giovedì 17 luglio 2014

Il conformismo dell’anticonformista...


di Marco Acernese (L'Intellettuale Dissidente)

Chi bela fuori dal gregge insomma, bela comunque.


Oggi il conformismo ha il piercing, e i suoi adepti sono chiamati anticonformisti. Probabilmente Gaber ci avrebbe scherzato su; quel che è certo è che il circo dei finti emancipati, con tanto di fachiri, pagliacci e donne cannone, dobbiamo sorbircelo noi. E guai a offendere. Soprattutto se il soggetto in questione è omosessuale. In tal caso si rischia di passare un brutto quarto d’ora, perché alcune categorie sono, per legge, come i morti: nihil nisi bonum. E poi, nell’epoca del relativismo etico, tutto è, appunto, relativo. Relativo, per la precisione, a ciò che impartisce l’industria monopolistica del marketing, politico e commerciale.
Al tipico signore americano pacioccone e sedentario fu fatto credere, negli anni ’50, che, per essere virile quanto il cowboy della Marlboro, dovesse abbandonarsi alla mollezza del fumo; alla moglie di detto signore fu indicata la sigaretta come unica via di emancipazione. Ai figli della coppia fu poi spiegato che per diventare adulti avrebbero dovuto anch’essi prendere a fumare, o quantomeno a bere. Giammai a studiare. Sembra di vedere uno di quei moderni quadretti familiari affissi su Facebook in bella vista, eppure il raggiro collettivo che sfrutta la necessità di accettazione sociale, oggi veicolato dal miraggio velleitario di distinzione dalla massa, va avanti da decenni. Chi bela fuori dal gregge insomma, bela comunque. Per cui non può che annichilirsi all’interno di un altro insieme di pecore, magari ancora più vasto e rumoroso di quello di partenza. L’illusione di pensare fuori dal coro è però dolce e persuasiva. E’ adatta, cioè, a imbonire qualche credulone; e siccome i creduloni sono tanti, nascono le mode.
Il conformismo ha il piercing, dicevamo. Ce l’hanno, in realtà, anche i membri di numerose tribù che vivono e prosperano a contatto con la natura. A differenza degli appartenenti a tali agglomerati umani però, l’uomo occidentale ha dovuto ingegnarsi per sopravvivere a secoli di guerre e sovraffollamento. Sarebbe stato auspicabile quindi che ciò avesse condotto a un progresso non solo tecnologico, ma anche culturale. E tuttavia l’oscena arte delle botteghe dell’orrore è esercitata con crescente frequenza e discutibile maestria, per la gioia di una pletora d’ignavi asserviti al credo del taglia e cuci corporale. Scavare nella propria carne al fine di applicarvi un corpo estraneo diviene familiare. Piercing e tatuaggi fanno da apripista alle applicazioni tecnologiche biocompatibili prossime venture sul mercato. Ciò che un tempo evocava incubi grotteschi degni di “eXistenZ” di David Cronenberg, oggi, filtrato da metallo reso estetico e da evocative quanto banali citazioni marchiate con il fuoco, desta giubilo e desiderio. Induce all’incirca la stessa gioia che suscita l’andare a un concerto. Peccato però che anche in questo caso qualche artista, per quanto valido, nel mare dell’anticonformismo conformista, ceda alla tentazione di sguazzarci. Franco Battiato si esibirà tra qualche giorno a Roma. Il prezzo dei biglietti va dai trenta agli ottanta euro. L’intero ricavato sarà devoluto in meditazione.

martedì 15 luglio 2014

FIRENZE: CASAGGì PER LA PALESTINA!


FIRENZE: CASAGGì ESPONE STRISCIONE PER LA PALESTINA A POCHI PASSI DAL VERTICE DEI MINISTRI EUROPEI PER LO SVILUPPO. LA GIOVANE DESTRA CHIEDE UN INTERVENTO DELL’EUROPA PER FERMARE GLI ATTACCHI SU GAZA. 

Firenze, 15 luglio 2014

A pochi passi dal vertice dei ministri per lo sviluppo dell’Ue, in atto a Firenze in questi giorni, alcuni militanti del “centro sociale di destra” Casaggì Firenze, assieme ad alcuni esponenti di Fratelli d’Italia e Gioventù Nazionale, hanno esposto uno striscione sul Ponte Vecchio in solidarietà con il popolo palestinese e con la sua lotta per l’autodeterminazione. 

“Quello in atto a Gaza – dichiarano da Casaggì – è un vero e proprio genocidio ai danni del popolo palestinese: centinaia di morti, utilizzo di armi vietate dalle convenzioni internazionali, raid aerei sui civili, bombardamenti a tappeto su ospedali e aree abitate. Quella in atto non è una guerra, poiché il popolo palestinese non possiede un’aviazione o una flotta: è un massacro attuato con scrupolosa precisione ai danni di un popolo già costretto a subire le ingerenze israeliane sul proprio territorio e nella propria quotidianità. Quella in atto non è neanche una strategia difensiva, vista l’inefficacia degli attacchi portati avanti dalle frange armate di Hamas, ma una vera e propria offensiva in piena regola, forte di una superiorità di mezzi e di armi senza precedenti”. 




