venerdì 16 gennaio 2015

Reato di associazione terroristico-eversiva...


di Alessio Mulas (L'Intellettuale Dissidente)

La gioia dei genitori, le lacrime degli amici, le dichiarazioni e controdichiarazioni dei politici, le analisi a caldo dei giornalisti. Che splendido teatrino, per Greta e Vanessa. Vorremmo poterle descrivere come due ragazze ingenue. Ma anche no. E non perché i loro poveri padri le descrivono come «brave, responsabili, non superficiali» – ahimè, un genitore per amor dei figli vivrebbe anche con due coscioni di prosciutto sugli occhi, di quelli con uno strato di grasso così spesso da impedirti di VEDERE la realtà anche oltre il tuo naso. Nemmeno perché le immaginiamo ingannate da una propaganda degna di un Goebbels, tanto da partire zaino in spalla per la Siria, quasi fosse un Erasmus esotico e di beneficenza, insieme a quel Daniele Raineri – altro grullo che passa il tempo a sputare merda sulla verità, quasi fosse un conato di ritorno da coprofago, dalle colonne de Il Foglio.
No. Diremo, senza tradire incertezze, quello che Greta e Vanessa sono state: cooperanti. Le chiamano così, sulla CARTA stampata targata Italia. E cooperato hanno: sì, con i terroristi, i tagliagole, gli assassini. Il cartello nelle loro mani, ritratto in quella foto vista ormai alla nausea, era dedicato «agli eroi di Liwa Shuhada», brigata di ribelli formato da civili siriani, cani da battaglia ben legati al guinzaglio dell’Esercito siriano libero, i cui capi godono della bella vista delle suite degli alberghi a cinque stelle di Istanbul. Altro che ingenue le giovincelle, altro che stupide! Sapevano bene che le immagini dei civili massacrati, che tutti noi conosciamo, sono il prezzo di una guerra infame. I traditori della Patria, nell’Inferno dantesco, subivano la pena immersi nel ghiaccio fino al collo, nel freddo gelido dell’Antenora. Dietro quel cartello, sventolava il tricolore verde-bianco-nero, la falsa bandiera di chi lucra e gioisce della distruzione di un Paese. Alla Siria non si addice il verde di un islamismo omicida e mal politicizzato, quanto il rosso del sangue dei martiri. Martiri che di essa hanno fatto un polo di resistenza contro il vento di un Occidente che tutto distrugge e nulla ricostruisce.
Le istituzioni, all’unisono, si sono compiaciute della liberazione di Greta e Vanessa. Due cittadine italiane che tornano a casa sono una piacevole notizia. È però tempo di risputare quei rospi che vi fecero ingoiare. Il cattivo Assad, le armi chimiche, le stragi, i bombardamenti sui civili, i terroristi di Hezbollah; e poi ancora i combattenti per la libertà, la PRIMAVERA araba, i gentili alleati che aiutano i ribelli, era tutto una serie inesauribile di pallottole di propaganda, sparate dritte dritte contro noi teste di turchi.
Ora sono libere: processatele. Il diritto italiano prevede un reato di associazione per terrorismo internazionale, e il caso dovrebbe rientrare tra questi. Abbracciatele, baciatele, fatele gli auguri, ma poi dritti nella stanzino, con avvocati e inquirenti – senza dimenticare il giornalista Raineri e il fabbro, loro complice, Roberto Andervill. La Procura di Roma aveva aperto un’inchiesta per sequestro di persona a scopo di terrorismo, eppure qui si tratta anche di altro. Tirate le orecchie di Greta e Vanessa, perché sentano meglio la morale della favola: chi di terrore ferisce, di terrore perisce. Due bellissimi versi di Rino Gaetano assicuravano che «la donna di strada è un fatto mitico / se a prezzo politico ci puoi pure sta’». I soldi del riscatto, salvo smentite, sono il «prezzo politico»: due cooperanti più un sacco di menzogne. Prendi tre, paghi 12 (milioni).

giovedì 15 gennaio 2015

Good bye George...







di Andrea Minciaroni (L'Intellettuale Dissidente)

