domenica 8 dicembre 2013

A CASAGGì, CON LA GIOVENTU' CHE NON PIEGA LA SCHIENA...



 
Quella di ieri sera a Casaggì è stata una serata come non se ne vedevano da un po' di tempo. Centinaia di persone hanno preso parte al secondo compleanno, seppur con due mesi di ritardo, della sede di via Frusa: un avamposto che abbiamo costruito con le nostre mani mattone su mattone, che abbiamo presidiato e difeso giorno per giorno, che vogliamo far essere - come dimostrato ieri - il punto di riferimento quotidiano di un mondo umano e politico.
 
 
Gli Ennessepi, uno dei gruppi più interessanti del panorama musicale identitario, non hanno deluso le attese, regalando momenti indimenticabili ai presenti. Il cammino delle Comunità che hanno reso possibile questo evento è ormai diventato uno solo, nella consapevolezza che solo unendo le migliori energie militanti si possono ottenere risultati tangibili ed essere la prima linea di un progetto nuovo e rivoluzionario.
 
 
Tra pochi giorni, a Firenze, si terrà un processo che vede imputati molti nostri militanti, accusati penalmente per aver affisso qualche manifesto su una scuola. Evidentemente, a Firenze, qualcuno è infastidito dalla nostra presenza. Ed ha ragione, perché diamo fastidio, non solo politicamente. Le idee che camminano su solide gambe danno sempre fastidio a chi non può averne. Il sorriso libero di chi ha imparato a sognare è uno schiaffo in faccia alla tristezza di chi passa la vita ad obbedire. Il coraggio di chi ha saputo schierarsi è un'insopportabile provocazione per chi si nutre di viltà. E allora cantiamo e sorridiamo sui vostri processi, sulle vostre morali, sui vostri giornali, sulle vostre vite vuote, sui vostri sissignore, sulle vostre misere scuse. Perché la nostra gente "non piega la schiena, se non quando serve un po' di umiltà". Siamo la meglio gioventù.
 

sabato 7 dicembre 2013

Vincitori e vinti all'ombra della storia...

di Mario M. Merlino (ereticamente.net)

Si dice – non ricordo dove l’ho letto – che la sconfitta sia, come la vittoria del resto, figlia di un padre austero e che abbia quale madre certa la verità. Suona aspro e categorico e impietoso come un passo edificante del filosofo Hegel, sebbene non sia citazione tratta da una delle sue opere. E i suoi discepoli, anche quelli eretici (giovani hegeliani secondo Karl Loewith o definiti da David Strauss, in precedenza, e poi dal Michelet quali appartenenti alla sinistra hegeliana), non furono da meno nel pensare che la storia sia sotto il dominio della necessità, di un fine ineluttabile (non descrivevano già con un senso tragico e grandioso i greci in questo modo il fato?).

Marx, che fu frequentatore di costoro e compagno di bevute, e i suoi ‘scolari’, nello specifico, si resero profeti di quel sol dell’avvenire ad annunciare un comunismo capace di appagare i bisogni, ritorno arricchito al paradiso primigenio e primitivo da cui, causa la divisione del lavoro, tutto aveva avuto il suo inizio. Storia di una spirale, storia sacra (anche qui il richiamo ad una provvidenza non può essere sottaciuto), storia insomma dove il rapporto delle umane azioni con il teatro delle marionette, l’opera dei pupi, si palesa brutale ed avvilente.
L’opera dei pupi, già, eppure… mi raccontava don Ciccio, Frank Coppola o Tredita (due le aveva lasciate, mi sembra, in un attrezzo agricolo), in un andar avanti e indietro nel cortiletto dei reparti infermieristici (luogo dei raccomandati) di Regina Coeli, come da ragazzetto a Partinico assistesse alle rappresentazioni delle vicende di Orlando re Carlo e dei paladini. E tanto era il coinvolgimento, soprattutto quando l’infame traditore Gano di Maganza, usciva indenne dall’aver venduto i suoi ‘comites’, che vi era una vera e propria rivolta, bambini ragazzi e adulti, contro il ‘puparo’. No, non era lecito che i traditori potessero sfuggire al fio della loro colpa – l’onore non si smercia, l’onore in primo luogo e innanzi tutto – che, per evitare di esser preso a pugni e calci, costui s’inventava all’istante un altro esito dove ‘l’ordine insegue il disordine’ (come pensavano, anche qui, precedendoci e imponendosi gli antichi greci).