“La giovane destra fiorentina – proseguono da Casaggì – lancia un appello ai ministri europei presenti a Firenze in questi giorni affinchè l’Unione Europea faccia quanto possibile per far cessare i bombardamenti israeliani su Gaza e sui territori palestinesi”.

lunedì 14 luglio 2014

L’Italia finita...

di Fabrizio Fiorini (Rinascita.eu)

Con tutto il rispetto dovuto alla figura del Presidente della Repubblica, per imprescindibile senso civico nonché ai sensi dell’art. 278 del codice penale, nonché per la riverenza dovuta alla sua carica istituzionale e costituzionale che – dice la stessa Carta – dovrebbe avere come caratteristica primaria quella di “rappresentare l’unità nazionale”, quindi tutte le componenti sociali, anche i proscritti, gli esclusi, i diseredati, è tuttavia d’obbligo contestare all’ottuagenario Capo dello Stato una qualche lentezza nelle sue constatazioni, una vagamente scarsa avvedutezza nella rilevazione dei fenomeni sociali, politici ed economici che riguardano non già l’ovattato mondo dei mercati finanziari, bensì la vita e spesso, purtroppo, la mera sopravvivenza di milioni di connazionali.
Nel corso della recente visita nella Venezia Giulia, il presidente ha affermato, lapidario: “se i giovani non trovano lavoro, l’Italia è finita”. E se ne accorge ora, signor Presidente? Lei è nella politica e nelle istituzioni da oltre sessant’anni e se ne accorge ora? Non potrà dire anche lei: “eh, ma è la crisi”; non è stato un fenomeno istantaneo, che uno si sveglia la mattina e “c’è la crisi”. Non c’è stata una guerra lampo, non hanno bombardato le fabbriche, non hanno chiuso le università e le scuole, non hanno spruzzato il diserbante sui campi e avvelenato i pozzi da un giorno all’altro. L’Italia, signor Presidente, è finita da un bel po’. Non è facendo assumere un migliaio di giovani al call-center o all’Ikea che si risolve tutto.
A voler essere pignoli, Eccellenza, l’Italia è già “finita” centinaia di volte da quando Lei abita le stanze del potere. E’ finita, negli ultimi anni, ogni volta che un suo compatriota si è messa la corda al collo perché non aveva più di che sfamare la famiglia. E’ finita ogni volta che un governo ha preso denaro in prestito da una banca centrale chiedendolo indietro, con un sistema fiscale predatorio, ai propri cittadini. E’ finita nel 2003, quando è stato dato un colpo mortale ai diritti dei lavoratori gettandoli in pasto a ogni sorta di sfruttatori. E’ finita ogni volta che si è deciso di mantenere un immigrato clandestino piuttosto che aiutare un connazionale, perché così volevano la Caritas, Confindustria e i salotti della “sinistra”.
E’ finita, l’Italia, nel 2002, quando abbiamo adottato la “moneta unica”; ed è finita nel 1992, quando abbiamo delegato alla Banca centrale il potere di decidere il tasso d’interesse con cui ci deve essere prestato il denaro; ed è finita nel 1981, quando l’ultimo residuale potere del ministero del Tesoro sulla Banca è stato cassato per legge. E’ finita ogni volta che la penna di un politicante ha servilmente firmato il trattato di Schengen, quello di Maastricht, il Patto di stabilità, il Fiscal compact.
E’ finita, signor Presidente, ogni volta che un nostro soldato è stato mandato a morire per guerre d’aggressione al seguito degli americani; ogni volta che è stato leso l’onore dei nostri fanti, dei nostri marinai, dei nostri paracadutisti, dei nostri avieri costretti a uccidere innocenti iracheni, afghani, serbi.
L’Italia non rischia di finire nel 2014, perché Ella si è accorto che il 40% dei giovani non ha lavoro. E’ finita negli anni Novanta, quando avete detto “privatizziamo tutto” e tutti saremo più ricchi. Quando avete dismesso l’industria dello Stato, quando avete ucciso l’agricoltura, quando avete delegato a una cricca di eurocrati il potere di decidere anche come schiacciare l’uva e come tagliare il grano.
L’Italia è finita nel bagagliaio della R4 in cui è morto Aldo Moro, sulle spiagge della Tunisia in cui è morto Craxi, colpevoli di aver timidamente proposto modelli di sviluppo “non allineati” a questa povera Repubblica. E’ finita sull’aereo di Enrico Mattei. E’ finita a piazza Fontana, a Ustica, sul treno Italicus, alla stazione di Bologna, quando i poteri d’oltreoceano decisero di mantenere un “ordine politico” cercando di minare l’ordine pubblico.
E’ finita, questa povera Italia, negli anni sessanta e negli anni settanta, quando le forze sane del Paese furono fatte scannare nelle piazze in nome di un “antifascismo” e di un “anticomunismo” da operetta, in una guerra di artefatti e velenosi “opposti estremismi”. E’ finita quando ci siamo inchinati alla Nato, all’Unione Europea, è finita ogni volta che una bandiera a stelle e strisce è stata piantata su una delle oltre cento basi militari che occupano il Paese da settant’anni a questa parte.
E’ finita ogni volta che viene stroncata una voce libera, ogni volta che un concittadino finisce in carcere per reati d’opinione, ogni volta che viene applicata la censura sul libero pensiero.
Qualcuno, Eccellenza, non cade più nell’imbroglio. L’Italia non rischia affatto di finire: questa Italia, la vostra Italia, è già finita. E’ finita nel 1945, quando una buona parte della Sua generazione, in intelligenza col nemico, perse la guerra e la consegnò, da Lampedusa al Brennero e unitamente al destino di milioni di cittadini, in mano al potere apolide della finanza, alla dittatura atlantica del capitalismo selvaggio, alla tirannia del pensiero unico, al magma indistinto dell’omologazione, al mesto destino della perdita di ogni identità.
Alla nostra generazione invece, e a quelle che verranno, il compito di mutarne le sorti, di raddrizzarne la schiena, di svegliarne la coscienza. Ad majora.     

