di Mario M. Merlino (ereticamente.net)
Si
dice – non ricordo dove l’ho letto – che la sconfitta sia, come la
vittoria del resto, figlia di un padre austero e che abbia quale madre
certa la verità. Suona aspro e categorico e impietoso come un passo
edificante del filosofo Hegel, sebbene non sia citazione tratta da una
delle sue opere. E i suoi discepoli, anche quelli eretici (giovani
hegeliani secondo Karl Loewith o definiti da David Strauss, in
precedenza, e poi dal Michelet quali appartenenti alla sinistra
hegeliana), non furono da meno nel pensare che la storia sia sotto il
dominio della necessità, di un fine ineluttabile (non descrivevano già
con un senso tragico e grandioso i greci in questo modo il fato?).
Marx,
che fu frequentatore di costoro e compagno di bevute, e i suoi
‘scolari’, nello specifico, si resero profeti di quel sol dell’avvenire
ad annunciare un comunismo capace di appagare i bisogni, ritorno
arricchito al paradiso primigenio e primitivo da cui, causa la divisione
del lavoro, tutto aveva avuto il suo inizio. Storia di una spirale,
storia sacra (anche qui il richiamo ad una provvidenza non può essere
sottaciuto), storia insomma dove il rapporto delle umane azioni con il
teatro delle marionette, l’opera dei pupi, si palesa brutale ed
avvilente.
L’opera
dei pupi, già, eppure… mi raccontava don Ciccio, Frank Coppola o
Tredita (due le aveva lasciate, mi sembra, in un attrezzo agricolo), in
un andar avanti e indietro nel cortiletto dei reparti infermieristici
(luogo dei raccomandati) di Regina Coeli, come da ragazzetto a Partinico
assistesse alle rappresentazioni delle vicende di Orlando re Carlo e
dei paladini. E tanto era il coinvolgimento, soprattutto quando l’infame
traditore Gano di Maganza, usciva indenne dall’aver venduto i suoi
‘comites’, che vi era una vera e propria rivolta, bambini ragazzi e
adulti, contro il ‘puparo’. No, non era lecito che i traditori potessero
sfuggire al fio della loro colpa – l’onore non si smercia, l’onore in
primo luogo e innanzi tutto – che, per evitare di esser preso a pugni e
calci, costui s’inventava all’istante un altro esito dove ‘l’ordine
insegue il disordine’ (come pensavano, anche qui, precedendoci e
imponendosi gli antichi greci).
E questo moto del cuore, questa
rivolta apparentemente ingenua, che però nascondeva un rito comunitario,
un senso d’appartenenza alle leggi eterne sancite dalla trasmissione
orale e dall’azione riparatrice (ad esempio ‘il sasso in bocca’)
stabiliva – inconsapevolmente e si potrebbe osare darle il nome di
‘metafisica’ – che la storia può e deve essere cambiata se con la sua
pretesa di razionalità o materialismo deturpa offende si scaglia contro
un altro modo, immarcescente e immutabile, d’intendere la misura del
tempo…
(D’altronde il ‘nostro’ Maestro, tramite l’annuncio dello
Zarathustra, ci ha educato a concepire la verità niente più di una
opinione, un’opinione che ha trovato la forza d’imporsi… e Martin
Heidegger, resosi edotto da simile insegnamento, ha fatto risalire il
fraintendimento del principio di verità in Platone con il suo confondere
l’Essere con la determinazione delle Idee, assise nell’aurea dimora
dell’Iperuranio e dando loro il carisma d’essere e vere e belle e
giuste…).
Ho negli occhi ancora le immagini delle gabbie dove
erano esposti, nelle aule delle Corti d’Assise di tante parti d’Italia, i
brigatisti rossi suddivisi in irriducibili dissociati pentiti, tre o
quattro in una, pari numero in altra ed altri in un’altra ancora. E
tutti esibivano pugni chiusi leggevano proclami s’appellavano al
proletariato di ogni parte del mondo e si assumevano l’onore e l’onere
d’esserne guida sicura e assoluta disegnavano scenari di guerra di tutti
contro tutti, un’internazionale in armi… tre o quattro in una gabbia,
tre o quattro in un’altra ed altri ancora in una terza…
(La storia, l’antistoria, le storie…).
Pomeriggio
grigio e piovoso di un sabato qualunque. Le serrande dei negozi
abbassate, serrati i portoni, rari e frettolosi i passanti e il corteo
si snoda per le strade della città, due tre cinque mila giovani facce
dure e duri slogans, passamontagna sciarpe eskimo bastoni spranghe
molotov e, in fondo a proteggere la coda del corteo, le P38. Come i topi
della fiaba, il pifferaio di Haemlin, signori delle tenebre, padroni
del nulla. Arroganti e presuntuosi e illusi d’essere nel grande alveo
del presente in marcia verso un certo futuro…
E, dall’altra
parte, cacciati dalla storia e dalla società, senza dio né inganni,
folli e disperati, poeti senza versi, poche decine, mani levate gli
stessi bastoni le spranghe la molotov e la P38, nostalgia del passato
attimi di presente zero futuro…
(Coloro che si sentivano ormai dalla
parte dei vincitori; coloro che da vinti si dichiaravano fascisti per
stabilire se qualcuno valesse o meno. Il regno della qualità contro il
dominio della quantità…).
Su entrambi è passato il vento della
storia, molti ne ha abbattuti, ad altri ha regalato nel rinnegamento un
effimero successo – deputati giornalisti liberi professionisti -, altri
ancora li ha avvolti nell’ottenebramento e dalla memoria ha sottratto i
sogni e gli ideali della loro giovinezza… solo di alcuni si è trovato
impotente perché, chissà come, essi possedevano forti radici e si
rendevano incuranti di fronte al cambiamento.
Più facilmente è
trovare fra questi ultimi coloro che s’erano collocati – chissà come e
perché – in quella ‘nobiltà della sconfitta’ (sebbene il riferimento
vada al titolo del bel libro di Ivan Morris sulle gesta e sull’etica dei
samurai, il pensiero si fissa sugli eroi della tragedia greca, in piedi
tra le rovine). Ne parlavo ieri mattina davanti ad un cappuccino in un
bar della periferia romana ad ex miei alunni e, lo confesso, un po’
tronfio, aggiungevo, identificandomi… che forse in loro, in oscuri
meandri della mente e del cuore, vittoria e disfatta e la verità s’erano
rese orfane…