mercoledì 15 ottobre 2014

Alla fine ha vinto Marx.Siamo tutti uguali:individualisti e nichilisti...




di Marcello Veneziani

Marx ha vinto e vive con noi. Non è una boutade o un paradosso, è la realtà. Il marxismo separato dal comunismo -e la sua utopia scissa dalla sua profezia - è lo spirito del nostro tempo. Viviamo in piena epoca marxista. Non mi riferisco solo alla crisi economica presente né solo al fenomeno previsto da Marx ed ora effettivamente avverato della ricchezza concentrata in poche mani, con una minoranza sempre più ricca e ristretta e una maggioranza sempre più vasta e povera.

Dobbiamo rifare i conti con Marx, e non solo perché ci siamo formati in un’epoca - come scrive Dürrenmatt - in cui «essere marxisti era una specie di dovere» - un dovere che noi trasgredimmo. Ma soprattutto perché il marxismo impregna il nostro oggi. Scrive Marx nel Manifesto: «Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra e gli uomini sono finalmente costretti a osservare con occhio disincantato la propria posizione e i reciproci rapporti». È la prefigurazione più precisa della nostra epoca. Il marxismo fu il più potente anatema scagliato contro Dio e il sacro, la patria e il radicamento, la famiglia e i legami con la tradizione; una teoria che si fece prassi pervasiva. Fu una deviazione la sua realizzazione in paesi premoderni, come la Russia e la Cina, la CAMBOGIA o Cuba. Contrariamente a quel che si pensa, il marxismo non si è realizzato nei paesi che hanno abbracciato il comunismo, dove invece ha fallito e ha resistito attraverso l’imposizione poliziesca e totalitaria; si è invece realizzato nel suo spirito laddove nacque e si rivolse, nell’Occidente del capitalismo avanzato.

Non scardinò il sistema capitalistico, ma fu l’assistente sociale e culturale nel passaggio dalla vecchia società cristiano-borghese al neocapitalismo nichilista E GLOBALE. La società dei consumi, dei desideri e dei mondi virtuali ha realizzato, nella libertà, il compito e la definizione che Marx dava del comunismo: «è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». L’utopia comunista è stata realizzata a livello planetario, ma sul piano individuale e non collettivo, come invece pensava Marx. Nel segno dell’individualismo di massa e non del comunismo e della sua abolizione dello Stato, della proprietà privata o delle diseguaglianze. Non sconcerti questa lettura individualistica di Marx. Nell’Ideologia tedesca, Marx dichiara che il fine supremo del comunismo «è la liberazione di ogni singolo individuo» dai limiti locali e nazionali, famigliari e religiosi, economici e proprietari. Il giovane Marx onora un solo santo nel suo calendario: Prometeo, l’individuo eroico e liberatore. Uno dei primi scopritori dell’essenza individualistica che si celava dentro la buccia collettivista di Marx fu Louis Dumont in Homo aequalis.

La società capitalistica globale ha realizzato le principali promesse del marxismo, seppur distorcendole: nella globalizzazione ha realizzato l’internazionalismo contro le patrie; nell’uniformità e nell’omologazione ha inverato l’uguaglianza e il livellamento universale; nel dominio globale del mercato ha riconosciuto il primato mondiale dell’economia posto da Marx; nell’ateismo pratico e nell’irreligione ha realizzato l’ateismo marxiano e la sua critica alla religione; nel primato dei rapporti materiali, pratici e utilitaristici rispetto ai valori spirituali, morali e tradizionali ha realizzato il materialismo marxiano; nella liberazione da ogni legame organico e naturale ha realizzato il prometeismo marxista nella sfera individuale; nella società libertina e permissiva ha inverato la liberazione marxiana dai vincoli famigliari e matrimoniali; e come Marx voleva, ha realizzato il primato della prassi sul pensiero. Il marxismo, fallito come apparato repressivo a Est, si è realizzato come radicalismo permissivo a Occidente, separandosi dal comunismo anticapitalista, messianico e profetico. E ora si realizza anche nell’Estremo Oriente, in Cina e Corea, nella forma del mao-capitalismo, il comunismo liberista.