mercoledì 9 luglio 2014

Il mondo deve far cambiare politica a Israele...



di Daniele Biella - Ilan Pappe


Intervista allo storico israeliano, autore del saggio 'La pulizia etnica della Palestina', che ha suscitato risonanza mondiale e aspri dibattiti in patria. "Quale pace? Quella in cui lo Stato ebraico accetti le responsabilità per le proprie azioni sbagliate, oltre a incolpare Hamas per l'uccisione dei giovani coloni". Intanto la violenza nei Territori degenera, ucciso un 16enne palestinese




L’ultima notizia è agghiacciante, se confermato il movente. Un 16enne palestinese è stato rapito ieri sera nei pressi del campo profughi di Shufat, alle porte di Gerusalemme, e il suo corpo senza vita è stato ritrovato, brutalizzato e bruciato, questa mattina: i primi sospetti sono su una macchina (ripresa dalle telecamere) che testimoni attribuiscono a coloni israeliani, ma che altri ricondurrebbero a una faida tra famiglie: in queste ore nei pressi del campo ma non solo è in atto una guerriglia urbana. A 66 lunghissimi anni dall’inizio del conflitto israelo-palestinese, la barbarie sta prendendo il sopravvento. Quella stessa barbarie che ha portato ignoti (nonostante il premier israeliano Netanhyahu accusi Hamas, per ora non c’è alcuna prova schiacciante in merito) a rapire e a uccidere vicino a una colonia tre giovani israeliani, ora potrebbe fondare sull’occhio per occhio la propria vendetta, in un Israele sgomento, con decine di migliaia di persone che hanno partecipato ai funerali dei ragazzi, ma preda di un’ira (ieri sera nelle vie di Gerusalemme c’è mancato poco per una vera e propria ‘caccia al palestinese’) che può far precipitare ancora di più una situazione già disperata e fonte di enormi sofferenze in entrambi i lati del conflitto. Dopo le interviste a Janiki Cingoli e al volontario dell’Operazione Colomba, Vita.it ha raggiunto Ilan Pappe, uno degli storici israeliani più noti e discussi per via del suo impegno politico nella sinistra d’Israele e per avere scritto uno dei libri più letti e venduti al mondo sul tema, ‘La pulizia etnica della Palestina’. Lo scenario che delinea Pappe, oggi professore presso l’università di Exeter, in Inghilterra, è quello di due paesi, due popolazione, appese come non mai a un filo della Storia sempre più sottile, quasi invisibile.

La situazione, dopo la scoperta dei corpi dei ragazzi israeliani, sta sfuggendo di mano a tutti e si teme l’azione vendicativa, incontrollata, dei coloni. Siamo a un punto di non ritorno?

Il ritrovamento dei corpi senza vita può essere letta come un motivo in più per il governo di Israele per accelerare una strategia che sta portando avanti da molto tempo, nel tentativo principale di indebolire Hamas e annettere l’Area C (il territorio palestinese sotto controllo militare e civile israeliano) al proprio Stato. Questo sarebbe stato fatto altrimenti in modo più lento, ma la direzione è stata chiara fin dall’inizio.

Cosa può essere fatto per non lasciare che la violenza dilaghi?

