lunedì 11 novembre 2013

Lovecraft e Tolkien. Due mondi a confronto...

di Mauro Scacchi (Centro Studi La Runa)


Due mostri sacri della letteratura dell’immaginario del XX secolo. Due precursori: Lovecraft di un peculiare concetto di horror, Tolkien di quel che si può agevolmente definire fantasy classico. In questa sede si proverà a tracciare un parallelo, uno studio comparato tra il viaggiatore onirico americano e il professore inglese. Lacune, mancanze, inesattezze (spero poche) saranno forse presenti ma la sfida è troppo intrigante per non accettarla. La visione del mondo di HPL e Tolkien, la loro Weltanschauung, va analizzata da due prospettive che sono l’una lo specchio dell’altra: la prima da riferirsi alla vita reale dei due autori, la seconda alle loro opere. Un’analisi tanto minuziosa e approfondita richiederebbe un intero volume, perciò qui si passeranno in rassegna i punti di contatto e le divergenze più importanti, seguendo velocemente un flusso costituito da coppie di elementi, a volte eguali, altre molto differenti.

Per iniziare, non è forse sbagliato asserire che erano entrambi dei conservatori. Lovecraft, da giovane, era affascinato dall’Islam e dall’età classica (antichi Romani in particolare) ma poi divenne ateo e materialista. Tolkien fu un cattolico ma per tutta la vita fu appassionato di saghe nordiche dal sapore, per così dire, magico e pagano. Entrambi amavano il mito e non tolleravano la modernità. Entrambi, inoltre, erano incantati dalla natura. Tanto l’uno quanto l’altro hanno riempito le proprie produzioni letterarie di nomi inventati fatti risalire a linguaggi fantasiosi, benché Tolkien fosse un vero creatore in questo senso, mentre Lovecraft lasciava ai lettori la sensazione che esistessero lingue morte collegate a terribili culti segreti senza, però, inventare mai un linguaggio vero e proprio.

In Tolkien vi è la battaglia eterna tra il bene e il male, ma il primo, anche quando assediato, non è mai sconfitto nella sua essenza, sempre è presente un eroismo pregno di speranza, di potenza interiore in grado di scacciare le tenebre. In Lovecraft invece il male è associato all’ignoranza rispetto a ciò che abita negli abissi cosmici, creature innominabili di cui, non appena s’intuisce anche solo l’esistenza, si ha terrore e da cui perciò si deve assolutamente scappare, pena – nella migliore delle ipotesi, scrive HPL – la pazzia o la morte. Quindi in Tolkien il bene vince sul male, mentre in Lovecraft il bene è come un lumicino che si spegne di fronte all’insondabile minaccia aliena.

Entrambi scrissero saggi e poesie in difesa dei generi narrativi cui si sentivano più vicini. I mondi a cui hanno dato vita sono diversi sotto molti aspetti: la Terra di Mezzo è l’Europa di un tempo dimenticato, mentre le ambientazioni lovecraftiane riguardano per lo più il mondo reale, anche se poi si scopre che esso è pieno di entità oscure che, con la loro presenza, lo alterano nei suoi significati più profondi. In Lovecraft il mondo onirico è descritto in modo tale che pare emergere dalle nebbie di ricordi che sfumano non appena ci si sveglia, e i suoi abitanti non necessitano di essere inseriti in una cornice dettagliata poiché la loro funzione è quella di essere delle comparse, quasi ombre che sfiorano il protagonista nei suoi vagabondaggi. Un’inclinazione palesemente pessimistica che ha riscontri con la sua vita reale: era un solitario, malato di nervi (nonché ipocondriaco), sua madre fu una figura opprimente, il suo matrimonio finì male ed egli si chiuse sempre più in se stesso. Affermava di non credere a quello che scriveva, ad altri universi e spiritualità, eppure la sua vita era in quei mondi, in quegli esseri a cavallo tra il concreto e l’immateriale provenienti da regioni intermedie e oscure; una vita, la sua, piena di mostri e di contrizioni spaventose al punto che un’affermazione del genere sembra più un modo ingenuo per esorcizzare le proprie paure e le proprie inadeguatezze, che una dichiarazione sincera.

Tolkien era credente, e comunque mai ha detto né scritto di non ritenere come vera l’esistenza di una dimensione spirituale. Aveva una famiglia che amava e da cui era amato. Era un importante professore di Oxford e i suoi romanzi ebbero un successo incredibile, pur se inaspettato.

Lovecraft, in vita, ebbe successo solo tra gli “addetti ai lavori”, ma economicamente visse sempre sulla soglia della povertà e non si laureò dato che i problemi di salute gli impedivano di recarsi all’università. Tolkien era un uomo di successo, Lovecraft un emarginato. In breve, si può affermare che il primo era “aperto” verso la società, nonostante ebbe modo di contestarne l’eccessiva tecnologia, il secondo era “chiuso”, introverso. Le foto che li ritraggono danno l’impressione di un Tolkien appagato, con la pipa in mano seduto comodamente nel salotto di casa sua, e di un Lovecraft smunto e dalle spalle strette, non proprio la felicità in persona. Eppure in altre foto, meno note, Lovecraft sorride, e il sorriso è quello di un ragazzo (altro che “vecchio”, come lui si sentiva!) ricco di sentimenti, che infatti possedeva e che indirizzava probabilmente più verso i gatti che verso le persone.