Sembra passata una vita da quando Henry Kissinger lo definì come: “il mio migliore amico comunista”. La storia di Giorgio Napolitano è come uno di quei film dove il protagonista principale, pur di rimanere vivo in mezzo a degli spietati nemici decisi a farlo fuori, riesce, con grande abilità, a svignarsela diventando amico di tutti e accontentando chiunque riesca a salvarlo anche a costo di perdere la propria dignità. Una storia, quella del “buon” Giorgio, che incarna alla perfezione i vizi – senza le virtù – del nostro paese: la capacità di schierarsi, in base ai momenti e alle occasioni, con il potere di turno: prima fascista, poi comunista, poi atlantista, oggi europeista, domani chissà.  A prescindere da tutte quelle fallimentari iniziative con cui ci ha consegnato all’Europa della Troika, attraverso la geniale idea delle larghe intese, grazie a cui tre presidenti del consiglio si sono seduti a Palazzo Chigi senza passare per le elezioni; la cosa che ci preme sottolineare qui – che non viene ribadita quasi mai – riguarda il fatto che, durante i suoi sette anni di presidenza, l’Italia è riuscita ad aumentare ancora di più il suo asservimento verso quella che forse è stata è sarà per sempre la vera madrepatria di George: gli Stati Uniti d’America.
In questi sette anni abbiamo combinato di tutto: abbiamo bombardato, a discapito delle nostre aziende, quello che fino a pochi mesi prima era un  nostro alleato che piazzava il suo bel tendone a Villa Pamphili, non ci siamo opposti al tentativo di rovesciare Assad e oggi scopriamo improvvisamente che i terroristi ce l’hanno anche con noi, abbiamo approvato le sanzioni economiche verso la Russia nonostante il giro di affari che abbiamo messo in piedi con i nostri imprenditori, e non abbiamo mai condannato i soprusi di Israele verso il popolo palestinese, ma anzi, ci siamo inginocchiati all’altare del più forte senza vergogna. Ultimo ma non ultimo:  il totale disastro diplomatico con l’India per la questione Marò. Sembra ingiusto accusare di tutto questo Giorgio ? Forse. Ma, essendo la nostra non una repubblica parlamentare – questo solo all’apparenza – ma presidenzialista sul modello francese – in modo più ipocrita però perché da noi facciamo credere che conti di più il premier – da un certo punto di vista possiamo dire che sì: se c’è una regia a tutto ciò, quantomeno – per essere buoni – il caro Giorgio ha sempre dato il via libera.
C’è un detto che recita più o meno così: “al peggio non c’è mai fine”. Guardando la storia di NATOlitano – il suo vero nome di battesimo – oggi possiamo tuttavia affermare con certezza una cosa: al peggio non c’è mai fine, è vero, ma sei hai vissuto sette anni in un paese governato dal miglior amico di Kissinger forse ora sei pronto per qualsiasi cosa.

lunedì 12 gennaio 2015

La farsa del corteo di Parigi...


di Andrea Minciaroni (L'Intellettuale Dissidente)

Quasi due milioni di persone e quarantacinque capi di stato hanno partecipato ieri a Parigi al corteo contro il terrorismo, una mobilitazione senza precedenti a seguito del massacro della redazione del settimanale Charlie Hebdo. Tra i presenti, diversi leader: Francois Hollande, Angela Merkel, Matteo Renzi, David Cameron, Mariano Rajoy, Martin Schulz, Jean Claude Juncker, e perfino Benjamin Netanyahu e Petro Poroshenko. In sintesi, il fiore all’occhiello delle élites del mondo Occidentale. Quella andata in scena ieri a Parigi tuttavia non è stata una manifestazione di solidarietà ne tantomeno un occasione sincera per dire no al terrorismo, ma una vera e propria farsa mediatica. Qualcuno sembra aver improvvisamente riscoperto che il terrorismo non è solo un elemento attraverso cui destabilizzare stati sovrani, ma un nemico da combattere con fermezza. I vari Hollande, Cameron, Merkel e Netanyahu, hanno già dimenticato la scia di sangue che hanno contribuito a far scorrere in Siria in questi ultimi anni per rovesciare il regime di Bashar Al Assad. Il sostegno, economico e militare, che insieme hanno fornito a diverse fazioni terroristiche islamiche – come Al Nusra, Al Qaida e ISIS – rende evidente una semplice e banale considerazione: l’ipocrisia che i leader dell’Occidente mettono continuamente in MOSTRA manipolando l’opinione pubblica mondiale.
Il copione è sempre lo stesso: da una parte ci si MOSTRA uniti e decisi a combattere insieme un nemico pericoloso ed imprevedibile, dall’altra lo si utilizza per i propri scopi anche a costo di isolare chi quel nemico lo combatte veramente. Il 18 Giugno del 2014 il presidente siriano Bashar Al Assad ha rilasciato delle dichiarazioni che suonano oggi profetiche: “L’Occidente e i Paesi che sostengono l’estremismo e il terrorismo in Siria e nella regione devono rendersi conto che questa minaccia crescente sta per colpire tutti, in particolare i Paesi che hanno sostenuto il terrorismo e gli hanno permesso di svilupparsi” L’attentato alla redazione di Charlie Hebdo può essere interpretato utilizzando diversi elementi e punti di vista: fattori religiosi, etnici/culturali, economici, sociologici e politici; in riferimento alla questione dell’immigrazione clandestina e al modello di integrazione costruito dalla Francia nel corso degli ultimi anni.
Diverse cose sono state dette e scritte in questi giorni, tuttavia in pochi hanno FATTOnotare come la vera ragione di questa mobilitazione e spasmodica attenzione mediatica non sono stati i 12 morti di mercoledì scorso; ma la paura, il terrore con cui l’Occidente, in modo ipocrita, è tornato a fare i conti: la consapevolezza di essere inermi ed indifesi di fronte a qualcosa di cui non si ha più il controllo. Dopo decenni passati a fare delle fazioni terroristiche islamiche l’arma attraverso cui rovesciare e isolare paesi ritenuti scomodi – dalla Russia, alla Siria, all’Iran – l’Europa oggi si trova di fronte ad un bivio: decidere di combattere realmente il terrorismo attraverso la costruzione di intelligence condivise proprio con quei regimi ritenuti come il male assoluto, oppure CONTINUARE a fare finta di niente, sperare semplicemente che tutto ciò non accada più, e dopo, al massimo, sfilare in corteo per pulirsi la coscienza, senza girare a guardare quella di scia di sangue che oggi ci si è ritorta contro.