Il nocciolo della questione è sempre lo stesso, ovvero quale pace vogliamo come soluzione al conflitto israelo-palestinese. Bisogna liberarsi dal paradigma di una pace basata sulla two states solution (la soluzione di due Stati divisi, quella indicata anche da Barack Obama, ndr) e concentrarsi sul vero problema: l’infrastruttura ideologica dello Stato ebraico. Se continuiamo a parlare di soluzione dei due Stati, incolpiamo Hamas per la violenza e non accettiamo che anche Israele abbia responsabilità per le proprie politiche criminali, la violenza è destinata ad andare al di là di ogni controllo.

Come vive la popolazione di Israele quanto successo? Segue il governo che persegue una “forte risposta” o non si sente del tutto coinvolta?

Molti israeliani leggono il tragico evento fuori dal contesto: non interessa loro, o non sanno, che almeno cinque giovani palestinesi sono morti nell’ultimo mese, da quando i giovani erano stati rapiti, o che la violenza verso di loro è il risultato della politica del proprio governo, non interessato alla pace e aderente all’ideologia sionista. La popolazione vuole una risposta armata sempre più forte e l’esercito è pronto a dargliela, con il risultato che una parte della politica può reagire in modo molto duro verso i palestinesi avendo il completo supporto della gente.

Qual è il ruolo del movimento di Hamas in tutto questo?

Hamas non era direttamente coinvolto nel rapimento, ma appoggia i rapimenti di soldati o coloni come parte della propria battaglia armata contro il sionismo.

Questi fatti accadono a meno di un mese di distanza dal primo accordo politico della propria storia tra Hamas e il principale partito, Al Fatah, al potere in Cisgiordania. Mera coincidenza?

Probabilmente no. Forse il rapimento è stata un’iniziativa di un gruppo locale di simpatizzanti di Hamas insoddisfatti dall’unità con Fatah, ma può darsi che sia stato programmato anche prima dell’accordo. Quello che è chiaro ora è che Israele userà l’evento per contrastare il nuovo governo di unità nazionale palestinese.

Quali azioni ci si può aspettare dalla comunità internazionale per migliorare la situazione?

Se la comunità internazionale continua a garantire a Israele l’immunità sotto l’ombrello del cosiddetto ‘processo di pace’, questo ciclo di violenza non smetterà.

Pensa che siamo alle porte della Terza Intifada?

Ritengo che i fattori che potrebbero portare a un’eventuale terza sollevazione popolare si sono già attivati da tempo, con o senza l’uccisione dei ragazzi israeliani. Ovvero, potrebbe concorrere al suo scoppio nel futuro, ma ne sarà la causa scatenante.

Quale sarà il risultato degli ulteriori bombardamenti di queste ore su Gaza?

Una maggior determinazione da parte di Hamas a continuare la sua battaglia. Inoltre, maggiori sofferenze per i palestinesi, e l’allontanamento di una soluzione per noi israeliani. L’oppressione, la povertà, la disoccupazione e la sensazione di vivere in una prigione a cielo aperto è il retroterra per ogni resistenza palestinese, violenta o nonviolenta. E continuerà finché il mondo con costringerà Israele a cambiare la propria strategia politica.

sabato 5 luglio 2014

La mistificazione egualitaria...



di Enrico Marino (EreticaMente.net)

Viviamo nell'epoca della globalizzazione tecnico-economica che rende il mondo un immenso mare, un'immensa superficie liscia ed omogenea, sempre uguale a se stessa, dove l'omologazione dell'umanità corrisponde a un grande mercato composto da consumatori integrali, cioè da uomini tutti uguali, individui massificati alla maniera dell'american way of life, vestiti tutti allo stesso modo, con gli stessi desideri, con le stesse convinzioni, con la stessa lingua neo-imperiale, l'inglese, frequentatori del centro commerciale, incollati alla tv o ad uno schermo del computer, dimentichi della trascendenza, che conducono una vita sessuale libera da ogni condizionamento, che si divertono tutti allo stesso modo (discoteche, concerti rock e pop, karaoke, ecc.). 

Questo processo ha avuto un potentissima accelerazione già dagli anni Sessanta del XX secolo, quando la società dei consumi non solo ha cominciato a produrre in serie oggetti tutti nuovi e uguali per uomini uguali perché massificati (cioè omologati alle mode, al vestiario, alla musica di provenienza anglosassone), ma ha contribuito alla diffusione di quel materialismo e di quell'edonismo di massa (quasi sempre legati a quelle stesse mode) che hanno rafforzato ed esasperato l'individualismo (l'altra faccia della massificazione) e desacralizzato le masse ben più a fondo di quanto, contemporaneamente ma con altri metodi più rozzi, non riuscisse a fare l’ateismo sovietico, apertamente ostile alla religione.