Un elemento che è presente in entrambi, e non di poco conto, è il fatto che sia per HPL che per Tolkien i veri protagonisti non erano gli individui che popolavano le loro storie. Per Tolkien il protagonista, il cardine assoluto attorno cui tutto ruotava, era il linguaggio. Egli dapprima inventò una lingua melodiosa, quella elfica (anche se non solo quella), per poi creare un mondo in cui potesse venir parlata. Ecco allora lo scritto epico de il Silmarillion, la grande avventura de Il Signore degli anelli e, prima di questo,Lo Hobbit. Opere in cui Tolkien descrisse con un’accuratezza impareggiabile, senza risultare mai noiosa, usanze e tradizioni d’interi popoli: dal modo in cui si vestivano e mangiavano a quello in cui cavalcavano ed erigevano case e torrioni, fino alle tecniche di guerra. Elfi, nani, uomini e Dúnedain, e perfino orchi e trolls vennero inquadrati all’interno di schemi di pensiero e di vita, per assolvere al compito principale d’utilizzare un certo linguaggio anziché un altro: musicale e leggiadro per gli elfi, pratico per gli uomini, gutturale e dal vocabolario limitato per gli orchi, ecc.

Per Lovecraft, invece, il protagonista era l’orrore. I personaggi delle sue narrazioni erano gli strumenti e i catalizzatori degli orrori che il lettore doveva condividere con l’autore: immedesimandosi in essi, si avrebbe provata la stessa paura, lo stesso brivido gelido di fronte al caos idiota, fuori da ogni legge di natura, che governa l’universo. La natura, per HPL, se da un lato è classica e amabile nelle sue forme esteriori e armoniose, dall’altro è una menzogna che nasconde un’altra natura, quella che sta alla base di tutta la creazione, terrificante e priva di senso. Il meccanicismo razionale è, in Lovecraft, uno “specchio per le allodole” con il quale un’umanità impotente vuol convincere se stessa di poter dare risposte a quesiti al di là delle proprie capacità di soluzione; di ciò HPL è l’esempio vivente, è colui che trasferendo sulla carta le più intime fobie sembra volerle allontanare da sé, convincendosi di essere al di sopra di esse, non credendo nemmeno alla loro esistenza, né tanto meno ad una loro personificazione. Il suo materialismo e ateismo assolvono perciò alla funzione di totem apotropaici che non gli impediscono, però, di continuare a sognare terre e creature dell’incubo, le quali, attraverso un processo d’integrazione del tutto particolare, gli consentono di temere meno quella natura spaventosa di cui sono emblemi. HPL, con i suoi racconti, smentì continuamente le proprie convinzioni a-spiritualiste, anzi accostandosi vieppiù ai propri mostri immaginari iniziò a condividere con essi un mondo altro rispetto al nostro, la cui percezione in certo qual modo lo rendeva più simile alle entità descritte nei suoi lavori che non agli altri esseri umani. Il modello di Pickman, in cui un pittore risulta poi essere imparentato con i mangiatori di carogne, i ghouls, che dipingeva sulle sue tele, può ben illustrare questo concetto. In sostanza, il mondo dell’orrore non è più così terrificante se si inizia a farne parte.

La natura, per HPL, è l’essenza stessa dell’orrore. In Tolkien, invece, è paesaggio vivente (si pensi agli Ent, i «pastori di alberi», più che mai simbolo di una natura che partecipa attivamente alla vita del mondo); bella e rigogliosa o scura e terribile, essa è romantica (nel senso del sublime di byroniana memoria) e riflette l’animo di chi vi è immerso, di coloro che la abitano. La terra della Contea è curata e produce frutti perché vi abitano gli hobbits, a differenza delle paludi (moltissime), pericolose e sinistre, abitate da spiriti inquieti. Ciò che accomuna i due autori è, senza dubbio, anche l’uso dei simboli. Un uso che, consapevole o meno, non si può negare: farlo significherebbe offendere la cultura imponente dei padri dell’horror e del fantasy. I simboli più manifesti nelle rispettive produzioni sono quelli del viaggio, della porta, della montagna, delle isole e della selva oscura, ma anche il mondo crepuscolare e la descrizione delle città sacre. Ve ne sono molti altri, alcuni caratteristici di un solo autore (come la spada, in Tolkien), altri comuni come quello della fisiognomica deforme di alcuni umanoidi (l’abbrutimento interiore dell’individuo?), su cui non ci soffermeremo. Il viaggio, tanto per cominciare. Esso può essere breve o lungo ma è sempre un cammino iniziatico. Durante il tragitto, la Compagnia dell’Anello si sfalda e si ricompatta, acquista consapevolezza di sé e della propria missione. Ogni tappa ha un colore proprio: il verde dei boschi, il nero delle miniere, il rosso del Balrog e del Monte Fato, il blu dei fiumi ecc., ed ogni volta uno o tutti i membri della Compagnia crescono, spesso immolandosi (come Gandalf e Boromir, ma solo il primo sarà meritevole di una nuova e più alta incarnazione).