E questo moto del cuore, questa rivolta apparentemente ingenua, che però nascondeva un rito comunitario, un senso d’appartenenza alle leggi eterne sancite dalla trasmissione orale e dall’azione riparatrice (ad esempio ‘il sasso in bocca’) stabiliva – inconsapevolmente e si potrebbe osare darle il nome di ‘metafisica’ – che la storia può e deve essere cambiata se con la sua pretesa di razionalità o materialismo deturpa offende si scaglia contro un altro modo, immarcescente e immutabile, d’intendere la misura del tempo…

(D’altronde il ‘nostro’ Maestro, tramite l’annuncio dello Zarathustra, ci ha educato a concepire la verità niente più di una opinione, un’opinione che ha trovato la forza d’imporsi… e Martin Heidegger, resosi edotto da simile insegnamento, ha fatto risalire il fraintendimento del principio di verità in Platone con il suo confondere l’Essere con la determinazione delle Idee, assise nell’aurea dimora dell’Iperuranio e dando loro il carisma d’essere e vere e belle e giuste…).

Ho negli occhi ancora le immagini delle gabbie dove erano esposti, nelle aule delle Corti d’Assise di tante parti d’Italia, i brigatisti rossi suddivisi in irriducibili dissociati pentiti, tre o quattro in una, pari numero in altra ed altri in un’altra ancora. E tutti esibivano pugni chiusi leggevano proclami s’appellavano al proletariato di ogni parte del mondo e si assumevano l’onore e l’onere d’esserne guida sicura e assoluta disegnavano scenari di guerra di tutti contro tutti, un’internazionale in armi… tre o quattro in una gabbia, tre o quattro in un’altra ed altri ancora in una terza…

(La storia, l’antistoria, le storie…).

Pomeriggio grigio e piovoso di un sabato qualunque. Le serrande dei negozi abbassate, serrati i portoni, rari e frettolosi i passanti e il corteo si snoda per le strade della città, due tre cinque mila giovani facce dure e duri slogans, passamontagna sciarpe eskimo bastoni spranghe molotov e, in fondo a proteggere la coda del corteo, le P38. Come i topi della fiaba, il pifferaio di Haemlin, signori delle tenebre, padroni del nulla. Arroganti e presuntuosi e illusi d’essere nel grande alveo del presente in marcia verso un certo futuro…

E, dall’altra parte, cacciati dalla storia e dalla società, senza dio né inganni, folli e disperati, poeti senza versi, poche decine, mani levate gli stessi bastoni le spranghe la molotov e la P38, nostalgia del passato attimi di presente zero futuro…
(Coloro che si sentivano ormai dalla parte dei vincitori; coloro che da vinti si dichiaravano fascisti per stabilire se qualcuno valesse o meno. Il regno della qualità contro il dominio della quantità…).

Su entrambi è passato il vento della storia, molti ne ha abbattuti, ad altri ha regalato nel rinnegamento un effimero successo – deputati giornalisti liberi professionisti -, altri ancora li ha avvolti nell’ottenebramento e dalla memoria ha sottratto i sogni e gli ideali della loro giovinezza… solo di alcuni si è trovato impotente perché, chissà come, essi possedevano forti radici e si rendevano incuranti di fronte al cambiamento.