Le giovani generazioni occidentali degli anni Sessanta e Settanta, cresciute col nuovo benessere e nel suo culto, hanno quindi sposato quel Sessantotto-pensiero che è stato la principale causa culturale della crisi ideale che stiamo vivendo (la causa materiale, occorre ribadirlo, è l'onnipresenza e l'onnipotenza della merce e del denaro). 

I sessantottini hanno lavorato in perfetta “falsa coscienza” per il capitale globale, che a parole dicevano di voler combattere. Dicevano, infatti, di voler abbattere il capitale, ma non ci sono riusciti. In compenso le loro idee hanno conquistato quelle stesse élites ultracapitaliste, quindi profondamente e integralmente materialiste, che erano per natura predisposte ad abbracciare quell'ideologia egualitaria riveduta e corretta, emendata cioè della sua carica economicamente sovversiva, nel momento in cui essa non mirava più all'abolizione della proprietà privata. 

Le epoche dove il primato è del denaro, sono anche quelle nella quali imperversa la peggiore febbre egualitarista. 

Tanto più allorché essa rivendichi, come nel caso del femminismo e dell'immigrazionismo, “diritti” che permettano di calmierare stipendi e salari mantenendo invariato il flusso delle merci e dei consumi. Infatti, il lavoro femminile generalizzato, incentivato come momento di emancipazione e necessitato dalla spinta al consumo, ha nuociuto in molti casi alla stabilità famigliare e alla natalità, ma ha contribuito alla crescita economica (due stipendi più bassi al posto di uno più alto, a capacità di consumo invariato o superiore), che è il primo comandamento del monoteismo del mercato; così il numero sempre maggiore di immigrati non sindacalizzati, presenti sul suolo europeo e disposti a lavorare per salari bassi, ha consentito di mantenere sotto controllo o addirittura deprimere il costo del lavoro. 

Se gli interessi economici costituiscono il fine del nuovo individualismo egualitario, i mezzi per conseguirlo non hanno tralasciato nulla di intentato nell’attacco dissacratore avverso i principi della comunità naturale e della società tradizionale, indicate come un coacervo di oscurantismo e repressione, in opposizione alle teorie formulate dal pensiero relativista e radicale, figlio degenere e pervertito della vecchia eredità illuminista e positivista. 

L'azione congiunta dello Stato moderno e del mercato hanno determinato la grande frattura che ormai ci separa dalle società tradizionali, l'apparizione di un tipo di società dentro la quale l'uomo individuale si prende per fine ultimo e non esiste che per sé medesimo. 

Frutto del sostrato materialista della società dei consumi, le nuove rivendicazioni individualiste, cosmopolite ed egualitarie, laiciste, anti-identitarie e profane, si concentrano intorno alla demonizzazione del passato europeo, alla promozione di una mentalità cosmopolita o mondialista, alla retorica delle vittimizzazione selettiva delle minoranze (il politically correct, oscena creazione delle università e del circo mediatico degli Stati Uniti d'America) e all'esaltazione dei diritti umani, acriticamente, violentemente e dispoticamente affermati. 

Ne è un esempio l'imposizione terroristica dell'omofilia obbligatoria e della società “meticcia” o “multiculturale”. In questo tipo di società, questi uomini atomi, questi individui, si considerano primi, si identificano come l'origine, si distaccano dal sacro e dall'autorità e si concepiscono anche su un piano di uguaglianza con gli altri uomini. Questa centralità dell'uomo è, nella pratica, la centralità dell'individuo. 

D'ora in poi quando la modernità dice “uomo” intende “individuo”. 

L'individuo però non è l'uomo inteso nella sua accezione classica e naturale, ma un essere separato, resecato dalla comunità alla quale appartiene, e che si sente svincolato dall'auctoritas e dalla tradizione che lo precedono, un essere desocializzato e destoricizzato, la cui natura sociale e politica non è affatto costitutiva della sua umanità. Dall’economia alla politica (sottomessa all’economia!) il passo è breve.

Anche il Nuovo Ordine Mondiale di cui oggi si parla è il frutto della tentazione egualitaria, di quella passione per l'uniformità e per l'identico tipica del pensiero economico che trasferisce la sua infezione nelle Istituzioni. Non a caso è proprio la banconota del dollaro a portare iscritto il motto paramassonico "Novus ordo seclorum", cioè Nuovo Ordine Mondiale. 

E' un'ideologia, quella del mondialismo, che ha uno stretto legale con l'individualismo e l'egualitarismo, che ne sono le logiche premesse. I tre fattori dell'uguaglianza, del materialismo e dell'individualismo formano un insieme coerente, dove ciascun fattore viene dall'altro ed anche lo rafforza. 

Infatti solo se gli uomini sono atomi tra loro interscambiabili, come nella stessa teoria dei diritti umani, si può pensare a quella cosmopolis egualitaria, che è il sogno congiunto della destra del denaro (finanzieri, banchieri, multinazionali) e della sinistra politica, anche quella che si definisce no-global (ma che in realtà è global cioè internazionalista e mondialista, prefiggendosi di regolamentare la globalizzazione tramite lo Stato mondiale omogeneo). 