In Lovecraft il viaggio, anche solo una breve ma perigliosa salita (si pensi aLa casa misteriosa lassù nella nebbia), ha come meta finale la scoperta dell’esistenza di antichi segreti, di luoghi e dimensioni ultraterreni, che inevitabilmente inizia chi lo compie segnandolo per sempre. Il viaggio è come una strada maestra su cui insistono altri simboli. La porta, ad esempio, è simbolo di passaggio fin dagli albori dell’umanità.

Porte e cancelli consentono di entrare in luoghi protetti, ma pure in zone infernali, e quindi di uscirne (ma sempre dopo aver superato qualche genere di prova). Il Signore degli anelli è pieno di queste soglie che danno accesso a veri micromondi e dinanzi alle quali si compiono profezie. Le porte di Lovecraft sono varchi al di là dei quali vi sono altre dimensioni. La montagna, come centro del mondo, testimonia epoche dimenticate, è visibile sin da lontano e giganteggia quando vi si giunge, è nascondiglio di sapienza segreta e di coloro che gelosamente la custodiscono. È nei luoghi elevati che accadono molti eventi portentosi, al pari che nelle loro viscere. L’isola è un altro simbolo che, pur comparendo poche volte, è fondamentale. Si pensi a Númenor, che come Atlantide sprofondò per la superbia e l’orgoglio degli antichi re, e all’isola dove sorge R’lyeh, la città dove dorme Cthulhu, il Grande Antico. Sono luoghi di potere lontani ma che possono sempre essere riscoperti da chi sa dove cercarli.

La selva oscura è la foresta tenebrosa, un simbolo su cui non occorre soffermarsi tanto è stato studiato fino ad oggi.

Il mondo crepuscolare, quello onirico di Randolph Carter e quello dell’ombra in cui vivono i Nazgûl (e che diviene visibile a chi s’infila l’Unico anello), è un limbo di congiunzione tra differenti stati di coscienza, mortale per chi non vi arriva attrezzato. Ma se in Lovecraft esso non è necessariamente il male, in Tolkien è il territorio degli Spettri, la negazione della vita che infetta e avvelena gli incauti che vi si attardano.

In ultimo, per quel che ci compete, vi sono le città. In Alla ricerca del misterioso Kadath di Lovecraft , la città del sogno, difficile da raggiungere, è descritta secondo lo stile di Lord Dunsany (la città di Sardathrion in Tempo e gli dei), e l’architettura comprende terrazze altissime che ricordano, ancora, le montagne; in Tolkien la città per eccellenza è Minas Tirith (invero, anch’essa difficile da raggiungere), in cui si può ravvisare il simbolo delle mura concentriche con la torre svettante nel mezzo, altro “centro del mondo”. Vi sono anche altre città nella Terra di Mezzo, ognuna con il suo significato (Rivendell, per esempio, luogo di un’armonia in larga parte perduta tra gli esseri viventi ed il creato). In HPL le città, in genere, sono però quelle del New England e sono descritte in modo da evidenziarne la nobile decadenza al fine di preparare psicologicamente il lettore a ciò che seguirà nel racconto, solitamente qualcosa di sinistro, di antico eppur pregno di aristocratica conoscenza (come ne il caso di Charles Dexter Ward)

Tolkien e Lovecraft, di primo acchito, non potrebbero sembrare più diversi. Battaglie epiche ed eroi solari nel primo, viaggiatori solitari il più delle volte sconfitti e terrorizzati nel secondo; divinità non manifeste ma alleate degli Uomini in Tolkien, divinità malevole e disgustose (tranne in un caso: l’antropomorfo Nodens, signore delle profondità) in HPL. Tutte differenze che, a un esame più attento, si assottigliano fino a rivelare, in molti casi, somiglianze di fondo. Anche perché ad accostare questi due autori è una visione mitica del mondo, accompagnata dal disprezzo di un iperrealismo tanto narrativo quanto esistenziale. Che si tratti di miti positivi o negativi poco importa. Il mito resta il tratto distintivo di chi giudica insufficiente e deludente la realtà che ci circonda, e ciò era vero sia per Lovecraft che per Tolkien. Sognare, inventare storie, linguaggi e mondi, entrare in contatto con una dimensione potente e magica: ecco il segreto dei due autori e di tutti coloro che li hanno letti e che continueranno a farlo.

sabato 9 novembre 2013

CASAGGì: COSTRUIAMO UN ALTRO MURO! AZIONE CONTRO LE BANCHE A FIRENZE...