La spinta ideologica del marxismo si condensa in forma di mentalità; la sua avanguardia intellettuale assume il controllo del potere culturale, come una setta giacobina che vigila sulla conformità al politically correct; mentre nei rapporti sociali ed economici, il marxismo si conforma alla società globale e neocapitalistica di massa. Di cui è stato in definitiva la Guardia Rossa, a presidio della rimozione della Tradizione. Lo spirito del marxismo si realizza in Occidente, facendosi ideologicamente radical, economicamente liberal. Ha perso i toni violenti del marxismo - la cruenta lotta di classe e la dittatura del proletariato - lasciati alle rivoluzioni del Terzo Mondo e frange estreme d’Occidente; ma con essi ha perso anche l’anelito alla giustizia sociale e il radicamento nel proletariato e nella classe operaia. La società di massa dell’Occidente ha portato a compimento la previsione di Marx: la proletarizzazione dei ceti medi ma dopo l’imborghesimento del proletariato. La borghesia si universalizza come stile di vita e modello, ma il suo allargamento coincide col suo abbassamento di status socio-economico al rango proletario.

Quel che Marx non aveva capito era che il disincanto, la secolarizzazione, l’ateismo non avrebbero risparmiato nemmeno il comunismo e la sua vena escatologica e profetica. Arrivo a dire che il comunismo dell’est è stato sconfitto dal marxismo occidentale, col suo materialismo pratico, la sua irreligione e il suo primato dell’economia che hanno sradicato più che nelle società comuniste il seme vitale dei principi e degli assetti tradizionali. Non a caso i marxisti d’Occidente si sono convertiti allo spirito radical e liberal, all’individualismo, al mercato e alla liberazione sessuale, dismettendo la liberazione sociale. La lotta di classe ha ceduto alla lotta di bioclasse nel nome dell’antisessismo e l’antirazzismo. Anche la difesa egualitaria delle masse di poveri ha ceduto alla tutela prioritaria dei «diversi».

Il marxismo resta attivo sotto falso nome e falsa identità, quasi in forma transgenica, come spirito dissolutivo della realtà e del suo senso, del sacro e del fondamento, dei principi e delle strutture su cui si è fondata la società tradizionale. La fine del marxismo, a lungo enunciata, è un caso di morte apparente.

lunedì 13 ottobre 2014

Non uomini ma gregge...

 di Diego Fusaro
La disperazione generale si traduce in condizione religiosa da cui si attende la salvezza. Anziché lottare per rovesciare la condizione che necessita dello sfruttamento e della permanente mortificazione della dignità umana, gli offesi del pianeta, in preda allo stesso cinismo dei dominanti, cercano in ogni modo un’inclusione entro i confini blindati del regime dell’alienazione planetaria.

