martedì 23 giugno 2015

Mario Sanesi: itinerario di libertà dal Msi alle Nuove sintesi...




La Voce della Fogna
di E. Nistri (Barbadillo.it)

Longanesi ha scritto che i figli dei grandi uomini assomigliano al padre solo per il naso. L’aforisma si adatta solo in parte al caso di Mario Sanesi, anche se non è da escludere che la personalità volitiva e un po’ ingombrante del padre abbia influito sul suo “profilo basso” in politica come nel lavoro. Su di esso pesò anche un’innata modestia, che lo indusse per esempio, lui laureatosi a pieni voti in storia medievale, con una ponderosa tesi di ricerca che Franco Cardini gli aveva assegnato intuendo in lui non comuni doti di ricercatore, a non cercare gli sbocchi universitari che il suo maestro gli aveva proposto, accontentandosi di una decorosa e inappuntabile carriera come professore di scuola. Ma non sempre la modestia, con buona pace di Marinetti, è la virtù dei mediocri, e, come dimostrano i suoi articoli e le sue recensioni su “Diorama letterario”, sempre puntuali, documentate, approfondite, Mario un mediocre non era.
Legato da rapporti di amicizia e di stima a Marco Tarchi, Sanesi seguì le principali tappe del suo itinerario umano, politico e culturale, dentro e fuori il Msi: dal campeggio a Corfù, nella Grecia dei Colonnelli, l’anno della maturità (quando però, dopo qualche dissapore coi locali, non rinunciò a intonare le strofe irripetibili dell’Osteria numero dieci cantate a suo tempo dal padre volontario di guerra) alla cooptazione nel direttivo provinciale del partito, a metà anni Settanta, insieme a figure di non comune levatura intellettuale, dallo stesso Tarchi a Dario Durando, dai fratelli Sinatti a Carlo Terracciano; dai viaggi in Francia all’amicizia con Jacques Marchall, dalla fondazione della “Voce della Fogna” a quella di “Diorama”, dall’esperienza della Nuova Destra alla fuoruscita dal partito, a costo di entrare in collisione col “federale padre” che pure doveva essere orgoglioso di quel figlio colto, lui che per i traumi del dopoguerra e la necessità di mantenere la famiglia non era potuto andare al di là di un diploma di ragioniere.
Il destino lo accomuna a Terracciano e alla Tre Re
Negli ultimi mesi della sua vita il suo aspetto fisico appariva pesantemente segnato dal subdolo operato di un male rivelatosi invincibile. Il suo volto di eterno ragazzo appariva ormai opaco e segnato. Eppure, stoico senza enfasi, cercò fino all’ultimo di condurre una vita normale, senza indulgere all’autocommiserazione, continuando a seguire i suoi discepoli sin quasi alle soglie della maturità, forte di una vocazione didattica che lo accomunava a Marco Tarchi. Pochi giorni fa, quando il suo destino era ormai segnato, fece la scelta di vivere i pochi giorni che gli restavano in Sardegna, con un gruppo di amici fidati. La morte, per arresto cardiaco, l’ha colto quasi in riva al mare, all’età di 62 anni: troppo pochi per chi avrebbe avuto ancora tante cose da offrire e da chiedere alla vita. Resta il rimpianto di un uomo modesto ma non mediocre, riservato ma non timido, colto senza ostentazioni, riservato ma capace di dire quello che pensava senza ritrosie né infingimenti. E la rabbia per un destino ingrato che l’accomuna purtroppo a tanti altri esponenti della sua generazione, da Carlo Terracciano a Susanna Tre Re.
Addio, Mario. Di quella magica e remota stagione di “Elementi”, che, insieme a tanti fraintendimenti e incomprensioni, ci regalò qualche attimo di rara felicità, non hai voluto essere che un discreto testimone e un intelligente comprimario. Ma non è retorica scrivere che, se tutti noi avessimo preso esempio da te, l’Italia sarebbe forse un paese migliore.