AZIONE DIMOSTRATIVA DI CASAGGì CONTRO LA FINANZA. COSTRUITI MURI DI CARTONE DAVANTI ALLE BANCHE DELLA CITTA’: “NELL’ANNIVERARIO DELLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO L’EUROPA DEVE PORSI UN NUOVO OBIETTIVO: ALZARE UN MURO CONTRO LA SPECULAZIONE BANCARIA E FINANZIARIA”
Cinque muri di cartone sono stati simbolicamente innalzati davanti a cinque istituti di credito fiorentini. I muri, fatti di cartone, riportavano una scritta: “Alziamo un muro contro banche e finanza”. E’ un’azione dimostrativa, che simboleggia la volontà di porre un freno alla speculazione bancaria e al primato dell’economia finanziaria.
Nell’anniversario della caduta del muro di Berlino, che ricorre il 9 novembre, i giovani del centro sociale di destra Casaggì hanno scelto di porre l’attenzione sull’attuale situazione dell’Europa, troppo poco attenta alla salute dei propri popoli e assai più propensa ad obbedire ai diktat delle agenzie di rating e della BCE.
La nostra Europa è quella delle Patrie, dei Popoli e delle radici profonde; un’Europa che non ha niente a che fare con Goldman Sachs e Morgan & Stanley; un’Europa fiera della propria appartenenza e pronta a difendere la propria identità; Un’Europa forte, capace di dotarsi di un proprio esercito e di una moneta vera, che non sia la carta straccia imposta dal signoraggio monetario, ma l’emanazione cartacea di una sovranità monetaria che è anche sovranità politica, territoriale e culturale.
I popoli europei, sulla scorta di quanto accaduto recentemente in Ungheria, hanno il dovere di alzare un muro contro la speculazione eretta a sistema. Una fortezza impenetrabile che tagli fuori dalla vita sociale le lunghe mani della finanza e dell’usura, le austerity imposte e le crisi economiche fatte pagare ai lavoratori dipendenti, alle imprese che scelgono di non delocalizzare e ai piccoli risparmiatori.
L’iniziativa, portata avanti anche in altre città d’Italia, è realizzata in collaborazione con Rotta di Collisione, una rete di movimenti, Comunità e spazi identitari attivi su tutto il territorio nazionale. 


venerdì 8 novembre 2013

Sulle rovine del vecchio muro si staglia la grande muraglia della finanza speculativa...


di Francesco Marotta (destra.it)