giovedì 8 gennaio 2015

Charlie Hebdo.Forse è il caso di fare un ragionamento sereno e complesso...


di Gabriele Adinolfi

PARTIAMO DALL'AZIONE IN SE STESSA

Distinguiamo le vittime
Il commando che ha colpito a Parigi ha fatto dodici morti.
Uno di questi, Frédéric Boisseau, uomo delle pulizie, è una vittima innocente, altri due, Franck Brinsolaro e Ahmed Merabet, erano agenti in servizio, caduti nell'adempimento del dovere. Gli altri nove erano giornalisti di Charlie Hebdo ed erano tutti obiettivi scelti non a caso. Parlare di loro nove come di vittime innocenti è a dir poco fuorviante.
Cosa facevano i giornalisti?
Erano satirici provvisti di un talento che si smarriva sovente in cattivo gusto e in insolenza.
Le vignette dissacranti nei confronti di Maometto e dell'Islam hanno scatenato una reazione forte.
Di certo nessuno se l'immaginava così forte ma è pur vero che insultare i sentimenti e il credo della gente non è consigliabile e neppure elegante. La reazione è stata musulmana ma avrebbe potuto benissimo essere cristiana visto che avevano irriso anche il cristianesimo fino a fare una vignetta in cui Gesù sulla croce si fa sodomizzare e gode.

Un assalto alla libertà?
Hollande ne ha fatto degli “eroi” (semmai avrebbe dovuto usare il termine di martiri ma ormai neppure il Presidente conosce il francese), in quanto caduti per la libertà d'espressione.
Quanto a questa libertà d'espressione sia consentito bestemmiare le credenze degli altri non è dato sapere. Quel che sappiamo di certo è che tale libertà non esiste. Hollande ha impedito più di uno spettacolo di Dieudonné, Faurisson è stato perseguitato per decenni, diversi autori e diverse opere sono all'indice con divieto di stampa e di diffusione: in nome di quale libertà parla Hollande? E in cosa i suoi “eroi” si sono contraddistinti quando si trattava di difendere la libertà altrui? Nel negarla anch'essi.


PASSIAMO AL PERICOLO DEL TERRORISMO ISLAMICO IN FRANCIA
E' un attacco musulmano alla Francia?
Obiettivamente, se ci si attiene soltanto a quanto è accaduto a Charlie Hebdo, la risposta seria è no.
Lo diventerà?
Probabilmente sì. Perché se il commando, composto da gente professionista e formidabile, verosimilmente già in procinto di riparare tra l'Iraq e la Siria dopo esser transitata per una frontiera (italiana, spagnola o belga) non colpirà di nuovo, c'è però da prevedere il fenomeno di emulazione che s'incendierà nelle banlieues laddove il fondamentalismo idiota (esattamente lo stesso dei teocon) si sposerà con lo sbando sociale e psicologico e c'è quindi il forte rischio che vengano commessi attentati alla cieca nel nome di Allah.

Chi fa parte del commando?
Com'era evidente fin dal primo secondo, i colpevoli indicati in fretta e furia dalla Polizia per trarsi d'impaccio non sono quelli veri. Che si tratti però di gente andata a combattere in Siria e che si è fatta un mestiere delle armi contro l'esercito legittimo e ordinato di Damasco è più che plausibile.*
I francesi hanno giocato agli apprendisti stregoni facilitando la formazione di brigate djihadiste con centinaia e centinaia di banlieusards. I sopravvissuti sono macchine da guerra, fanatici e freddi, sono pericolosissimi.

Chi ha interesse a che prenda la maionese?
Ovvero chi gioca con il fuoco? Di sicuro le Istituzioni che stanno eccitando da qualche mese, quasi reclamando a gran voce una strategia della tensione che consenta di distrarre la pubblica opinione dalla bancarotta sociale, economica e politica dell'Eliseo e di Matignon. Ma poi il nemico/amico inglese che con lo djihadismo ha relazioni molto particolari e che già lo ha utilizzato venti anni orsono, di strage islamica in strage islamica, tutte coordinate da Manchester, per costringere Chirac ad abbandonare le mire francesi nel Pacifico.
Possiamo quindi dire che, al di là dell'autenticità – magari favorita e indotta dall'alto – di azioni terroristiche, queste sono al contempo utili all'establishment e deleterie per esso.

Obiettivo l'asse renano
Insieme alla logica oligarchica del terrore diffuso (che è quella che piace all'establishment) entrano in gioco le guerre per procura. Oggi infuriano per sventare ogni riproposizione dell'asse Parigi-Berlino-Mosca e soprattutto per impedire alla Germania di guidare l'Europa al di fuori della subordinazione Wasp e del contenimento asiatico.
Attaccata pesantemente in Ucraìna, la Germania è riuscita diplomaticamente a parare il colpo, a respingere gli assalti inglesi e a ricucire sotto traccia con la Russia. Ora, con gli accordi con Tsipras, sembra destinata a rafforzarsi anche in Grecia. L'Inghilterra non ci sta e cosa di meglio se non portare la tensione in casa tedesca con l'anti-islamismo pro-israeliano e poi in Francia per indebolirla e per allontanarla da Berlino?
Per tutte queste ragioni c'è da temere seriamente un'escalation.