Alla politica era arrivato quasi per predestinazione familiare. Il padre, Sergio, originario di Castelfiorentino, uno dei comuni più rossi d’Italia, era stato giovanissimo volontario nella campagna di Grecia, combattente nella Repubblica Sociale, per poi divenire, dopo anni molto difficili, dirigente della Silvaneon, un’azienda pionieristica nel campo della pubblicità luminosa, fondata da Nando Martellini, anch’egli reduce della Rsi, vittima di uno dei primi rapimenti in Toscana. All’alba degli anni Settanta, quando il figlio si iscriveva alla Giovane Italia sull’onda delle grandi manifestazioni per la libertà della Polonia, era il segretario della federazione fiorentina del Msi, asserragliata come in un fortilizio al piano nobile di un palazzotto di piazza Indipendenza. Consigliere comunale e provinciale, alla fine degli anni Ottanta sarebbe divenuto senatore, per poi traghettare, forte del suo prestigio di ex combattente, il riottoso mondo reducistico missino in Alleanza Nazionale. Buon oratore, stimato nelle istituzioni anche dagli avversari, ricco di interessi culturali nonostante gli studi interrotti, morì nel 1999 e non è forse un caso se la sua scomparsa è coincisa con l’emergere di forze centrifughe sempre più devastanti all’interno della destra fiorentina.

sabato 20 giugno 2015

Solstizio d’Estate. La riscoperta delle Origini e l’affermazione identitaria...



di Maurizio Rossi
“L’aria che tu respiri porta al tuo cuore un sangue più ricco. Più ricco di profumo di rose, di ronzio di api, di calore salutare che penetra nella terra inebriata di fecondità. Gioia dell’estate. Certezza dell’estate. Ecco che dal rogo sale la fiamma trionfante che illuminerà la notte fino all’ardente aurora del prossimo mattino. Lo stesso calore riscalda i nostri cuori. La stessa luce illumina i nostri occhi. La stessa volontà arde nei nostri cuori. La stessa speranza si infonde nei nostri spiriti. Gioia del fuoco. Certezza del fuoco. I germogli sono fioriti. Gli uccelli hanno cantato. Sale la grande fiamma di gioia. Salgono nel cielo d’Occidente le fiamme della speranza. Sale trionfante, dal più profondo del nostro essere, il sangue dei nostri antenati. La loro fede esaltante e generosa. Gioia della vita. Certezza della vita.” (Jean Favre)
Da tempi immemori, attorno alla data del 21 giugno il Sole, Helios, celebra il suo magnifico trionfo, ma allo stesso tempo prepara anche l’inizio del suo inesorabile reclinare, fino al culmine del Solstizio d’inverno, il preludio del Natalis Solis Invicti.
I due Solstizi: complementari, ma differenti. Ambedue carichi di aspettative. Ambedue significativi nell’ordinata scansione ciclica della vita.
Solstizio – il Sole si ferma – è il momento dove diventa possibile ricevere il massimo della potenza solare: la mistica forza che unisce il cielo alla terra si manifesta più forte – non a caso nelle credenze germaniche la raffigurazione di tale unione, la congiunzione organica del cielo con la terra, era ben presente nell’iconografia dell’Irminsul, il maestoso Albero della vita le cui possenti radici affondavano fino alle viscere della terra e la sua folta e ramificata chioma sorreggeva stabilmente la volta celeste. Attorno alle secolari querce, che nell’immaginario popolare delle comunità germaniche riproponevano la sacralità protettrice dell’Irminsul, si celebravano solennemente le ricorrenze solstiziali.
Il Solstizio corrisponde anche alla festa di S. Giovanni battista celebrata per l’appunto il 24 giugno, sei mesi prima della nascita del Cristo, sei mesi prima del Deus Sol Invictus, l’altro Solstizio – un riassorbimento operato dal cristianesimo nei confronti di quelle festività solari e pagane che erano da sempre particolarmente radicate nel costume popolare, fedelmente tramandate di generazione in generazione, gelosamente custodite nell’intima anima del popolo. E non sarà certo l’unico caso conosciuto di riadattamento.
Si passò gradualmente dalla feroce persecuzione delle credenze e ritualità pagane alla loro strumentale assimilazione. Ci appare significativo ed illuminante questo passaggio giustificativo riportato dal padre benedettino Dom Henri Leclercq e presente nel suo dizionario di archeologia cristiana e liturgia del 1903: “Essendo Cristo concepito come il vero dio della luce e il creatore del Sole, in cui ha stabilito la sua dimora, vediamo come nei primi secoli dell’era cristiana il dio Sole si trasformi nel Cristo.”
Il Solstizio d’estate vuole rappresentare la pregnante manifestazione della potenza solare del divino, l’affermazione sacra e ciclica della vita per mano dell’uomo e della donna, di tutto ciò che è sano, giusto e bello – eticamente sano e giusto, della natura sbocciata, della fertilità della terra e della procreazione che daranno nuova vita in maniera altrettanto ciclica, della gioia, della spensieratezza e dell’amore, della Comunità e delle famiglie che riscoprono lo spirito originario della festa, l’importanza del retaggio degli antenati e degli speciali vincoli che a loro ci legano, la riconferma del necessario perdurare dell’esistenza e dei caratteri del nostro popolo, della nostra peculiare identità.