La caduta del muro di Berlino segnò la fine della contrapposizione tra Est e Ovest. Una data che non può e non deve essere ricordata solo unicamente per la divisione in due parti della Germania. Il giorno 9 novembre 1989, precipitò fragorosamente un muro e contemporaneamente se ne edificarono di più pericolosi. Dal primato assoluto dell’alta finanza e dell’economia speculativa teleguidati da provetti portabandiera, trasformatisi velocemente in banche (Goldman Sachs e Morgan & Stanley su tutte) per sfuggire alla mancanza di fiducia dei mercati europei, non c’e’ piccone, forza e deduzioni, capaci di dissipare una volta per tutte il divisorio più alto: la disgregazione europea che con essa comporterebbe la destituzione dell’Unione Europea.
Sono passati più di dieci anni da quando il governo tedesco di Gerhard Schröder introdusse l’Agenda 2010. In definitiva, un pacchetto di riforme utili partendo dal comparto lavorativo ed imprenditoriale. Come non citare la legge Hartz, che stimolò i disoccupati a costituire delle piccole imprese, accelerando la formazione di una vera e propria rete di sostegni economici e agevolazioni fiscali, compresa l’accelerazione delle fasi di contrattazione tra imprese e sindacati; per incoraggiare gli accordi tra impresa e lavoratori? Nulla da fare, la Germania è la matrigna d’Europa e la memoria di chi ha governato vent’ anni senza lasciare traccia di una riforma degna di nota, è rimossa come un hard disc inutilizzabile. Giustizia è fatta: Schröder era solo un progressista rosso-verde (vero, ma quello che doveva fare in minima parte lo ha attuato) e tutto l’insieme dei provvedimenti da lui varati per stimolare l’economia nazionale, incentivando la formazione e, la lunga serie di sgravi fiscali?
Peggio che andar di notte e, vista la situazione in declino dell’economia italiana, pure bendati. Via Schröder, contano solo le gentil “terga” di Angela Merkel e le onnipresenti pretese da cliché d’operetta. Meglio le dicotomie facili ed elettoralistiche contrapposte alle etichette Destra e Sinistra, dell’ex PDL e del PD. Nel mezzo, come “novità”, c’e’ pure il tempo di tappezzare la Capitale di manifesti richiamanti un’improbabile Alleanza Nazionale come cura dei mali, perdendo inesorabilmente le tracce di una perfetta sinergia di Dieci lustri che concesse agli allievi di Nietzsche l’impossibile: mettere in ordine un’economia in crisi, dai tassi di crescita in caduta libera, precipitati dal 4,6 dell’anno 1990 al 2% dei dieci anni seguenti, tagliando il traguardo negativo della stagnazione irrefrenabile. Pari all’incapacità seduttrice di proporre soluzioni del governo Alfano-Letta. Allora meglio perdersi in piccoli capogiri berlinesi e seguire un’eventualità che pareva irreparabile quasi a termine di un ciclo involutivo? La pessima media tedesca pervenutaci direttamente dal primo quinquennio del XXI secolo, confermò il peggioramento poco teutonico, sottraendo alla vista in realtà, il surriscaldamento della spia d’allarme perennemente in disuso in Europa, assestandosi attorno allo 0,75%.
All’epoca colpì indubbiamente una certa impalcatura politico-mediatica, costruita ad arte sull’unione delle due Germanie; ritrovatesi alla stessa stregua di due “sorelle separate” in difficoltà a causa dell’unione ritrovata. Paragonabile a un complemento d’arredo (antico) privo di tarli e rinvigoritasi da un ambiente pregno dei malevoli insetti globali che, tutt’ora albergano all’interno della Commissione Europea che non tardarono nell’implacabile “derattizzazione”: la Germania venne additata come una dei pochi stati europei poco inclini alle politiche del rinnovamento finanziario e commerciale internazionale. I costi ingenti per l’unificazione e i sussidi statali fatti passare come trasferimenti diretti solo verso Est (3,4% del PIL), permisero, in buona parte, di compromettere il cammino sulla Via della Seta, stabilendone contemporaneamente le direttive politiche da somministrare a grandi dosi alla Bundesbank. E se tutto ruotò in cerchio a una o più scelte politiche (?) dell’asse portante dell’economia e dell’alta finanzia, per nulla continentali ma atlantiche, la decisione della banca tedesca di fissare il tasso di cambio fra il marco occidentale e orientale, stabilendone la quotazione a 1:1, diede libertà e il pretesto agli efficienti responsabili del cantiere/sistema denaro, di additare il percorso naturale e logico dell’unificazione anche monetaria (repetita iuvant, ri-vedasi le differenze tra moneta e denaro), come una pressa ingombrante. Simile alla nostra Cassa Depositi e Prestiti, sorpassata come tipologia politica fiscale, incapace perfino di risolvere i problemi salariali e dello sviluppo germanico.
Il passo è breve, e spesso, confondere le azioni del primo governo del cancelliere progressista, imbevute di errori inqualificabili come la legge sulle scalate del 2001, con la quale venivano messe a punto e semplificate le acquisizioni delle azioni bancarie da parte di investitori esteri riconoscendone maggiori garanzie, può trarre in errore. La dinamicità illusoria di un azionariato esteso anche alle grandi cordate internazionali, mise in evidenza gli interessi delle banche sulle imprese, disunite da ogni dimensione territoriale, strettamente correlate al grande circuito dei mercati finanziari globali. L’interesse esclusivo all’ampliamento di nuovi investitori, permise il riassetto dei 16 Länder tedeschi (Regioni) su di un modello completamente diverso, locale e radicato, da ciò che sempre più andava somigliando ad una piattaforma del complesso economico-bancario anglosassone.
Una pagliuzza non fa una trave. Nel caso tedesco e a seconda di come si voglia invece interpretare l’ultimo periodo della storia politica europea, è necessario comprendere le dinamiche che hanno portato all’Europa che oggi tutti conosciamo. In data 13,14 e 15 dicembre 2013, avrà luogo il Settimo incontro nazionale Polaris. Il tema dell’evento Che Fare ? (www.centrostudipolaris.org), a confronto operatori economici e politici nel cuore produttivo del nord-est che più soffre l’attacco, una realtà propensa allo studio e alla possibile attuazione delle sue analisi, porterà l’esperienza maturata negli anni e la realizzazione dei corsi politici operativi a contribuire a imprimere una svolta salutare che non può essere rimandata. Possibilmente, cominciando ad abbattere per prima cosa le impalcature e i vecchi muri che opprimono l’Europa. Sempre che ci sia la volontà di riconoscere la decadenza e le facili inclinazioni dall’oggettività degli eventi.

giovedì 7 novembre 2013

Povera scuola italiana: ora in aula si studiano i testi dei 99 Posse...


di Luca Maurelli (Secolo d'Italia)

Un giorno, su un autobus che procedeva lentamente nel traffico napoletano, un corpulento ragazzone con la testa mezza rasata, la barbetta mefistofelica e una criniera cotonata, ricoperto da tatuaggi, orecchini, piercing e ammenicoli vari, rispose con un fermo “no” alla richiesta di un’anziana signora di cedergli il posto a sedere. E lei, leggermente incazzata, lo marchiò pubblicamente, a vita, davanti a tutti: «Sei proprio nù Zulù», appellativo che nel capoluogo partenopeo descrive in maniera sintetica ed efficace una persona dedita a uno stile di vita tribale, liberamente ispirato a un’etnia africana non proprio specializzata in bon ton oxfordiano.