PER GLI IMPAZIENTI, I MIOPI, I FURBI E I MALATI MENTALI

Il vantaggio del Front National
Di sicuro quanto accaduto porta acqua al partito lepenista. Il fatto che Marine venga ricevuta all'Eliseo da Hollande significa sdoganamento e l'avvio di una partita – tra socialisti e destra – per vedere chi potrà meglio utilizzarla contro l'avversario. Questo può consentire a un partito, oggettivamente impreparato, di avvicinarsi al sottopotere. Opportunisticamente e tatticamente parlando l'Fn non può che esultare. Tuttavia è un percorso minato che viene approntato per esso. Stavolta Marine, almeno a giudicare dalla prima dichiarazione che metteva l'accento sull'impreparazione dell'intelligence francese, sembra essersi resa conto del rischio che corre, non solo di venire strumentalizzata ma anche di essere trascinata in una strategia della tensione etnoreligiosa a tutto vantaggio di alti pupari. E sembra, per ora, volersi sottrarre a questa trappola.

Il doppio estremismo teocon
Le formazioni djihadiste per quasi trent'anni sono state formate, armate, incubate, sostenute dal Pentagono, dai servizi inglesi, da quelli israeliani oltre che dalle petromonarchie.
Gli djihadisti hanno preso il posto del terrorismo comunista e trozkista e sono manipolati dalla Cia o, comunque, da Big Brother.
Una quindicina d'anni fa quando il Pentagono ha lanciato lo “scontro di civiltà” ha fatto affidamento sulla psicopatia che, in società discentrate e corrotte, non poteva mancare. Questo ha prodotto i contrapposti fondamentalismi. In cui quello cristiano è comunque perdente rispetto a quello islamico in quanto quest'ultimo è fanatico mentre il primo si vuole furbetto. Gli islamici poi fanno mentre i cristiani integralisti aspettano la Provvidenza oppure agiscono da isolati: dei disturbati lone wolfs

Djihad e anti-islamismo
Chi ha prodotto lo djihadismo ha anche caldeggiato la nascita dell'anti-islamismo che è un'autentica coglioneria. Sostenere che l'Islam sia pericoloso in sé per le sue mire vale quanto sostenere che lo sono il cristianesimo e l'ebraismo. In Siria, in Iraq, in Libia, in Egitto sono quasi sempre dei musulmani che si contrappongono agli djihadisti. Musulmani furono o sono dei campioni della libertà – e del dialogo con noi europei – come Arafat. Massoud, Saddam, Assad.
L'Islam non ha prodotto l'immigrazione (semmai è accaduto l'inverso) e l'immigrazione musulmana non è più numerosa, più pericolosa, più insidiosa di altre che sono buddiste, animiste, induiste e cristiane. I nigeriani, che rappresentano la comunità immigrata probabilmente più problematica sono in maggioranza cristiani. L'anti-islamismo è persino più imbecille dell'anticomunismo trinariciuto. E' proprio tramite la collaborazione con le forze socialnazionali arabe che si esce dal cul de sac. In quanto all'immigrazione il problema non è religioso, è ben più profondo ed è la ragione per la quale ci si deve battere per lo Ius Sanguinis. I minareti valgono le sinagoghe e Charle Hebdo non è di certo qualcosa di meglio da vantare come simbolo.

C'E' QUALCOSA DA DIFENDERE?
Per esempio il Presepe o il menu alla mensa scolastica
Non se ne può più. In ogni caso sono tradizioni nostre, anche per chi non si senta cristiano (il presepe d'altronde è rappresentazione mithraica se proprio vogliamo essere rigorosi). L'immaginario, il rituale, il cerimoniale fanno Cultura e dunque Civiltà e non possono essere rimossi. Ma Gesù per i musulmani è un profeta: infatti raramente sono loro a chiedere che venga ignorato: a farlo sono quasi sempre i dementi dis/educatori progressisti (gente alla Charlie Hebdo) che con la scusa dell'altrui sensibilità danno altri colpi di piccone alle nostre fondamenta.
Lo djihadismo può prendere piede in Europa
Alto è il rischio ed esattamente come negli anni sessanta e settanta altro era non cadere nella logica idiota e servile dell'anticomunismo liberista e altro era invece ignorare l'offensiva terroristica e culturicida, nel caso il djihadismo prendesse piede esso andrebbe combattuto (anche se so benissimo che di tutti quelli che oggi fanno gli anti-islamici non si schiererà neppure l'uno per cento...). Ma andrebbe combattuto senza dimenticarne le cause e gli alleati. Anche quelli rimasti vittime di quanto hanno avevano seminato, come i giornalisti di Charle Hebdo e i loro simili e compari. E andrebbe combattuto con alleati islamici socialnazionali, non di certo sperando che il Vaticano, che con Migrantes fa – esattamente come fece per decenni in Francia – da ponte per l'immigrazione e per il disagio che poi esploderà.
Nessun opposto estremismo, nessun dualismo, nessun piagnisteo apocalittico, sono necessarie coscienza, volontà di potenza e virilità!
Una volta ancora: servono timonieri lucidi, con la bussola e con il polso giusto. Vedremo se la tensione quantomeno li selezionerà.