La globalizzazione, infatti, essendo fondamentalmente egualitaria, parte da premesse economiciste ma sogna di fondere tutte le razze, tutti i popoli e tutti gli Stati in una sola razza, un solo popolo, un solo Stato. 

Questo è il motivo per il quale tutti i movimenti identitari e cosiddetti populisti, che intendono combattere l'immigrazione di massa e difendere le particolarità storiche dei loro popoli, vengono demonizzati dal circo mediatico e dalla classe politica progressista, di destra e di sinistra. 

Le tendenze egualitarie sono andate ben oltre l'economicismo marxista, portando avanti la distruzione di ogni pur lieve forma di differenziazione in ogni ambito dell'uomo e dell'universo. 

Niente più Stati e patrie, niente più differenze di razze (il famoso melting pot: il termine stesso razza suona ormai in maniera negativa, come se le razze non fossero, in natura, come qualsiasi altra diversità). Niente più distinzione culturale, niente più distinzione persino ontologica. 

Dovremmo quindi batterci perché non si realizzi, attraverso la politica di Washington, della NATO, dell'ONU, della UE e del grande capitale finanziario e delle multinazionali, un nuovo “nomos della terra” unipolare sotto guida statunitense, preludio di uno Stato mondiale futuro, ma bensì un mondo multipolare, dove la stessa Europa, rispettosa dell'autonomia di Stati nazionali al loro interno federati o confederati - e quindi rispettosi delle identità diverse che li compongono, delle patrie carnali e naturali che non si possono ridurre all'astrazione della nazione - venga a costituire un polo autonomo di civiltà al fianco degli altri, distanziandosi dalla politica atlantista e appoggiando la Russia nel suo tentativo di costituire un pluriverso, un nuovo “nomos della terra” che, come auspicava Schmitt, permetta a grandi spazi continentali di gestire e controllare le potenze della tecnica e dell'economia. 

Perché l'uomo non è un essere universale, ma un essere particolare, radicato in una terra e in una cultura, anche se capace di aprirsi e tendere all'universalità. 

La sua apertura all'universalità lo rende unico tra tutte le creature, ma questa apertura non sacrifica mai del tutto la sua particolarità. E anche se la negazione dell'apertura all'universale è, a volte, divenuta disumana, la negazione della particolarità è apertamente antiumana.

giovedì 3 luglio 2014

Deputato PD in un video che inneggia alla violenza contro gli italiani...




tratto da VoxNews

Il parlamentare del PD, il marocchino Khalid Chaouki, sponsorizza attraverso la sua pagina Facebook, una canzone chiamata “Ius Music” di un rapper anche lui marocchino.
Il testo della canzone è inequivocabile, inneggia alla violenza e al terrorismo. Ecco cosa dicono i “nuovi italiani”, coccolati dalla Boldrini e dalla Kyenge. Che cosa succederebbe nella situazione inversa?
Il futuro è il nostro lo vogliamo in esclusiva, stanchi di elemosinare diritti e metterci in fila.
“Da Palermo a Torino scoppierà un casino (ma è una minaccia o un programma?), se l’Europa è un altra storia se Roma non è Berlino, è la paura di qualcosa che ormai vive qua vicino e non ti salverai.
Non sono un G2 Italiano col trattino, una fiat uno col bazooka sul tettino è la storia di un normale cittadino impazzito era clandestino adesso è un assassino.”
Il parlamentare del PD è pure presente nel video, del quale si suppone che condivida i contenuti.

Il video:
http://www.youtube.com/watch?v=ZHUw8zd0FrY

martedì 1 luglio 2014

Israele, il genocidio dell’acqua per sterminare i palestinesi...

di Giorgio Cattaneo

L’accesso all’acqua potabile è un presupposto essenziale per la sopravvivenza di ogni comunità, e i servizi igienico-sanitari sono altrettanto essenziali per la salute pubblica. Le leggi internazionali universalmente accettate, istituite per proteggere il diritto di accesso all’acqua potabile, sono sistematicamente violate dal governo israeliano nella Palestina occupata, accusa Elias Akleh: Israele «ha trasformato l’acqua in un’arma di genocidio lento e graduale». Cisgiordania e Gaza soffrono la sete, mentre le comunità rurali dipendono dalle magre forniture israeliane. Numeri: nelle principali città, un palestinese ha accesso ad appena 70 litri d’acqua al giorno, contro i 100 litri raccomandanti dall’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nelle campagne la dose scende ad appena 20-30 litri, mentre negli insediamenti israeliani verdeggiano parchi e giardini con piscine. «È stato stimato che il 44% dei bambini palestinesi nelle zone rurali soffrono di diarrea – la maggiore causa di morte dei bambini sotto i 5 anni nel mondo a causa della scarsa qualità dell’acqua e degli standard di igiene».