Leggenda metropolitana? Mistero, anche se l’aneddoto è attribuito allo stesso protagonista. Di sicuro, da quel giorno, per tutti, Luca Persico fu Zulù, lo stesso che da oggi è oggetto di studio nelle scuole italiane. Foscolo, Leopardi, Pascoli, Ungaretti? Roba vecchia, superata. In aula va di moda la prosa del leader del gruppo dei 99 Posse, una band collegata al centro sociale Officina 99 che da anni ha trasformato dei capannoni alla periferia di Napoli in una zona franca dove lo Stato non si azzarda a mettere lo zampino manco per sbaglio. Da ieri è ufficiale, l’annuncio lo ha dato lo stesso corpulento cantante dalla pagina ufficiale di Facebook: «Siamo sui libri di scuola, dove andremo a finire?», con tanto di faccetta sorridente e foto della pagina di in volume della Bruno Mondadori “Le basi della letteratura”, destinato alle scuole secondarie.

E Moravia, Alda Merini, Eco, Baricco, i grandi cantautori italiani come Guccini, De Gregori, De André? Solo quest’ultimo è citato, sì, nella sezione intitolata «Gli adulti di domani», ma con la scusa di trattare il tema del disagio giovanile un paio di pagine sono state dedicate all’analisi del testo di “Curre curre guagliò”, l’inno ufficiale dei centri sociali dell’ultra sinistra, manco fosse una quartina della Divina Commedia. Si tratta, invece, di un pezzo che invita alla ribellione contro lo Stato oppressore, all’occupazione degli spazi pubblici, all’odio di classe “mosso da amore”. Oltre, ovviamente, al disprezzo per le forze dell’ ordine. Nel testo a disposizione delle scuole, come riporta anche il Corriere del Mezzogiorno, ipocritamente è stata fatta sparire la frase più provocatoria, quella in cui i 99 Posse denunciano l’atteggiamento a loro avviso arrogante dei celerini, “la risata in faccia di un carabiniere”, che giustificherebbe la ribellione. Ma tra canne, creste e okkupazioni, la notizia della “promozione” culturale dei 99 Posse ha comunque sollevato grandi entusiasmi negli ambienti della sinistra antagonista, pronta ribattezzare quel “Curre curre guagliò” come “la nuova Bella Ciao”. A questo punto a Zulù potrebbe non essere precluso alcun traguardo, perfino il Nobel della Letteratura. Del resto, l’ha preso Fo.

mercoledì 6 novembre 2013

L’incomprensibile silenzio a sessant’anni dalla rivolta per Trieste italiana...


di Marcello de Angelis (Secolo d'Italia)

Esattamente sessant’anni fa gli studenti di Trieste, ancora sotto occupazione inglese e controllata da una polizia “etnica” slava, si mobilitarono per dimostrare il proprio attaccamento all’Italia con dimostrazioni patriottiche represse nel sangue dalle forze di occupazione. Ci furono sei morti in due giorni di scontri che coinvolsero alla fine quasi tutta la cittadinanza. Su quei morti scomodi si cercò di far calare il silenzio come si era fatto per le foibe. 
Fu necessario attendere fino al 2004, con Ciampi presidente della Repubblica, per far riconoscere il sacrificio dei cittadini triestini con una medaglia d’oro alla memoria. In un anniversario così importante ci si sarebbe aspettati qualche cerimonia di rilievo o almeno una mobilitazione culturale. Sarebbe stata l’occasione ottimale per aprire una riflessione storica doverosa e mai approfondita anche su ciò che significò quella rivolta per il resto della cittadinanza italiana che, dinanzi a quella orrenda strage, sentì risvegliarsi il proprio senso di appartenenza nazionale per la prima volta dopo la fine della guerra. Il movimento che vide scendere in piazza centinaia di migliaia di studenti in ogni città d’Italia fu il primo della storia della Repubblica ed è da quel movimento che prese il via la destra giovanile in Italia. Ai nostalgici e agli antifascisti conviene pensare che la destra nazionale, con il Msi, non sia stato altro che il mantenimento sotto spirito degli avanzi di Salò, rinnovatisi per partenogenesi di generazione in generazione. 
Al contrario, fu per i morti di Trieste che i giovani italiani si sentirono per la prima volta chiamati alla protesta spontanea, fuori dalle istituzioni e fuori dai partiti, uniti non da un’ideologia o da una campagna di sensibilizzazione esterna, non mobilitati dalla stampa o dagli intellettuali, ma mossi dal di dentro da una identificazione profonda con altri giovani che sentivano di appartenere alla stessa Patria, alla quale la volontà dei vincitori voleva strappare loro e la loro città. 
Al tempo i giovani politicizzati appartenevano a organizzazioni controllatissime come era quella paramilitare dei pionieri del Pc e quella confessionale dell’azione cattolica. Il resto dei giovani, la maggioranza, si ritrovò in quel movimento per Trieste italiana che era senza leader, senza ideologia, senza confessionalità, laico, irriverente e assolutamente genuino. Il Male assoluto era allora facilmente identificabile ed era quel mostro che massacrava i popoli e gli toglieva la libertà, partendo da Mosca e fin dentro le nostre città. Come nello stesso anno a Berlino e poi a Budapest nel ’56 e più di un decennio dopo a Praga. La maggioranza dei giovani che scesero in piazza per Trieste aveva del Fascismo solo un ricordo d’infanzia, poi sommerso dalla guerra e dalla sconfitta. L’Italia invece c’era ancora e al sua richiamo risposero spontaneamente.