mercoledì 7 gennaio 2015

Acca Larenzia, la strage rimossa. Così la videro quelli che nel ’78 stavano a sinistra e oggi invocano il dialogo...


di Annalisa Terranova (Secolo d'Italia)

“Più di dieci anni fa dovevo andare in un liceo di Milano con Ignazio La Russa per parlare agli studenti degli anni di piombo. Doveva essere un gesto di riflessione comune. Ma la notizia fu divisiva, montò un clima di mobilitazione contraria, non se ne fece niente…”. A raccontare è Fiorello Cortiana, già senatore dei Verdi, amico di Alex Langer e prima ancora militante di Lotta continua. Il superamento della violenza di quegli anni per lui, nel 1978, quando il 7 gennaio tre giovani missini cadono uno dopo l’altro in un’angusta e buia strada della periferia di Roma sud, era già in atto: in quel periodo Cortiana è nel servizio d’ordine degli indiani metropolitani e lo scontro con l’area dell’Autonomia è all’ordine del giorno. “Noi rifiutavamo l’etica e l’estetica della violenza, era il nostro tratto distintivo rispetto ad esempio ai compagni di Potere operaio, che si sentivano depositari della verità e ritenevano di fare la rivoluzione perché usavano le armi. Il mio collettivo era composto da 150 giovani, due provenivano dal Msi. Quando rileggo le notizie di quegli anni noto che i giovani si buttavano via, l’adesione all’ideologia dell’odio ha condotto a una grande dissipazione di energia”. Riflette su Acca Larenzia: “Fu un’azione studiata per far vedere che occorreva un salto di qualità. Avviene anche a Milano con l’omicidio di Pedenovi. Alcune frange invasate volevano con questi omicidi coinvolgere anche altri compagni nel terrorismo. Per Potere Operaio, per Prima linea, la violenza era un fatto estetico-dimostrativo. Per le Br era un fatto militare”. E quindi la sinistra dovrebbe riconoscere che il valore dell’antifascismo militante ha condotto a questi lutti, ha fatto versare sangue innocente? “Se c’è un tratto che ha accompagnato gli anni Settanta – risponde Cortiana – questo è stato la cultura dell’antagonismo. Ho un nemico quindi so chi sono. L’antifascismo militante non ha più senso. Io già allora sentivo Ian Palach come un martire anche mio, ma un altro conto è essere antifascista perché sei contro la dittatura”. Quel clima di piombo può tornare? “Le ideologie sono cadute – tira le somme Cortiana – ma lo schema può tornare a ripetersi se i processi che costruiscono le identità politiche si basano ancora sull’antagonismo e non sulla ricerca. Se si cerca il conflitto alla fine il meccanismo si rimette in moto”.
“La strage di Acca Larenzia? Come l’ha presa la sinistra? La sinistra l’ha semplicemente rimossa. Perché riguardava i fascisti, la parte nemica. È stato, a torto, considerato un atto di terrorismo minore, da archiviare senza quella riflessione e quel senso di umanità che impone di guardare alla morte senza distinzione di colore politico”. Giovanni Fasanella, autore di libri fondamentali per ricostruire gli anni più oscuri della storia postbellica italiana e in particolare il caso Moro, seguì gli anni di piombo inizialmente come cronista dell’Unità, maturando solo più tardi un’opinione ben precisa su quella vicenda: “Acca Larenzia – afferma oggi – è uno degli episodi più oscuri degli anni di piombo e si inquadra a pieno nella strategia della tensione. C’era chi aveva interesse a esasperare gli animi. Gli omicidi rimasti senza responsabili in quegli anni andrebbero letti tutti insieme, parlo di Walter Rossi a Roma, parlo di Fausto e Iaio a Milano… C’erano menti esterne che si impegnavano in questa strategia, per preparare quel clima di violenza diffusa che è successivo alla strategia stragista. E a cosa serviva questa eccitazione degli animi? – continua Fasanella – a preparare e a legittimare il terrorismo di destra e di sinistra, terreno nel quale maturano il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, che avviene pochi mesi dopo Acca Larenzia. Il contesto di una destra in ebollizione e di una sinistra in ebollizione punta a quello. Bisogna guardare a un piano più alto, con una prospettiva che esula dai singoli episodi di sangue. La radicalizzazione dello scontro fascismo-antifascismo è solo uno specchietto delle allodole. Esso conduce all’omicidio politico per eccellenza, che ha la finalità di bloccare la politica del compromesso storico e l’attivismo dell’Italia nel Mediterrano che turbava i servizi francesi e impensieriva quelli inglesi. È evidente che la mia è una visione politica, che esula dagli aspetti giudiziari”. Secondo Fasanella questa riflessione è mancata a sinistra come a destra, ma “è una riflessione che serve al Paese. Lo schema fascisti contro comunisti è deviante. Dobbiamo domandarci chi aveva interesse a fare entrare la politica italiana in una fase diversa con la morte di Moro. E dobbiamo trovare le risposte”. Le risposte Fasanella le ha trovate spulciando documenti britannici desecretati ed è giunto alla conclusione che l’intelligence di quel Paese è intervenuta pesantemente per cambiare il corso della politica italiana: “Gli inglesi nella prima metà dei Settanta arrivano a progettare un golpe in Italia e quel disegno viene accantonato solo per l’opposizione degli Usa e della Germania. Fin dalla fine della guerra i servizi di quel paese hanno legami sia con elementi fascisti che con elementi legati alla sinistra insurrezionalista, così come sappiamo che i servizi francesi hanno utilizzato il terrorismo rosso. C’è un documento dei servizi inglesi, da me citato nel mio libro Il golpe inglese, che ha un titolo inquietante, si chiama Appoggio a una diversa azione sovversiva. Siamo all’inizio di quell’esplosione di violenza che in Italia toccherà il punto più alto con l’omicidio di Aldo Moro”.
“Acca Larenzia è stata la fine dell’età dell’innocenza, per moltissimi di noi”. Francesco Lo Sardo, giornalista di Europa e autore Rai, nel 1978 aveva diciotto anni ed era legato all’area di Democrazia proletaria. Faceva politica al Trieste Salario e frequentava il liceo Giulio Cesare. “Mi ricordo perfettamente – racconta – quando sentii la notizia, su Radio città futura, dove facevo i turni di notte”. La stessa radio, dunque, dove fu irriso il nome di Francesco Ciavatta. “Ma per me – dice ancora Lo Sardo – la morte di quei fascisti fu una disgrazia, un lutto, e così per molti dei miei compagni. La sinistra a Roma, Pci a parte, era un’area fluida, molto frantumata dopo il convegno di Bologna del 1977. Mancavano luoghi di riflessione e di confronto ma c’era già una divisione molto forte tra chi, come noi, rifiutava l’uso delle armi, se non come strumento di difesa, e chi ne faceva un cardine della mobilitazione rivoluzionaria. Eravamo tutti immersi nella retorica dell’antifascismo ma lo scontro era soprattutto dentro la sinistra. Noi non pensavamo che coloro che facevano agguati contro i fascisti fossero compagni che sbagliavano, non li giustificavamo, ma sapevamo che erano comunque del nostro mondo. Il Pci era più ipocrita, affermava che quelli del Movimento erano altro dal Pci ma in questo c’era un elemento di falsità”. E che idea vi siete fatti della strage di Acca Larenzia? “Che era maturata dentro alla galassia dell’Autonomia. Ma noi la elaborammo, questa cosa, sul piano personale più che politico perché appunto mancavano luoghi di riflessione. Molti ambienti della sinistra considerarono quella strage un punto di non ritorno e questo non è mai emerso perché non c’erano interlocutori politici a sinistra che potessero in qualche modo farsi carico di questo disagio. Per questo io oggi sento il dovere di parlare di queste vicende per spiegare che hanno avuto un effetto devastante e per fare una riflessione sui rischi dell’oggi”. Rischi, secondo Lo Sardo, legati all’esasperazione dovuta alla crisi: “Ci sono pezzi di società di cui non sappiamo niente, poi arrivano fenomeni come i Forconi e non sappiamo come analizzarli, ci fermiamo alla denuncia delle infiltrazioni da destra. Un aspetto marginale. A mio avviso l’immunizzazione della società dovuta alla tragedia degli anni di piombo è scaduta. Il piombo può tornare. Tenere aperta la finestra su certe memorie è utile per testimoniare che quelle logiche sono gravissime, sul piano politico ma anche per gli strascichi che producono nelle persone, nelle famiglie, negli amici. Se quel tipo di scontro tornerà a verificarsi non sarà per la contrapposizione tra frange di estrema destra e centri sociali ma perché si vorrà dare uno sbocco violento alla sofferenza sociale. E lì che si deve intervenire per prolungare l’effetto repellente rispetto alla violenza che possiede chi ha vissuto quegli anni”.