Li abbiamo visti, pochi giorni fa. Li abbiamo visti perché, come sempre, clero giornalistico e circo mediatico hanno saturato lo spazio dell’informazione con la notizia. Alludo al gregge amorfo di ultimi uomini, adepti della religione della forma MERCE, in coda per acquistare l’i-Phone 6. In coda per ore, in attesa di entrare in possesso dell’agognata merce, ultima frontiera della reificazione in atto.
È quella che, nel mio lavoro “Il futuro è nostro” (Bompiani, 2014), ho qualificato nei termini di “religione della MERCE perfetta”. Di tale religione si sostanzia la civiltà dei consumi con il suo costante rilancio dei desideri gravidi di alienazione: ne scaturiscono scene di ordinaria postmodernità, quale quella del gregge amorfo degli ultimi uomini in coda per l’I-Phone 6. Tutte le passioni individuali vengono depoliticizzate, anestetizzate e impegnate nel culto reificato del raggiungimento sempre differito della merce perfetta, il meglio che il capitalismo possa vendere ai suoi sudditi coatti. Consumo, ergo sum: è questo il macabro motto dell’uomo contemporaneo, rovesciamento dell’adagio cartesiano con cui si era inaugurata la civiltà moderna.
La svolta epocale introdotta dall’avvento della religione del CAPITALE si evince anche dal fatto che la salvezza dall’angoscia e dal dolore di esistere cessa di essere perseguita tramite la via delle religioni tradizionali, come fuga mundi. La sola salvezza possibile, nel tempo dell’Apocalisse economica e del “diluvio universale” della LIQUIDITÀglobale, diventa il consumo smisurato e, dunque, la perdita di sé nell’insensatezza divenuta mondo. Essa pone in essere quella schiavitù del soggetto al potere assoluto dell’oggetto. L’astuzia della produzione risiede nel generare l’illusione che nell’oggetto-merce riposi la possibile salvezza e, insieme, nel fare sì che esso sia caratterizzato da una strutturale vacuità di fondo: l’oggetto-merce si dissolve rapidamente, nell’atto stesso con cui viene consumato. All’I-Phone 3, segue il 4, e poi il 5, il 6, secondo le logiche illogiche del cattivo infinito del fanatismo dell’economia.
In tale maniera, nell’ordine della religione del capitale l’illusione di salvezza è puntualmente vanificata dalla vacuità dell’oggetto e, insieme, risorge sempre da capo uguale a se stessa, in una danse macabre di merci che si estinguono nel consumo per poi risorgere sempre di nuovo.
È su questo circuito perverso che si regge il segreto della liturgia consumistica come ricerca costante di salvezza in un oggetto che continuamente sparisce nel consumo e sempre riappare nella circolazione. L’oggetto-merce, anziché salvare, continua a generare ex novo la circolarità funesta che prometteva di spezzare. Per questo, il godimento che il discorso del capitalista propina è senza soddisfazione.
E mentre questo incantesimo tiene feticisticamente paralizzata l’umanità, in balia dei prodotti della sua mano, la domanda da porsi resa sempre la stessa: perché, anziché battersi per la propria emancipazione, gli uomini lottano per la loro schiavitù? Perché, anziché combattere per rovesciare il sistema dell’alienazione e dello sfruttamento planetari, essi si battono in difesa delle loro stesse catene? Perché, in altri termini, preferiscono la schiavitù alla libertà? Stiamo vivendo – superfluo ricordarlo – nella SOCIETÀ più diseguale della storia: è la società in cui il differenziale di ricchezza e di potere è sempre più marcato e ha per condizione la necessaria miseria di una parte dell’umanità. In questo scenario, ogni pancia vuota dovrebbe costituire un argomento contro il mos oeconomicus egemonico: e, invece, anche al netto dell’ultima sconvolgente crisi, si assiste alla persistenza generalizzata di una folle fede – spesso anche da parte di chi ne trae solo svantaggi – nel sistema dell’irrazionalità dilagante elevata asummum bonum dalle omelie neoliberiste. La disperazione generale si traduce in condizione religiosa da cui si attende la salvezza. Anziché lottare per rovesciare la condizione che necessita dello sfruttamento e della permanente mortificazione della dignità umana, gli offesi del pianeta, in preda allo stesso cinismo dei dominanti, cercano in ogni modo un’inclusione entro i confini blindati del regime dell’alienazione planetaria. Anziché battersi per rovesciare il sistema che li rende sfruttati e disoccupati, alienati e precari, preferiscono mettersi placidamente in coda per acquistare l’I-Phone 6, il meglio che la civiltà dei consumi possa vendere loro.

venerdì 10 ottobre 2014

Veneziani: “Non è la moneta a fare l’Europa”...