martedì 5 novembre 2013

Emanuele Zilli, incidente od omicidio politico? Dopo quarant’anni qualcuno dica la verità...


di Antonio Pannullo (foto e articolo de Il Secolo d'Italia)
 
Anche se non è più la capitale dei Longobardi, Pavia è una città viva, economicamente e culturalmente. Posta sul fiume Ticino (così infatti la chiamarono i Romani che la fondarono, Ticinum) ha sempre attratto immigrazione, soprattutto negli anni Settanta, quando sfiorò i 90mila abitanti. Oggi ne conta neanche 70mila. E in quel periodo molti lavoratori vennero nella ubertosa città lombarda per lavorare, come ad esempio Emanuele Zilli, venuto dall’Abruzzo, che a Pavia ci si era trovato benissimo, tanto che ci si era sposato e aveva avuto due bambine. Il suo non è un caso famoso, la sua morte, avvenuta il 5 novembre di 40 anni fa, fu presto dimenticata, archiviata come banale incidente stradale. Persino chi lo avrebbe dovuto ricordare e si sarebbe dovuto occupare di lui, non lo fece. Intendiamo riferirci al Msi, il partito di cui Emanuele era attivissimo militante, che per lunghi anni sembrò dimenticarlo. La spiegazione c’era, e la dette il suo carissimo amico Stefano Losurdo, avvocato nonché deputato di Alleanza Nazionale di Pavia, e anche lui, come Emanuele, venuto in Lombardia dalla sua amata Altamura. Losurdo, scomparso nel marzo scorso, Zilli e altri erano lo zoccolo duro del Msi pavese. Nel 2005 Losurdo raccontò che la vicenda di Zilli, trovato morto vicino al suo motorino in una strada della città e quindi archiviato come incidente stradale, non giunse ai vertici del partito, e in particolare ad Almirante, che per le altre vittime missine aveva sempre destinato aiuti e attenzioni. Proprio non lo seppe, a quanto pare, e poi la faccenda venne lentamente dimenticata. Ma non da tutti: ogni anni infatti i suoi camerati dedicano a Emanuele il “Presente!” nel luogo dove è caduto.
 
Dimenticato, ma gli ingredienti, oltre che dell’omicidio politico, ricordando come gli extraparlamentari di sinistra regolavano a quei tempi i conti in sospeso, del grande giallo ci sono tutti. Erano i tempi dell’“uccidere un fascista non è reato”, predicato e praticato dai violenti di Potere Operaio e Lotta Continua, come le decine di vittime missine, spesso giovanissime, stanno lì a testimoniare. Emanuele comunque non è di famiglia fascista, un suo parente è addirittura direttore di Famiglia Cristiana. Si avvicina alla Giovane Italia, l’organizzazione giovanile del Msi, a Teramo, il paese dove era nato, perché la Giovane Italia aveva molta attrattiva per i ragazzi anche per il capillare lavoro sociale che svolgeva. Giovanissimo, conosce Giuseppina e la sposa. A 25 anni ha già due figlie, Patrizia e Vincenza, figlie che oggi sono donne. Lavora in fabbrica e frequenta la sezione del Msi di Pavia. Non naviga nell’oro, ma è molto felice, e soprattutto entusiasta, vorrebbe cambiare il mondo, o almeno migliorarlo un po’. Proprio per le sue figlie. Anche a Pavia come in tutto il nord Italia, pur essendo provincia, la tensione politica è tanta: le sinistre sempre più intolleranti e violente decidono a livello nazionale di togliere completamente l’agibilità politica ai “fascisti”, e per farlo utilizzano tutti i mezzi. Aiutata indirettamente anche da una parte della magistratura, che avvia le pratiche per mettere il Msi fuorilegge, rafforzando così le frange estreme della sinistra convinte di fare la cosa giusta perseguitando i fascisti. Per la cronaca, diciamo che non sono riusciti né in un intento né nell’altro, ma l’intera operazione ha fatto pagare costi esistenziali immensi a tutti coloro che allora militavano nel Msi. E a quelli come Emanuele e la sua famiglia è andata peggio di tutti.
 