Non a caso, proprio attraverso il coinvolgimento consapevolmente partecipativo al suggestivo momento comunitario del Solstizio diviene possibile, per una data Comunità particolarmente attenta, poter attingere ai profondi e primordiali depositi identitari contenuti nel prezioso scrigno della memoria più intima e ancestrale del popolo e richiamare a sé il suo rimosso inconscio collettivo, che altro non è se non l’originario codice spirituale e bio-psichico della stirpe, un codice non scritto che nonostante le tante avversità riesce ancora a tramandarsi generosamente nel tempo e nelle generazioni.
Il Solstizio d’estate è il cerchio della vita alimentato dalla sacralità benefica del Sole che rappresenta il centro della vita, il momento dove il divino viene felicemente incontro agli uomini, i fuochi solstiziali non rappresentano altro che una sacra incandescenza che – come la potenza divina del Sole – non avrà mai fine, non cesserà mai di ardere, sconfiggendo le forze oscure e telluriche, scacciando le tenebre lontano dal mondo degli uomini.
“Noi salutiamo il Solstizio fecondo, Noi salutiamo la luce, Noi apriamo i nostri cuori, Noi alziamo le nostre mani. Sali fiamma! Sali! Noi salutiamo il Sole, Noi salutiamo la vita, Noi salutiamo colui che fu l’inizio”
Partendo da una visione tradizionale, comprendiamo altresì come nel Solstizio siano contemporaneamente presenti sia un ordinamento di natura fisica e sia un ordinamento di natura metafisica, come d’altronde esistono una distinta natura mortale e una distinta natura immortale, come é da sempre presente la ragione superiore dell’essere, principio e vera iniziazione verso il sovramondo e quella infera del divenire, purtroppo oggi drammaticamente dominante nelle sue peggiori forme caricaturali.
Essendo il Solstizio per eccellenza la porta cosmica che apre all’incontro fra l’umano e il divino occorre anche il manifestarsi di una consapevolezza cosciente, una consapevolezza spirituale nel senso più ampio, non solamente intellettuale, affinché si possa giungere alla comprensione del macrocosmo all’interno del quale ci riflettiamo, cioè la direzione verso la riscoperta della fede nella vita pensata e vissuta in completa armonia con le forze della natura e dello Spirito. Una vita organicamente intesa, estranea alle innumerevoli miserie di questo presente.
Volle così descriverlo lo scrittore francese Jean Mabire, rimarcando la speranza e la fedeltà al principio originario: “Contro le dee della notte e della luna, gli dèi del Nord si imponevano alla luce del giorno e del Sole. Il Sacro si esprimeva nel culto del fuoco e si infiammava durante le grandi feste pagane del Solstizio d’Inverno e del Solstizio d’Estate. I templi non erano caverne scure nelle quali regnavano le tenebre, bensì recinti sacri, costruiti su luoghi elevati, in balìa del vento, sferzati dalla pioggia e bruciati dal Sole. (…) Ciò che rinascerà non è un ricordo storico, bensì la fede dell’eterna Iperborea. Noi ritroveremo, nella certezza e nella fedeltà, le azioni dei nostri antenati. Annunceremo a tutti la buona novella del ritorno del Sole. Accenderemo il fuoco nei nostri camini e prepareremo i fuochi sulle colline.”
Un altro scrittore sempre francese, Henry de Montherlant, ce ne confermerà invece l’aspetto ciclico e governante l’esistenza umana: “La vittoria della ruota solare non è soltanto la vittoria del Sole, la vittoria della paganìa. E’ la vittoria del principio solare che è eterno ritorno – la ruota gira, dice la gente. In questo giorno vedo trionfare il principio di cui sono imbevuto, che ho cantato, che, con estrema coscienza, sento governare la mia vita. L’alternanza. Tutto ciò che sottostà all’alternanza. Chi comprende ciò ha compreso tutto. I greci l’hanno perfettamente assimilato.”
Allora, per comprendere appieno l’anima del Solstizio è necessario quindi allargare lo sguardo verso orizzonti più vasti e più lontani, verso un passato arcaico, ma non per questo a noi meno vicino, per poter arrivare a comprendere le comuni e specifiche origini culturali, etniche e spirituali della nostra patria continentale europea: gli europei sono divisi da un po’ di storia e uniti da molta Storia, scriveva Drieu La Rochelle.