Marcello_Veneziani
di Emanuele Ricucci (Barbadillo.it)

Marcello Veneziani, di che salute gode l’Europa, soprattutto alla luce dei fatti che coinvolgono l’asse Russia-Ucraina-Usa, tra sanzioni ed affari, all’alba di quella che potrebbe essere, il condizionale è d’obbligo, una nuova, possibile guerra fredda?
L’Europa non ha una visione strategica del mondo e procede tra cieche convenienze di corto respiro o interessi finanziari che prescindono da interessi popolari, egoismi ed egemonie nazionali che danneggiano altri paesi europei… Lo si vide con la primavera araba, con le crisi in medio oriente, con l’immigrazione, lo si vede con la Russia…
Dai Baschi ai Catalani, dai Bretoni alla Corsica, dai Tirolesi ai Veneti, passando per la Sardegna, dai Fiamminghi alla Scozia, ultima in ordine cronologico ed altri. Si sogna una nuova nazione nella  nazione, incastonata, a sua volta, in una sovranazionalità sempre maggiore ed in una sovranità propria, sempre più assottigliata e ristretta.  Sono segnali che l’Europa deve cogliere o rimangono capricci secessionisti con il miraggio del ritorno a proprie visioni economiche e proprie regole, ad una autodeterminazione pura?
Reputo importante la difesa delle identità e delle comunità locali e nazionali ma non riesco a vederle che all’interno di un sistema di cerchi concentrici in cui la patria locale ‘ dentro la patria regionale, che è dentro la patria nazionale, che è dentro la patria europea… E’ assurdo sognare lo smembramento, in forma di secessione, non porta da nessuna parte e rende ancora più fragile la difesa dai nemici interni e dai poteri multinazionali interni.
Si può parlare ancora di Europa Nazione o stiamo transitando verso la fine degli stati nazionali immaginati e concretizzatisi negli ultimi due secoli?
L’Europa nazione era il sogno della gioventù nazionale e rivoluzionaria di destra ma non è mai stato il progetto europeo; come l’Europa delle patrie sognata da de Gaulle… Ma il fallimento politico, culturale e popolare dell’Europa è la dimostrazione che la strada seguita era sbagliata, non è l’economia, non è la moneta che può fare l’Europa…
Dove corre l’Europa, verso un blocco completo, compatto, definitivo o ad un ritorno verso il suo medioevo costellato di stati, regni e granducati? A suo avviso, potrebbe configurarsi questa possibilità?
Sono possibili più esiti, ma allo stato attuale non mi sembra probabile l’autoscioglimento dell’Europa. Il problema è fare un deciso passo avanti o un deciso passo indietro e non restare in mezzo al guado: ovvero o nasce un’Europa politica, unita sul piano militare e strategico, capace di una sua politica estera e in grado di fronteggiare la colonizzazione finanziaria, la concorrenza asiatica e l’immigrazione selvaggia, oppure meglio tornare alle realtà nazionali.
Patrick Buchanan, uno dei padri del paleoconservatorismo americano, di per sé molto affine al nazional-conservatorismo europeo, afferma in suo recente articolo:” La decomposizione delle nazioni della vecchia Europa è il trionfo del tribalismo sul transnazionalismo. Il richiamo del sangue, la storia, la fede, la cultura e la memoria sta vincendo la lotta contro l’economismo, l’ideologia materialista occidentale che sostiene che il desiderio di denaro e delle cose è ciò che motiva in definitiva l’umanità”. E’ d’accordo con Buchanan?
Non ha torto Buchanan. Quando si trascurano i bisogni spirituali, simbolici e ideali di un popolo da un verso si lascia incontrastato il dominio del materialismo e dall’altro si eccita una reazione selvaggia, un’esplosione incontrollata di sentimenti repressi che poi dà luogo a forme radicali, estreme e fanatiche
Su questa base, potrebbe iniziare a montare un sentimento ed una volontà di frazionamento auto protettivo delle identità e delle culture, di restaurazione dei dettami originari, seppur ammodernati, delle colonne su cui si fondano le civiltà europee? Che si inizi ad essere fieri, in questo grande Villaggio Globale, di essere o tornare ad essere una minoranza che salvaguarda se stessa ed interpreta l’avvenire  secondo i propri schemi, le proprie peculiarità, le proprie visioni?
La difesa delle identità non va però concepita come una chiusura a contesti più ampi. Bisogna saper progettare l’idea di una comunità aperta, cioè legata alle proprie radici, identità e tradizioni ma non chiusa al mondo e alle diversità, reclusa e ostile rispetto a ogni altra differenza.
Datosi che la sovranità di un popolo nella sua terra costituisce base fondante per la definizione stessa di “stato-nazione”, lo spirito sovranazionale Europeo, sempre più stringente, che si manifesta nelle strutture e nelle scelte politiche ed ancor più in quelle economiche, potrebbe contribuire al frazionamento nazionale del Vecchio Continente?
Io non vedo “lo spirito sovranazionale europeo”, vedo poteri sovranazionali che nel nome astratto dell’Europa e del mercato, mortificano le realtà locali e nazionali e in questo mondo rischiano di alimentare frustrazioni fino a provocare reazioni imprevedibili…
Qquale indirizzo dovrebbe seguire, sempre su questa scia di considerazioni, la contemporanea destra Europea? Seguire una linea di tutela “tradizionale”, quindi sostenere un blocco Europeo fondato su dettami culturali definiti, identitari, legati alle radici, alla memoria del Vecchio Continente o dovrebbe essere di rottura coi vecchi schemi, accogliendo di buon occhio questa decomposizione come vera ed innovativa forma di salvaguardia delle integrità culturali e nazionali?
Ribadisco quel che ho detto agli esordi, a proposito di un’Europa dei cerchi concentrici. La via da seguire è concepire l’Europa come una realtà sinfonica, armoniosa nelle sue differenze, che sappia integrare e non dis-integrare le patrie locali e nazionali in un’entità sovraordinata. Una specie di piramide che non cancella né deprime le sue basi ma che poi raggiunge la sua sintesi in alto. Diversità in basso, unità in alto. Un arcipelago di patrie che animano una civiltà.