“Acca Larenzia? I compagni non ci hanno capito niente di Acca Larenzia. Non abbiamo capito quanto fosse importante. Per voi è stata quello che fu per noi Piazza Fontana. Non abbiamo neanche capito che il terzo morto, quello caduto negli scontri con i carabinieri, cambia tutto”. Andrea Colombo, giornalista, impegnato nel Movimento del ’77, tra i protagonisti della campagna per l’innocenza di Mambro e Fioravanti accusati della strage di Bologna, autore del libro Storia nera, già redattore del Manifesto e di Liberazione, conferma la rimozione e la superficialità con cui la sua area accolse quelle tre morti. “Per noi in quel periodo era essenziale lo scontro con il Pci, l’antifascismo era un valore marginale, non fondamentale. I fascisti non erano un problema politico. Certo, se ti vengono a menare, ti difendi, ma ci si fermava lì. Ma ricordo che a Roma, nei mesi precedenti la strage di Acca Larenzia, c’era stato uno stillicidio di aggressioni ai compagni a piazza del Popolo. Un fatto non banale: perché occupare il centro della città era considerato un fatto che non poteva essere digerito. Forse Acca Larenzia matura in questo clima. Di certo fu un’azione militare. Non ho mai creduto alla tesi che fossero ragazzini che volevano accreditarsi presso gruppi più importanti. Del resto le Br a Roma cominciano tardi, nel 1976. E c’era già una galassia di sigle armate. Una parte di queste sigle entra nelle Br con Morucci e un’altra parte mantiene le strutture che aveva. Dunque la sinistra all’inizio non capisce, comprende tardi. Noi della destra non sapevamo e non capivamo nulla. Il nostro interesse, all’epoca, era lo scontro con lo Stato e con i padroni, tutto il resto era marginale. E poi a Roma in quella fase non c’era il pericolo fascista, semmai c’era stato nel 1972, quando la percentuale raggiunta dal Msi aveva creato un caso politico, ma nel 1978…”. E allora perché? Tre morti non “necessari” alla strategia dell’estrema sinistra militarizzata che aveva come finalità quella di colpire il Pci e il compromesso storico. Cosa che accadrà con il sequestro Moro. Ma dall’altra parte, sul versante della destra, c’era qualcuno che sentiva il bisogno di trascinare gli elementi più focosi versa la deriva della lotta armata? Storicamente, quello fu il prodotto della strage di via Acca Larenzia. “Ecco appunto dobbiamo storicizzare – afferma Colombo – storicizzare l’antifascismo, evitare l’accanimento giudiziario sui responsabili. Gli anni Settanta furono una fase di scontro durissimo. Le vittime lasciate a terra nello scontro fascisti-antifascisti furono una scia marginale, inutile e crudele. Con picchi di vera barbarie, come l’omicidio di Sergio Ramelli. Storicizzare – specifica Colombo – significa evitare quello che io vedo oggi, cioè un re-imbarbarimento che alla fine acchiappa tutti, a sinistra come a destra. Oggi se tornassi a fare la campagna per la strage di Bologna mi darebbero del traditore. E anche dall’altra parte vedo in funzione meccanismi del genere. L’antifascismo militante era già di retroguardia negli anni Settanta, figuriamoci oggi. È un problema non politico. Ma non viene abbandonato perché è l’unico collante. Già nel 1977 più niente a sinistra ci teneva insieme. Per questo restano attaccati a questo concetto di retroguardia”.