Secondo l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, mentre i coloni israeliani irrigano i loro frutteti consumando anche 400 litri d’acqua al giorno a persona, le comunità beduine devono cavarsela con 10-20 litri al giorno, acqua di cisterna a bassa qualità. «Consapevoli della disastrosa situazione dell’acqua nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza – scrive Akleh in un post ripreso da "Come Don Chisciotte" – i paesi donatori hanno sostenuto gli sforzi dell’Autorità Palestinese per sviluppare il settore idrico e igienico-sanitario, e hanno destinato fondi per la costruzione di bacini idrici, impianti di trattamento delle acque reflue, e per la riparazione e l’ampliamento delle reti idriche e fognarie». Sono strutture vitali per la popolazione, finanziate dall’Ewash, coalizione che raggruppa 30 Ong internazionali. Eppure, annota Akleh, «con la sua lunga storia di violazioni di molte leggi internazionali, grazie alla collaborazione della sua società idrica nazionale Mekorot e della società agro-industriale israeliana Mehadrin, il governo israeliano ha adottato politiche discriminatorie sistematiche, gravi e dannose, per ostacolare l’accesso all’acqua ai palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, combinato con l’imponente furto delle risorse idriche».

Un rapporto dell’Onu rivela che le società Mekorot e Mehadrin minano gravemente l’accesso dei palestinesi all’acqua, in particolare nella valle del Giordano, pompando l’acqua dei pozzi e delle sorgenti d’acqua palestinesi verso le colonie illegali israeliane (insediamenti) in Cisgiordania. «L’acqua palestinese è stata rubata e convogliata in Israele a costo zero», poi una parte della “refurtiva” viene rivenduta alle città palestinesi: «In questo modo Israele sta rubando ai palestinesi sia la loro acqua che il loro denaro». Tel Aviv, continua Akleh, esercita un potere sottile: «Attraverso la lentezza della burocrazia, blocca la maggior parte delle licenze e i permessi per i nuovi impianti idrici in Cisgiordania, ponendo come condizione la reciproca approvazione da parte dei palestinesi dei progetti nelle colonie illegali, gli insediamenti: un accordo che l’Autorità Nazionale Palestinese rifiuta per paura di legittimare queste colonie». Così, l’Anp non è stata in grado di realizzare infrastrutture su larga scala per proteggere la popolazione: tra il ‘95 e il 2011, i palestinesi si sono visti approvare solo 4 progetti su 30 per le acque reflue e appena 3 pozzi agricoli sui 38 richiesti nel solo 2011.


«A causa delle artificiose carenze di acqua imposte da Israele e della mancanza di impianti di trattamento delle acque reflue e delle reti fognarie, la maggioranza dei palestinesi ha dovuto ricorrere alla vecchia pratica di costruire pozzi d’acqua privati, pozzi neri e fosse settiche», racconta Akleh. «Nelle aree rurali i palestinesi dipendono dalle vasche di raccolta d’acqua piovana, dalle cisterne e dai serbatoi d’acqua. Ciò aumenta i timori per la salute pubblica e per i danni all’ambiente». Non è tutto. «Oltre ai tempi prolungati della burocrazia israeliana e al libero furto dell’acqua palestinese, il governo israeliano ha adottato ed attuato politiche e pratiche immorali e illegali, con l’obiettivo di distruggere le risorse idriche palestinesi e di contaminare i loro terreni agricoli per stimolare l’auto-evacuazione dei palestinesi da una zona ambita e la diffusione di una malattia mortale tra i loro bambini cagionevoli». Anche per questo, l’esercito israeliano «svolge ordinariamente quelli che vengono chiamati ordini di demolizione di cisterne comunali e pozzi d’acqua in terreni agricoli privati a causa di una presunta mancanza di autorizzazione». Molte di queste cisterne «sono vecchie di centinaia di anni, più vecchie dello stesso stato illegale di Israele», e includono «serbatoi di acqua trainati da animali e da trattori».

Solo nel 2011 l’esercito israeliano ha demolito 89 strutture “Wash” in Cisgiordania, tra cui 21 pozzi, 34 cisterne e molti piccoli serbatoi rurali nella valle del Giordano. «Tale demolizione comprendeva anche la distruzione degli orti, delle stalle e delle baracche degli animali». Una devastazione che viola l’articolo 53 della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta la distruzione di proprietà privata o pubblica, ed è una chiara violazione del diritto all’acqua, tutelato dall’articolo 11 della Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. «Il governo israeliano – continua Akleh – utilizza questa negazione dell’accesso all’acqua per innescare gli spostamenti delle persone, soprattutto nelle zone che fanno parte del programma per l’espansione coloniale, in particolare per il fatto che queste comunità sono composte per lo più da agricoltori, che 
dipendono dall’acqua per il loro sostentamento. Di solito, l’interruzione della fornitura delle risorse idriche precede l’esproprio dei terreni per nuovi progetti coloniali».


