e appena uscito da un eremo dove aveva trascorso tre anni, tre mesi e tre giorni, meditando. Tucci gli chiese di sperimentare le liturgie sottili che sommuovono l’Io, liberando attese stupefatte e pavide: l’ottenne. E vide che quanto gli uomini chiamano “Io” non è che una crosta sottile in bilico dentro un cosmo inatteso e infinito». (Uomini del Novecento, Adelphi).

martedì 4 giugno 2013

L’ era dei Proci

di Luigi Cardarelli (Ereticamente.net)

Nella sfida feroce che avviene all'interno del palazzo d' Itaca tra Ulisse ed i Proci maligni, il mitico Omero vede le avvisaglie del vecchio mondo che sta per cambiare con l'arrivo della democrazia. L'antica società nobile e patriarcale, tradizionale e guerriera di Laerte e Odisseo soccomberà di fronte ai nuovi ceti arroganti, mercantili e aguzzini. I discendenti dei Proci, la casta emergente dei signori liberi e ricchi. Ma non si tratterà affatto del "demos" trionfante come si favoleggiava in Atene, bensì dell'ascesa al potere di avidi e biechi oligarchi. La forma oligarchica è la più terribile forma di tirannide, perché non si basa su nessun principio morale, ma soltanto sulla forza delle armi, del denaro e della corruzione.


Il divino Platone accusava la democrazia medesima d'essere il propedeutico sistema che a posteriori conduce alle dittature. Non tutta la Grecia però, vale a dire il paese a quel tempo civile, seguirà la stessa strada. Già duemila anni e passa prima di Marx, il sommo Licurgo in quel di Sparta aveva reso tutti gli esseri umani uguali di fronte alla legge e riuniti sotto la comunità più insigne, lo Stato. Oramai da due secoli e più questa organizzazione democratica ci viene spacciata come il non plus ultra, dopo la vittoria ottenuta dal "terzo stato" borghese con la rivoluzione industriale e Francese.

Sembrerebbe che prima d'allora, l' homo non avesse neanche mangiato! Ma nei tempi recenti sono passati dal definirla il governo del popolo a quello della maggioranza ed infine or ora sic et simpliciter a quello della  maggioranza relativa. Vale a dire che una minoranza ristretta decide e comanda sulla sacralità dello ius gentium. Gruppi organizzati di plutocrati, potenti e corrotti, decidono sul destino dei popoli, i quali quindi sentendosi esclusi e traditi disertano perfino le urne. Pare che nulla sia cambiato davvero rispetto a tremila anni addietro. E provateci pure a ribellarvi appena o protestare contro i demo-padroni, sentirete tosto quel che vi fanno assaggiare. Turchia docet.

I libri di storia narrano le malefatte epocali dei massimalisti e degli imperi del male, ma nessuno ricorda lo sterminio totale compiuto nelle praterie d'America o nell'Amazzonia ad opera della democrazia più moderna, contro gli indios nativi del luogo. Un secolo dopo questi "uomini di buona volontà", sganciano le letali atomiche sopra due inermi città del Giappone, neppure difese da uno sparuto cannone.

E 70 anni più tardi, non mostrano nemmeno rimorso.

domenica 2 giugno 2013

IN PIAZZA A PISA PER I NOSTRI MARO'...




Casaggì, con i ragazzi di Ronin Pisa, è scesa in piazza per ribadire la volontà di riportare a casa i nostri marò. Un anno di "tira e molla" che ha letteralmente sbriciolato la già scarsa credibilità del nostro paese sullo scacchiere internazionale; che ha visto l'India sequestrare due soldati in acque internazionali e un ambasciatore; che ha visto un impianto accusatorio a ratti ridicolo, rigettato anche dalla Corte Suprema, ma tuttavia sufficiente per non far processare i due marinai in Italia; che ha visto sminuito il ruolo dell'esercito, ormai usato a piacimento dalla politica per guerre inutili e poi abbandonato nei momenti di difficoltà; che ha visto due governi rimanere immobili dinanzi alle minacce di un paese col quale, evidentemente, si ha paura di perdere una partnership economica e commerciale. Una pagina triste, a prescindere dall'esito delle perizie e dei processi, degna dell'Italietta odierna e dei suoi servi di palazzo.

RIPORTIAMO A CASA I NOSTRI SOLDATI.
TORNIAMO AD ESSERE NAZIONE.

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