giovedì 9 ottobre 2014

Sentinelle. Fusaro svela l’inganno degli antagonisti: “Fate il gioco dei capitalisti”...


tratto da Barbadillo.it

La querelle tra centri sociali/antagonisti e Sentinelle in piedi corre il rischio di essere una straordinaria trovata mediatica per occultare il dibattito in corso in Parlamento sulla riforma del Lavoro, tema ben più fondante dei diritti (declinati purtroppo secondo schemi d’oltreoceano).
Sull’argomento si registra la presa di posizione del filosofo Diego Fusaro, che da sinistra ha bacchettato gli antagonisti, puntualizzando non solo il ruolo comunitario della famiglia, ma evidenziando come la distruzione di ogni residuale forma di vita che superi l’individualismo non sia altro che un favore al “grande capitale” e al pensiero unico. Scrive l’allievo di Costanzo Preve: “Al di là della carnevalata della divisione in tifoserie calcistiche pro e contro la famiglia tradizionale, occorre rilevare un aspetto: il fanatismo economico aspira a distruggere la famiglia, giacché essa – Aristotele docet – costituisce la prima forma di comunità ed è la prova che suffraga l’essenza naturaliter comunitaria dell’uomo. Nasciamo in comunità e – con buona pace della Thatcher e dell’individualismo robinsoniano dei neoliberali – l’individuo è già sempre collocato in una comunità originaria, senza la quale non sarebbe possibile. L’individuo si sviluppa e può pensarsi come individuo solo all’interno di un processo di soggettivazione la cui base è sempre e comunque comunitaria. La comunità viene prima. Ora, come anche ho cercato di mostrare nel mio recente “Il futuro è nostro” (Bompiani, 2014), il capitale vuole vedere ovunque atomi di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile”.
Quindi Fusaro svela l’inganno nel quale la sinistra radicale è caduta in questo frangente: “Ragazzi che andate a protestare contro la famiglia quando non potete concretamente farvene una (a causa del precariato, della disoccupazione, dei tagli alla spesa pubblica): quando capirete che state facendo il gioco del capitale? Quando capirete che state lavorando per il re di Prussia? È il capitale che, in nome della flessibilità e della precarietà, sta distruggendo la famiglia come luogo della stabilità affettiva e sentimentale. E voi – che lo sappiate o no – siete dalla parte del capitale”.