Più facilmente è trovare fra questi ultimi coloro che s’erano collocati – chissà come e perché – in quella ‘nobiltà della sconfitta’ (sebbene il riferimento vada al titolo del bel libro di Ivan Morris sulle gesta e sull’etica dei samurai, il pensiero si fissa sugli eroi della tragedia greca, in piedi tra le rovine). Ne parlavo ieri mattina davanti ad un cappuccino in un bar della periferia romana ad ex miei alunni e, lo confesso, un po’ tronfio, aggiungevo, identificandomi… che forse in loro, in oscuri meandri della mente e del cuore, vittoria e disfatta e la verità s’erano rese orfane…

venerdì 6 dicembre 2013

Rifacciamo l'Europa...


di Marcello Veneziani

Sì, Presidente Napolitano, ha ragione, l'Europa deve cambiare rotta. Ma deve cambiare anche meta. Quest'Europa non funziona così come è stata congegnata. No, non fraintendete. La soluzione non è uscire dall'Europa, ma entrare finalmente in Europa. Non sto pazziando. La soluzione non è barricarsi negli Stati nazionali, sognare l'autarchia e gridare l'antieuropa. La vera scommessa è invece rifare l'Europa sul serio, ovvero fondarla come soggetto politico, militare, sociale, culturale coeso rispetto all'esterno e libero al suo interno. Il contrario di quel che è oggi l'Europa, un continente di latta rispetto all'esterno e una caserma di piombo rispetto ai suoi popoli e ai suoi cittadini.
L'Unione europea di oggi è incapace di una sua politica estera, di una politica protettiva rispetto all'esterno, anche protezionistica, se occorre; è incapace di una politica unitaria davanti all'immigrazione, è fragile e divisa rispetto alle crisi internazionali e alle turbolenze mediterranee; è incapace di sfidare l'egemonia statunitense, di arginare l'offensiva cinese, di frenare la minaccia islamica e di riconoscere la sua matrice mediterranea; è priva di una sua forza militare unita, è senza un governo politico eletto dai cittadini, magari dopo un referendum costitutivo del sovrano popolo europeo, dimentica le sue radici e la sua civiltà. In compenso è oppressiva al suo interno mediante i diktat agli Stati, i rigidi parametri e le tirannie economico-finanziarie; è un'Europa ferocemente astratta, come la finanza speculativa, preoccupata della contabilità e non della vita reale dei popoli e delle famiglie. Il razzismo imperante si chiama rating, come le omonime agenzie. 
Quest'Europa è complice e succube del colpo di stato contro i popoli europei, ben documentato da Luciano Gallino nel suo libro omonimo uscito in questi giorni. Patisce il debito sovrano, l'unica sovranità che riconosce e che coincide con la sua schiavitù. Non crediamo ai complotti, come ora scrive perfino la Repubblica, ma vorremmo credere all'Europa, non ai suoi spettri. C'erano due modi di fare l'Europa: uno era concepirla come dis-integrazione delle patrie e degli Stati nazionali, l'altro era intenderla come integrazione delle patrie e degli Stati nazionali. Il primo nasceva come domanda di globalizzazione e gradino verso di essa, il secondo sorgeva come risposta alla globalizzazione e argine rispetto a essa. Si scelse la prima via e questi sono i risultati. Oggi ci vorrebbe un movimento non anti-europeo, ma pro-Europa, passando dai popoli, gli Stati e le patrie e non contro i popoli, gli Stati e le patrie. La nostra Europa, libera dentro i suoi assetti e unita rispetto al mondo.

giovedì 5 dicembre 2013

NASCE RONIN COMPRENSORIO DEL CUOIO!