Insomma, scontri ce ne furono anche a Pavia, perché i missini non ci stavano al sopruso, ossia a vedersi negato il diritto di esprimersi, di fare politica, di parlare. Tra i tanti scontri ce ne fu uno, nell’inverno del 1972, che secondo molti ebbe un peso nella sorte di Emanuele. I ragazzi del Fronte stanno attaccando manifesti in Piazza Grande, quando vengono aggrediti anche fisicamente da un commando di compagni, verosimilmente di Lotta Continua. Poiché i compagni sono di più, un ragazzo, non Emanuele, si difende con una pistoletta ad aria compressa, che ferisce lievemente a un braccio un aggressore. Pochi giorni dopo Emanuele fu selvaggiamente picchiato vicino la sede, tanto da essere portato all’ospedale di Pavia, per poi essere arrestato, perché era stato denunciato come colui che aveva sparato. La vita riprende, così come la determinazione di Emanuele a portare avanti la sua battaglia con i suoi camerati. Decide di candidarsi alle elezioni comunali, dove non viene eletto però certamente viene sovraesposto. Compaiono le scritte minacciose col suo nome per la città, ci sono altre scaramucce. Fino a quel 2 novembre del 1973. Alle 18,30 Emanuele esce dalla fabbrica, i colleghi lo vedono andare via in motorino come sempre, e poi tutte le ipotesi sono aperte: viene ritrovato agonizzante in via Fratelli Scapolla vicino al motorino per terra, in una posizione non compatibile con una caduta e con strane ecchimosi, e soprattutto con un occhio nero e un taglietto sotto al mento. Insomma, che fosse caduto da solo o investito da un pirata della strada ci credettero in pochi, e ancora meno ci credono oggi. Sì, perché un pirata della strada avrebbe in tutti questi anni scritto una lettera, magari anonima, per dare pace alla famiglia e agli amici , raccontando la verità. Ma non l’ha fatto, perché forse la verità non si può raccontare: come non la raccontarono per il rogo di Primavalle, dove i media, gli intellettuali, i giornalisti, gli artisti sostennero l’innocenza degli assassini fino all’ultimo. E in alcuni casi sapevano che innocenti non erano. Per Zilli è lo stesso: sapendo come andassero le cose a quei tempi, possiamo ipotizzare che forse fu seguito, o semplicemente incontrato dagli ultras dell’odio e fatto cadere, picchiato e abbandonato sull’asfalto. Di episodi così in quegli anni ne accadevano ogni giorno, e non solo a Roma o Milano. Forse erano convinti di avergli dato solo una buona lezione, forse non si erano resi conto della gravità delle sue condizioni, e poi si sono spaventati. Fatto sta che il 5 novembre morì senza avere ripreso conoscenza. Non sappiamo cosa avesse pensato allora la moglie – 22enne e con due bambine in tenerissima età! – ma solo nel 1997 comparve in un libro l’inchiesta di Stefano Vaglio Laurin, che sulla vicenda ha svolto un’approfondita ricerca, che solleva dubbi sul fatto che si possa essere trattato di un incidente. A impedire di fare luce sulla morte di Emanuele contribuì poi una specie di perizia medica nella quale si accettavano e si escludevano contemporaneamente tutte le ipotesi, lasciando in sostanza le cose come le aveva trovate. Il Candido mandò un inviato, Leo Siegel, che pubblicò i risultati del reportage giungendo a inquietanti conclusioni: non sembra un incidente stradale. Oggi sono quarant’anni che Emanuele è morto. Chi oggi lo commemora, quando lui morì non era ancora nato, qualcuno di quelli che lo conobbero è morto. Persino Lollo, uno degli autori del rogo di Primavalle dopo trent’anni ha parlato, ha detto come andarono le cose. Possibile che oggi gli autori di quell’aggressione non vogliano scaricarsi la coscienza e dire come andarono le cose quel giorno in una deserta traversa di via dei Mille? Certamente non volevano ucciderlo, come forse non volevano uccidere Paolo Di Nella, con quell’unica sprangata. Non sapremo forse mai la verità, ma sappiamo certamente, che quel “Presente!” gridato a voce tesa ogni anno da quei ragazzi, significa che Emanuele è davvero ancora qui con la sua comunità.

lunedì 4 novembre 2013

4 NOVEMBRE: ONORE AI NOSTRI EROI!

Il 4 novembre 1918 il Bollettino della Vittoria, in riferimento agli austriaci, affermava che "I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgoglio...sa sicurezza". L'Italia vinceva la Grande Guerra, dopo un'eroica resistenza sul Piave e un magnifico sforzo bellico.
 

In quelle trincee, tra le tempeste di acciaio, si forgiarono Uomini diversi, Uomini nuovi. In quelle trincee nasceva l'Italia, tra l'odore del sangue e i sacrifici imposti dalle forze elementari. Al freddo, senza sonno, senza cibo, a confronto con una guerra logorante e atroce, che assumeva per la prima volta una dimensione di massa e mieteva migliaia di vittime. Nasceva l'Italia, quella che poi avrebbe marciato su Roma pochi anni dopo: l'Italia in piedi, quella proletaria e popolare, quella che non rifiutava le sfide e si lanciava oltre. 


Ricordiamo quei ragazzi, eroi silenziosi. E ricordiamo anche, in questo 4 novembre, i nostri due marò, ancora detenuti ingiustamente in India, dimenticati da un governo di affaristi. 
 

VIVA L'ITALIA.
QUELLA VERA.