mercoledì 8 ottobre 2014

Difendiamo il Lavoro, difendiamo l’Art.18!

Oggi come ieri, sempre al fianco della Comunità popolare e dei lavoratori.
Difendiamo il Lavoro, difendiamo l’Art.18.
Contro il Liberismo capitalista, per il Socialismo Nazionale.
“Il lavoratore non è, come vuole il marxismo, solamente oggetto di sfruttamento. La classe operaia non è la classe dei diseredati che si mobilitano per la lotta universale delle classi. Il lavoro non è solamente l’occasione ed il mezzo per guadagnare un salario. Al contrario: il lavoro è per noi il titolo di ogni attività, e di ogni agire regolato, di cui i singoli, i gruppi e gli Stati assumono la responsabilità ed è per ciò stesso al servizio del popolo. Soltanto così c’è lavoro, e soprattutto lì, dove la libera forza di decisione e di affermazione degli uomini si auto impone, per la realizzazione, una volontà ed un compito. Per questo ogni lavoro, in quanto lavoro, è spirituale!” (Martin Heidegger, 1934)
di Maurizio Rossi

La degenerazione di ogni valenza superiore e l’azzeramento di ogni sistema dottrinale, pianificati dai profeti del Liberalismo, ha permesso che l’unico metro di paragone e di riferimento fosse riportato al libero scambismo, al consumismo e quindi all’esaltazione della società dei consumi, all’irresponsabile utilitarismo e alla sublimazione della brama di profitto, il più egoista e smodato possibile.
Insomma, il pervasivo sistema liberale è riuscito a trasformare l’uomo europeo in un passivo e succube fantoccio, una sorta di Golem della modernità, in uno sfruttato, frustrato, ma ingordo consumatore e sperperatore delle risorse naturali. Un docile fruitore di servizi totalmente spoliticizzato e per di più convinto di essere stato liberato dal fardello dalle ideologie, liberato pertanto dall’ingiustizia e dalla sofferenza di doversi preoccupare del destino del proprio popolo e della propria Patria.
Ci troviamo di fronte alla prima giovane generazione che si ritrova compiutamente al di fuori della cultura del lavoro intesa come radicamento sociale all’interno della propria comunità di appartenenza, come prospettiva di costruzione di un percorso da compiersi per la famiglia e a beneficio del popolo, insomma come possibilità di avere un futuro.
Una generazione quindi completamente precarizzata non solo nella sua proiezione sociale e collocazione produttiva, ma anche nella sua immagine, sempre più sbiadita, del futuro. Questa è una immane tragedia che comprometterà seriamente la stabilità futura del nostro popolo. Occorrerà, per poter contestare questa delirante deriva rimettere l’autentica concezione del Lavoro al centro della scena sociale, affermando di conseguenza che non potrà mai esistere una sana economia nazionale — una economia destinata al soddisfacimento del benessere comune — se non esisterà un autentica concezione del Lavoro produttivo, garantito e protetto dalla legislazione sociale e dallo Stato.
Se non tornerà ad esistere una economia programmatica vincolata alle necessità della Comunità popolare, una autentica produzione di beni e di servizi, non rimarrà altro spazio che quello dominato da un’economia virtuale di profitto, quella speculativa delle agenzia di rating, dei vigliacchi gangster mascherati da illuminati manager. Rimarrà solamente la bramosia di profitto dei capitalisti che de-localizzano le loro aziende e la loro produzione all’estero per guadagnare di più e spendere di meno — consegnando i lavoratori alla disoccupazione e le famiglie alla disperazione — mentre quelli che rimangono nel territorio nazionale preferiscono utilizzare, come strumento di ricatto contro i lavoratori, le masse ingenti di immigrati, da immettere a basso costo nel mercato del lavoro. Per il semplice fatto che l’invasione migratoria, oltre che minare drammaticamente il nostro paesaggio culturale e popolare e compromettere la possibilità di riproduzione della nostra Identità nazionale e culturale — peculiare nell’immaginario del nostro popolo — servirà in misura sempre maggiore a giustificare gli interessi di macelleria sociale perseguiti dalla casta liberista imprenditoriale e dal Capitalismo mondialista.