Il muro di separazione per l’apartheid israeliano, 700 chilometri in costruzione dal 2002, «è stato deliberatamente deviato attraverso la Cisgiordania per includere, nella parte israeliana, il ricco e fertile terreno agricolo palestinese con grandi falde acquifere sotterranee, in particolare all’interno delle provincie di Jenin, Qalqilya e Tulkarem». Il muro, continua Akleh, ha ulteriormente ridotto l’accesso dei palestinesi all’acqua e ha portato alla perdita di accesso a 49 pozzi e serbatoi ad uso agricolo e domestico. A Gaza invece si usano i raid aerei per bombardare le risorse idriche e gli impianti di trattamento dell’acqua, le strutture fognarie, e persino le cisterne agricole antecedenti all’istituzione dello Stato ebraico. «Dal 2005 le incursioni militari israeliane hanno intenzionalmente distrutto almeno 300 pozzi agricoli situati nella zona cuscinetto designata da Israele», devastando anche serbatoi d’acqua sui tetti e molti chilometri di tubazioni e reti d’irrigazione. Durante l’operazione “Piombo Fuso”, sono state rase al suolo strutture idriche per un valore di 6 milioni di dollari.

«La situazione a Gaza è particolarmente terribile», sottolinea Akleh. «I palestinesi si basano interamente sulla falda acquifera quasi esaurita, contaminata da acqua salata e dalle acque reflue inquinate, la cui acqua è inadatta al consumo umano». Il brutale assedio imposto da Israele limita l’importazione di molti beni essenziali, tra cui il combustibile necessario per il funzionamento dell’unica centrale elettrica di Gaza. «Senza energia elettrica, gli impianti di trattamento delle acque reflue e le pompe d’acqua in buono stato non possono funzionare, con il conseguente inquinamento prodotto dalle acque reflue». Risultato: «Si stima che 89 milioni di litri di liquami scorrano ogni giorno nel Mar Mediterraneo ad aumentare il livello di nitrati in acqua, fino a sei volte superiore ai limiti dell’Oms di 50 milligrammi per litro. Questo contamina anche il pesce da cui molti palestinesi a Gaza dipendono come principale prodotto alimentare». Fino al 95% dell’acqua estratta dalla falda costiera di Gaza non è adatta al consumo umano. Molte famiglie ripiegano sull’acqua di cisterna, che però è contaminata dai batteri: per l’Onu, diarrea ed epatite virale sono le principali cause di morbosità nella popolazione dei rifugiati della Striscia di Gaza.

Il danno peggiore alle risorse idriche palestinesi, ai loro terreni agricoli e all’ambiente, è causato dai coloni, gli estremisti religiosi ebraici armati fino ai denti, «guidati dalla loro religione di suprematismo razzista e senza ostacoli», e protetti dal tacito incoraggiamento del governo di Tel Aviv. «Occupano illegalmente e con la forza le cime delle colline dei terreni agricoli palestinesi, vi costruiscono le loro colonie illegali e iniziano ad attaccare le comunità palestinesi limitrofe». Veri e propri pogrom: attaccano le case palestinesi, incendiano i loro raccolti e le stalle degli animali, confiscano le sorgenti d’acqua. E poi «avvelenano i pozzi con sostanze chimiche, li inquinano con i pannolini sporchi, con le proprie feci o con i polli morti», giungendo a crivellare di colpi di serbatoi sui tetti, dopo averli rovesciati a terra. Colonizzatori fanatici: «Sono i maggiori produttori pro capite di acque reflue in Cisgiordania, e scaricano grandi quantità di acque reflue direttamente nell’ambiente, contaminando il terreno agricolo adiacente e i corsi d’acqua ad uso agricolo».
Strategia: inquinare la campagna palestinese, scaricandovi le acque fognarie senza alcuna depurazione, per favorire la propagazione di malattie e sfrattare la popolazione. Secondo le Nazioni Unite, il problema è devastante da quando ai palestinesi sono state strappate le sorgenti: i coloni «hanno usato minacce, intimidazioni e recinzioni». Israele, riassume Elias Akleh, sta deliberamente violando tutte le leggi internazionali che ha sottoscritto: il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Icescr), il Patto internazionale sui diritti civili e politici (Iccpr), la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (Crc), la Convenzione Onu sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw), la Quarta Convenzione di Ginevra e il suo protocollo aggiuntivo sulla protezione delle vittime dei conflitti armati, nonché molti dei regolamenti dell’Aja. Negare il diritto all’acqua «è considerato un crimine di genocidio», per il quale Israele «è molto famoso».