lunedì 5 gennaio 2015

Lobby gay scatenata: ora sono proibiti anche i convegni sulla famiglia...


di Corrado Vitale (Secolo d'Italia)


Nell’Italia devastata dal politically correct non è più consentito nemmeno organizzare un convegno in difesa della famiglia. Ha dell’incredibile la polemica scatenata dalla “lobby gay ” (con le solite mosche cocchiere del Pd) contro l’incontro organizzato per il 17 gennaio (GIORNATA della famiglia) dall’associazioneObiettivo Chaire e da Alleanza cattolica. Il TITOLO del convegno (sponsorizzato dalla REGIONELombardia)  è quanto di più tranquillo e inoffensivo ci possa essere: “Difendere la famiglia per difendere la comunità”. A chi può dare fastidio? A nessuno che abbia un minimo di buon senso. Ma a menti agitate e sconvolte dall’ideologismo evidentemente da fastidio. Con zelo degno di miglior CAUSA, gli attivisti gay sono andati a visitare il sito dell’associazione e hanno scoperto che tra gli scopi di Obiettivo Chaire c’è quello  di  aiutare «giovani e MENO giovani, feriti nella propria identità sessuale, in particolare per tendenze di natura omosessuale». Apriti cielo! Tanto è bastato per far scattare l’accusa di omofobia, con tanto di annunciata mobilitazione. Il caso è stato immediatamente montato dall’edizione on line de la Repubblica , che ha alzato il tiro anche contro il presidente della Regione. Questo l’incendiario titolo: « “I gay vanno curati” , anche Maroni partecipa al convegno omofono».


Intolleranza e censura

Conoscevamo la capacità di manipolazione dell’apparato “progressista” , ma QUESTA volta siamo proprio all’intolleranza più violenta e alla censura più vieta. I giovani del Pd hanno annunciato per il 17 un “presidio” con questo bellicoso proposito: «Andiamo a ricordare a Maroni che di famiglia non ce n’è una sola». Alla contestazione parteciperanno anche gli attivisti dell’associazionismo gay e dell’Altra Europa con Tsipras. Insomma, tutto il Circo Barnum del politicamente corretto  s’è messo in movimento. Né poteva mancare il solito Cecchi Paone, il quale,  interpellato da Repubblica ha parlato di un «atto gravissimo» e aggiungendo di non  stupirsi del fatto che «ci sia il mondo cattolico oltranzista a insistere su una tesi antiscientifica e antiumana».