lunedì 6 ottobre 2014

Le Sentinelle in piedi conquistano le piazze. Contestazioni da sinistra...


sentinelle
tratto da Barbadillo.it

 
Successo e partecipazione per la manifestazione nazionale delle Sentinelle in piedi, “Cento piazze per l’Italia”, durante la quale il movimento, laico ed autoconvocato, ha espresso il proprio dissenso verso il ddl Scalfarotto sull’omofobia e verso le Il format è ormai familiare. Le Sentinelle si caratterizzano per l’occupazione sileziosa di una piazza davanti a palazzi istituzionali nella quale i militante leggono un libro
L’evento è avvenuto in contemporanea in tutte le cento piazze italiane con numeri che difficilmente si vedono in altre manifestazioni: a Milano e a Verona sono intervenuti 500 veglianti, a Modena più di 300.

Le “Sentinelle in piedi” nascono originariamente in Francia, per protestare contro la legge sul matrimonio omosessuale. A seguito delle repressioni messe in atto dal governo Hollande, alcuni aderenti alla Manif Pour Tous idearono le Sentinelle, che vegliano silenziosamente di fronte ai palazzi del potere. In Italia sono arrivate un anno fa e hanno ingrossato le loro file in occasione della presentazione del DDL Scalfarotto, dei disegni di legge su coppie di fatto e adozioni a coppie di omosessuali.

Purtroppo i media si sono curati dell’evento di domenica solo a causa delle contestazioni violente subite dalle Sentinelle. I centri sociali di sinistra e gli attivisti delle associazioni pro diritti gay non hanno digerito una mobilitazione così vasta e hanno organizzato presidi di protesta, degenerati talvolta in tafferugli, per impedire la manifestazione silenziosa e pacifica, che però a quanto pare è stata un successo.

mercoledì 1 ottobre 2014

‘Patriottismo’: Rito d’amore e di morte...


di Daniele Zanghi (L'Intellettuale Dissidente)