  
Vi comunichiamo in via ufficiale, che la Comunità militante Ronin, estende la sua influenza politica, sociale e culturale, nella zona del Comprensorio del cuoio, che comprende i comuni di Castelfranco di Sotto, Santa Croce sull'Arno, Santa Maria a Monte e San Miniato nella provincia di Pisa, e Fucecchio in provincia di Firenze.
Arriviamo in questo territorio con l'obiettivo di portare sano e puro vitalismo, per risollevare le coscienze del popolo italiano, sempre più all'insegna del pensiero unico, del politicamente corretto, dell'apatia generale e generazionale, per combattere i fenomeni di degrado politico e sociale, che, purtroppo, sono all'ordine del giorno.
Facciamo questo con nuovi e giovani militanti, che delusi dalla precedente esperienza politica, hanno aderito in modo convinto e con entusiasmo, al nostro progetto. 
La Comunità che sta nascendo si propone di creare un gruppo giovanile che, senza gli artifici del politichese, riporti sul nostro territorio uno spazio metapolitico in cui idee come identità, salvaguardia della vita e della famiglia, il legame con le nostre radici e la natura, siano al centro delle nostre iniziative. La sfida ci appare particolarmente difficile perchè, purtroppo, molti nostri coetanei sono stati inghiottiti dal sistema capitalistico e globalizzato che ha promesso loro un futuro confezionato in cui la mediocrità è nascosta dietro paillettes e lustrini.
Ci appelliamo ai giovani, quindi, perchè si decidano a rovesciare il loro status quo e a cambiare la loro vita affinchè diventino loro stessi gli artefici del loro destino. Ronin cercherà di combattere l'omologazione e i vuoti di pensiero, punterà ad includere nella propria Comunità tutti quei giovani ribelli che si sentono limitati ed imprigionati da questo periodo buio, fatto di disvalori e abbrutinamento morale e fisico. Proveremo ad abbattere gli schemi e a uscire dal gregge, perchè, come disse Dante, “Uomini siate, non pecore matte”.

mercoledì 4 dicembre 2013

Ritratti. Amedeo d’Aosta un comandante italiano...



di Renato de Robertis (barbadillo.it)


Comandanti ammirati. Italiani apprezzati. Soldati che facevano la guerra del secolo, loro malgrado. Soldati che odiavano i tedeschi. Come Amedeo d’Aosta, l’ultimo viceré, il principe-comandante da cui dipendevano le sorti del piccolo impero italiano, in Africa orientale nel 1940. “Se si deve cadere, cadremo in piedi” disse prima di essere sconfitto. E di fronte alla resa italiana, gli inglesi gli offrirono l’onere delle armi, dopo le battaglie dell’Amba Alagi, nel 1941.
C’è una fotografia di quei giorni dolorosi con il duca che osservava il nemico dalla montagna e di fronte aveva gli spari dell’artiglieria nemica. Sulle rocce africane la sua figura in bianco e nero dice che Amedeo stava perdendo la sua guerra, però, nello stesso momento, stava difendendo, come un leone, i suoi 3.800 uomini.
A settanta anni dalla sua tragica fine, cosa sanno i ragazzi di questo militare? Chi ha scritto, per l’ultima volta, sulla parabola umana di questo soldato? Nessuno. Pochissimi hanno negli occhi la cartolina di Boccasile, schizzata con colori morbidissimi, in cui l’anima del duca-comandante sfuma dentro i colori del tricolore.
Qui non si vuole compiere una glorificazione delle memorie nazionali. Si sa, per chi fa storia, il rischio più probabile è la retorica. Qui si tenta di esprimere una necessità critica, cioè questa: bisogna riprendere il filo della narrazione per restituire, alle giovani generazioni, le vicende di dignità italiana travolte dall’oblio, purtroppo. Agli uomini che fecero quella guerra, con innocenza e idealità, a quegli uomini va ridata la parola, per farli uscire dal girone dell’oblio.
Allora leggete il recente libro di Paolo Mieli, I conti con la storia (Rizzoli, pag. 394, euro19.50) per comprendere che la funzione dello storico è il rimuovere i divieti per ridare la voce agli uomini caduti in dimenticanza a causa delle interpretazioni ideologiche. Ecco perché qui si racconta Amedeo d’Aosta, un comandante che assunse valorosamente una posizione di difesa pur di salvare il suo esercito in Africa. Concentrando su di sé il fuoco inglese, egli salvò i suoi soldati. Prima di quel famoso scontro bellico, gli offrirono un aereo per scappare. Non lo accettò. La sua vita non valeva di più di quella dei suoi fanti nazionali o indigeni. Finì prigioniero degli inglesi e in un letto d’ospedale morì, invocando l’Italia.
Troppe volte la storia è stata scritta con l’idea della morte della patria e con la vergogna del 1943, questo perché gli italiani avevano tragicamente errato. Ma gli italiani, come Amedeo d’Aosta, con la loro vita scrissero pure che quello era il tempo tragico del dovere, “Non importa quanto potremo resistere: conta fare il proprio dovere…”
Per molti la patria non morì dopo le sconfitte del 1941 o del 1943; non morì perché in tanti difesero le sorti del proprio esercito, perché non pensarono agli interessi individuali prima e dopo la battaglia, e perché la loro patria non era il Fascismo, ma qualcosa più grande, cioè una storia lunga secoli. L’impegno critico attualmente ha una chance:abbandonare categorie storiografiche obsolete per far riemergere il vissuto del ventesimo secolo o le figure storiche che furono insabbiate da una storiografia che aveva solo uno scopo: far dimenticare i grandi italiani non di sinistra, così riducendo la complessità di un’ epoca.
I giovani affogano in una storia generalista mal compresa. E vivono in un’orgia comunicativa in cui sembra che non ci sia spazio per i miti nazionali. E’ discutibile che, nei manuali di storia, gli editori non propongano spazi tematici di memoria condivisa e non prospettino l’analisi degli eventi della giusta risolutezza militare, da El Alamein alle azioni ardimentose della Marina militare. Ora l’idea è promuovere nuove programmazioni storico-didattiche, come reazione alla diminuzione delle memorie nazionali, per decretare il superamento di una certa analisi storica, la quale fu impudentemente politica.
Dunque si dovrebbero riscrivere alcuni manuali. Per mettere in evidenza storica gli uomini che non scapparono, anche se travolti da eventi tremendi, e che furono tanti, tanti come Francesco Baracca, Armando Diaz, Luigi Rizzo,.. sino a Amedeo d’Aosta, il comandante ammirato, il comandante del sacrificio.