L’intimidazione più grave

E non fnisce qui. La censura più grave che s’annuncia è quella del senatore del Pd ANDREA Marcucci. Prendendo a pretesto il fatto che il convegno ha anche la sponsorizzazione dell’Expo (è prassi da circa un anno per le iniziative patrocinate dalla REGIONE Lombardia), il parlamentare dem ha dichiarato che presenterà una interrogazione al ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, che ha le deleghe ad Expo. Marcucci ha anche chiesto alla REGIONE Lombardia di non concedere sala e patrocinio all’iniziativa. E altrettanto hanno fatto i senatori Sergio Lo Giudice e MARIA Cecilia Guerra. Non s’era mai vista una mobiltazione tanto imponente per un tranquillo convegno sulla famiglia. Al Pirellone sembrano però intenzionati a tenere il punto. Secondo l’assessore alle Culture, Cristina Cappellini, si tratta solo di strumentalizzazioni. L’assessore ha spiegato che la Regione ha «promosso legittimamente e convintamente»  l’incontro che «ha come unico scopo quello di riflettere sul valore e sul futuro della famiglia naturale, che per noi rappresenta il MODELLO cardine di famiglia». Speriamo che tale proposito sarà alla fine rispettato e che Maroni non si faccia intimidire. Se le cose non andassero così, ci troveremmo di fronte a un gravissimo caso di intimidazione “politicamente corretta”.

venerdì 2 gennaio 2015

Il declino dell’Impero americano...

di Francesco Carlesi (L'Intellettuale Dissidente)

Si chiude il 2014, ma il protagonista politico del nuovo anno resterà inevitabilmente uno: l’America. La superpotenza globale,nonostante numerosi acciacchi, rimane il fulcro attorno al quale qualsiasi attore emergente deve e dovrà confrontarsi. I legami e le influenze statunitensi toccano ogni parte del mondo. Sul tema, l’ex ambasciatore e professore ITALIANO Sergio Romano è stato l’autore di uno dei libri più interessanti dell’anno appena trascorso: “Il declino dell’Impero americano”.
Il punto di partenza è semplice: non si possono capire le azioni degli Stati Uniti senza partire dalle origini. Da quei fermenti imperiali che pulsano dietro la Dottrina Monroe (1823) e le ripetute conquiste territoriali ai danni del Messico (California) e della Spagna (Cuba e Filippine). La sete di potere e nuovi mercati porta gli Usa a bombardare Shimonoseki (1864) per imporre al Giappone la politica della “porta aperta”. Personaggio simbolo di questo periodo è W. H. Seward, segretario di Stato di Lincoln, che tratteggia e ispira l’influenza degli Usa a livello planetario, fino a predire uno scontro con la Russia. Temi che la geopolitica classica conosce e studia a fondo. Dall’altra parte della barricata c’è l’isolazionismo, con il suo testo sacro: il “Farewell Adress” di George Washington. Ma l’idea, ivi espressa, di distacco dall’Europa resta solo una pallida aspirazione. L’idealismo wilsoniano sarà solo uno dei MAGGIORI esempi di interferenza nel Vecchio Continente. Questo si colloca nel quadro di un’ascesa inarrestabile che, terminata la Seconda guerra mondiale, porta gli Usa a costruire il proprio impero sulle rovine degli alleati. Negli anni ’50, in Vietnam e a Suez, «gli americani negarono il loro aiuto al colonialismo europeo per prenderne il posto».
Negli anni ’90, quando crolla il grande rivale sovietico, la spinta imperiale non si placa: il caos jugoslavo firmato Clinton e lo stravolgimento del Medio Oriente sono azioni di cui ancora vediamo le conseguenze. Senza citare le successive avventure di marca neoconservatrice. Le “deroghe al galateo democratico” comprendono una delle strategie che più di tutte alza la tensione globale: la creazione di una “nuova Nato ai confini della Russia”. Venir meno alla promessa di non allargare a Oriente l’Alleanza Atlantica e i suoi arsenali ha provocato le veementi risposte di Putin e una serie di problematiche internazionali di difficile soluzione. L’Ucraina è l’ultima in ORDINE di tempo. Forse Bush Sr. avrebbe saputo agire in maniera più oculata, in direzione di un’ordine multipolare che rispettasse di più l’orso ferito, sembra suggerire Romano.
Nella sua LETTURA, questa serie di guerre e interventi ha fortemente minato la forza dell’impero, attualmente guidato da un personaggio debole e screditato come Obama. Molti paesi stanno disegnando strategie sempre più autonome, oltre Cina e Russia. Dal “possibile leader dell’America Latina”, il Brasile, fino alla Turchia di Erdogan. Passando per il Giappone, che sta riscoprendo la propria anima orgogliosa e guerriera, e l’Arabia Saudita. Il tradizionale alleato, dai tempi del patto del petrolio suggellato a bordo della nave da guerra “Quincy” da Roosevelt e Ibn Saud (1945), si è fatto ora molto critico. Il nipote del re Abdulaziz e ambasciatore a Londra Moahmed bin Nawaf bin Abdulaziz al-Saud ha pesantemente contestato l’ignavia americana verso Iran e Siria, preannunciando svolte importanti. Il tutto sulle colonne dell’International New York Times. Se a questo aggiungiamo la crisi («risultato della crescente deregolamentazione del mercato finanziario americano»), si può quindi parlare di declino? A differenza di Romano, il nostro parere rimane negativo. I molti fermenti contro il “Washington consensus” sono rilevanti, ma gli Usa mantengono una forza militare seconda a nessuno, e si stanno lentamente rialzando grazie anche allo shale gas. Anche se nei diversi scenari in cui proietta la sua influenza le battute d’arresto sono frequenti (ma storicamente non è certo la prima volta), bisognerà aspettare eventi quale l’esito dei negoziati TTP e TTIP per certificare la crisi dell’impero.