Pochi sono a conoscenza che tra le opere di Mishima si puo’ annoverare anche un film, da lui scritto, messo in scena, interpretato, girato e prodotto. Datato 1966, questo cortometraggio di 30 minuti fu a lungo creduto andato perso, probabilmente distrutto dalla sua vedova, per poi essere riscoperto nel 2005. Lungi dall’essere una parentesi o un tentativo, o tantomeno un’opera minore, una versione propagandistica dell’omonimo racconto da cui è tratto,Yūkoku (Patriottismo) è da considerarsi come facente parte a tutti gli effetti del continuum arte-vita dell’affascinante teorico, ed effettuale protagonista, della filosofia dell’istante.
 La narrazione dei fatti storici che fungono da pretesto per la presentazione del suicidio rituale viene affidata a degli intertitoli. In seguito all’Incidente del 26 Febbraio 1936, ossia un tentativo di colpo di Stato organizzato da alcuni alti ufficiali dell’esercito giapponese, al luogotenente Shinji Takeyama, amico degli insorti, viene impartito l’ordine di giustiziare i suoi stessi colleghi. Takeyama si trova nella situazione tragica per eccellenza: egli è metafisicamente bloccato, incapace sia di tradire i suoi amici, sia di disobbedire all’Imperatore. Il suo destino è segnato, l’impossibilità di scegliere una delle due forme di fedeltà lo costringe ad optare per l’unica soluzione che lo salvi dal disonore: il seppuku (taglio del ventre). Sua moglie Reiko lo seguirà nella morte pugnalandosi alla gola.
 Le immagini del film, privo di dialoghi, sono accompagnate soltanto da un brano del Tristan und Isolde di Wagner. L’indefinitezza tonale dell’armonia è coerente con l’apertura emotiva dei momenti precedenti il rituale: si tratta di una stessa straziante fumosità sensuale recante pero’ un pesante senso del definitivo. Separate dal tempo e dallo spazio, le coppie Takeyama-Reiko e Tristano-Isotta sono accomunate dalla fascinazione per la notte, per il desiderio insaziabile e fatale, una fascinazione decadente per una morte voluttuosa che è al contempo una promessa di liberazione: in poche parole abbiamo uno stesso “rito d’amore e di morte”, una stessa immersione nell’irrefrenabile notte che sfocia sulla conquista dell’eternità.
 Eppure Yūkoku presenta una differenza fondamentale rispetto all’estetica decadente occidentale per così dire “oppiacea”. L’ossessione dell’annullamento che vi ritroviamo esclude l’informe, il groviglio psicologico e sensuale. Tutto cio’ che freme e striscia è incompatibile con la purezza ricercata da Mishima. I suoi personaggi sono dei contemplativi, la loro visione del nulla è agli antipodi della poca lucidezza di un Tristano in preda a degli attacchi d’ira.  I due amanti sono caratterizzati dalla purezza della loro intenzione: in particolar modo, ancor più dell’imperturbabilità di Takeyama, che in quanto uomo non può lasciare trasparire segni di debolezza -i suoi gesti e le sue espressioni sono freddi, egli è distante dalla cinepresa e non rivela i propri sentimenti-, colpisce la risolutezza di Reiko che riesce a vincere il suo istintivo attaccamento femminile alla vita. Ella sa verso cosa va incontro, ella ha accettato. Nel racconto originale (incluso nella raccolta Morte di Mezza Estate) si vede bene come Reiko già sapesse dal giorno del suo matrimonio che questo momento sarebbe infine potuto giungere; il mondo dell’infanzia le appare lontano e irreale considerata la pienezza identitaria che la presenza del marito le aveva sempre lasciato intravedere, e alla quale ora può anch’ella assurgere.  Che la sua condotta sia in realtà il risultato di una cancellazione della sua personalità dettata dall’amore nevrotico di suo marito, poco importa -Reiko ormai ha deciso.  La pellicola in bianco e nero accentua l’incarnato virginale del suo volto splendidamente sereno ed i suoi tratti sfiorano la perfezione nella scena in cui si trucca prima di suicidarsi. Una tale morte è impensabile per noi occidentali, noi che nelle tragedie abbiamo dei personaggi divoratori di dubbi.
La filosofia o meglio l’estetica che anima i due amanti va di pari passo con la severa visività di tutta la messa in scena. Il debito di Mishima nei confronti del teatro Nō è evidente, come dimostra l’essenzialità della scenografia. I personaggi si muovono in due soli ambienti: un giardino e una washitsu, cioè una stanza tradizionale giapponese, in cui campeggia un kakemono (rotolo di carta o di seta destinato ad essere appeso ad un muro) recante due caratteri che significano “fedeltà”. La perfezione formale culmina nell’inquadratura finale dei due corpi plumbei, quello di Takeyama vestito dall’abito militare e quello di Reiko dal kimono, adagiati l’uno sull’altro nella sabbia ondulata del giardino che forma un motivo circolare. Ecco, ecco gli esseri che, offerti sangue ed interiora, estirpata l’anima attraverso l’atto estremo, tornano ad essere “dolci e meravigliosi come gli Dei”*.
*dalla poesia “Le Stelle”