martedì 3 dicembre 2013

Tifosi laziali “in ostaggio” in Polonia, nuova bufera sulla Bonino. Alla Camera l’indignazione è bipartisan...


di Romana Fabiani (Secolo d'Italia)


Far rientrare in patria i 22 tifosi laziali ancora in carcere in Polonia dopo l’arresto (e il fermo di 139 italiani) seguìto agli scontri durante la partita del Legia con la squadra romana. È questo il senso dell’appello traversale dei gruppi parlamentari che hanno chiesto al governo di informare il Parlamento dopo i ritardi con cui il ministero degli Esteri e dell’Interno si sono mossi. Solo oggi il ministro Bonino riferisce di aver parlato con il suo omologo polacco. È stata Giorgia Meloni ha ottenere l’informativa in aula del viceministro degli Esteri Marta Dassù perché «la vicenda esula da questioni sportive e tocca la dignità nazionale», ha detto la parlamentare di Fratelli d’Italia, che fin da subito ha seguito la vicenda. Di ora in ora emergono video e testimonianze che rendono chiara la gravità della situazione e il comportamento «indegno» delle forze di polizia polacche, ha detto la Meloni intervenendo in aula dopo che il viceministro degli Esteri ha assicurato l’impegno del governo e riferito che i connazionali trattenuti in Polonia «sono stati trattati malissimo, con pochissimo cibo e acqua da parte delle autorità competenti». È una vicenda «inaccettabile, un’altra spia sulla scarsa credibilità internazionale della nostra nazione, 140 cittadini italiani privati della libertà, senza cibo, senza acqua, donne, minori, disabili… Tutti fermata in una vera e propria retata preventiva», ha detto il capogruppo di Fratelli d’Italia, «noi condanniamo la violenza negli stadi, ma anche il sopruso e la violenza di Stato. Dov’era la rappresentanza delle nostre forze dell’ordine durante la partita? Tra le ipotesi di reato c’è quello di “schiamazzo”…», ha aggiunto prima della richiesta che il premier Letta nella sua prossima visita in Polonia chieda conto di quanto accaduto.


Tutti i gruppi (dal centrodestra a Sel) hanno concordato sul fatto che nessuna violenza di massa è stata commessa dai tifosi e che le forze dell’ordine polacche hanno agito in modo arbitrario anche se sul fronte degli scontri negli stadi non si deve abbassare la guardia. Nel suo intervento Barbara Saltamartini del Nuovo centrodestra ha insistito sulla necessità di chiarimento sulla negazione dei diritti dei nostri connazionali. «Chi ha sbagliato deve pagare e condanniamo le violenze, ma siamo in presenza di una vera retata, e ci sono stati dei ritardi», ha detto Luca D’Alessandro di Forza Italia. Nicola Molteni della Lega ha ricordato anche il caso dei due marò ancora in India dopo quasi due anni e la pessima gestione del caso kazako da parte del governo italiano. Il vendoliano Filippo Zoratti ha sottolineato, tra l’altro, che in occasione della partita di andata che si è svolta a Roma l’atteggiamento della polizia italiana è stato molto diverso. Fin troppo tollerante.

lunedì 2 dicembre 2013

No Muos. Centinaia in piazza con il fronte sovranista: “Siamo la Rete dei siciliani”...


di Geza Kertesz (Barbadillo.it)

In centinaia hanno sfidato il maltempo e l’allarme della protezione civile per dire il proprio “no” al Muos previsto a Niscemi. A Palermo è andata in scena ieri la “Rete No Muos”, il coordinamento sovranista che è nato per unire tutti i cittadini che si oppongono all’installazione militare statunitense non solo in ragione della tutela della salute ma anche in difesa della sovranità nazionale. Soddisfatto dello svolgimento del corteo indetto nel capoluogo siciliano il portavoce Stefano Di Domenico: «In centinaia abbiamo manifestato a Palermo sotto la pioggia. Un corteo pacifico e senza bandiere di partito come promesso. La nostra lotta continua, dunque».

“Liberi e sovrani”, si leggeva così nel grande striscione che ha aperto la manifestazione che ha visto la partecipazione non solo di siciliani ma anche di manifestanti provenienti da diverse regioni del Sud. Un corteo – apartitico nel quale sono state bandite tutte le bandiere di soggetti politici – che si pone oggettivamente come una novità nel panorama delle contestazioni popolari italiane. Proprio questo, l’invito a ragionare in termini trasversali rispetto al contrasto all’installazione militare Usa, è stato il motivo per cui è nata la “Rete”: «Da tempo la realtà No Muos – spiegano dal comitato – era stata monopolizzata come battaglia di una parte, oltretutto minoritaria: una scelta illogica, questa della sinistra radicale, rispetto alla quale abbiamo voluto proporre un modo diverso di affrontare un problema che riguarda tutti i siciliani».

La scelta di manifestare sotto l’Assemblea Regionale siciliana, allora, si spiega proprio in quanto il “primo” a essere messo sotto accusa è proprio il presidente Crocetta: «Sul Muos ha avuto un atteggiamento ondivago e strumentale. Sulla questione ha delle responsabilità enormi». Ma per la Rete No Muos non finisce qui: «Palermo è solo una tappa di un percorso che individualmente portiamo avanti da anni – racconta Di Domenico -. Adesso la “Rete” organizzerà in tutte le città siciliane incontri, monitoraggi, in previsione di altri eventi: perché la sovranità del nostro popolo è messa a rischio non solo dal Muos».

La giornata di ieri, però, è stata rovinata in parte dalla contromanifestazione (non autorizzata) animata dal “Movimento No Muos” che racchiude le sigle della sinistra antagonista. Alcune decine di esponenti dei centri sociali infatti si sono opposti fisicamente alla svolgimento della manifestazione. Le forze dell’Ordine sono intervenute e il bilancio è pesante: un arresto e tre feriti. Nelle parole di Di Domenico resta l’amaro: «Ora è il momento di isolare dal Movimento No Muos i centri sociali palermitani, responsabili degli incidenti e evidentemente al servizio degli americani».

Si spacca dunque, il fronte dei No Muos. Ma la condanna dal mondo dei social si indirizza tutta contro l’azione violenta degli aderenti al Movimento No Muos. Si legge tra i commenti: «Gli americani ora ringraziano». C’è chi poi si sofferma a riflettere: «Che dire? L’epilogo di questa manifestazione, alla fine, fa il gioco dei militari americani. L’unico modo per indebolire le ragioni di chi, legittimamente, protesta contro l’installazione in Sicilia delle antenne del mega-radar americano è quello di dividere l’intero fronte popolare».