Il ritorno solstiziale alla memoria ancestrale delle Origini, alle sorgenti, allo spazio e alla dimensione delle Origini.
Le tante culture che arricchirono la storia conosciuta dell’Europa – quella celta, quella germanica, quella latina, quella ellenica e quella slava – appartennero a popolazioni che si formarono nel corso di secoli a seguito di più diramazioni provenienti da un medesimo ceppo, da una stessa e vasta famiglia di sangue: una stirpe originaria e unitaria, un Urvolk che condivideva la medesima Koinè, la medesima organizzazione sociale e politica, la medesima concezione solare del mondo, della vita e del sacro, precise forme spirituali.
Furono la stirpe dell’ascia, della luce e del fuoco, i popoli destinati per vocazione superiore, per diritto/dovere a portare il Lògos, la Legge e a ripristinare il Kòsmos, l’Ordine.
Costoro appartennero alla stirpe indoeuropea – Vagina gentium, così li qualificheranno gli storici romani: l’utero dei popoli europei – la fonte germinale dei nostri padri, furono loro quindi i nostri antichi e comuni progenitori, i migliori rappresentanti dell’homo europaeus. Da loro noi discendiamo.
Da loro abbiamo appreso la visione virile e sovrannaturale della lotta come fondamento dell’esistenza. Da loro abbiamo ricevuto in dono il Solstizio.
Le più grandi e importanti migrazioni indoeuropee iniziarono tra il quarto e il terzo millennio a.C., all’indomani del definitivo riassorbimento dell’ultimo periodo glaciale. Ampie comunità organizzate di agricoltori, allevatori e guerrieri, masse ingenti di popoli nuovamente ricompattate, iniziarono a mettersi in marcia partendo dal loro focolare, una vasta area nordica che, secondo le interpretazioni più attendibili, si estendeva nello spazio compreso tra la Scandinavia, le rive meridionali e orientali del Baltico e i territori occidentali del caucaso, manifestando nel corso della loro impetuosa e inarrestabile marcia indiscutibili capacità militari e determinando anche il sorgere di nuove Civiltà, da quella indiana della narrazione sanscrita del Rig-Veda che ci racconta la conquista del Punjab da parte dei nobili e valorosi Arii giunti da Nord, da terre lontane attorno al 1000 a.C. fino a quella iranico-persiana.
Dappertutto in Europa l’irradiamento delle stirpi iperboree portatori del Sole invincibile abbatterà le stratificazioni sociali e politiche precedenti, imponendo nuovi modelli di autorità e rappresentazione e lasciando impronte indelebili, sorgeranno nuove forme comunitarie e statuali e verranno imposti nuovi simbolismi verticalizzanti, la severa selezione dei migliori, il rito della cremazione verrà privilegiato al posto dell’inumazione, rivelando al contempo una nuova visione della vita e della morte.
Un’immagine del mondo che, nel complesso, si manifestava attraverso impostazioni e ritualità tipicamente solari orientate verso le dimensioni superiori del cielo e della luce, come anche la purificazione dello spirito dal peso della terra e la sua liberazione in una pura sostanza di fuoco esprimevano la qualificante chiave di lettura di una nuova concezione del simbolismo divino identificante di quei popoli: il cerchio solare, la croce celtica, il disco puntato, la ruota raggiata, il carro solare che verrà poi riproposto nel mito ellenico del dio Apollo dimorante nella patria celeste degli iperborei, i cigni trainanti la nave del Sole che ritroveremo nella saga del Graal e poi le asce bipenni e a compimento di tutto questo le importanti ricorrenze solstiziali.
Il Solstizio d’inverno e il Solstizio d’estate: ambedue solenni ierofanie, manifestazioni del sacro in forma sensibile e autentiche teofanie nella percezione del divino.
Porteranno con sé, nella loro lunga marcia, anche particolari immagini caricate di grande forza e solarità riflettenti la natura e il mondo animale, ricordi e immagini di terre lontane che raffigureranno con profondo rispetto nei loro manufatti e che rimarranno impresse nel tempo, come indelebili riferimenti, nella memoria della cultura popolare: la foresta, la quercia e la betulla, il lupo e l’orso, il cinghiale, il cervo e il cavallo, l’aquila e il cigno.
Non certo per assolvere a vaghe, primitive e indistinte esigenze di matrice naturalistica, quanto invece per esternare una particolare sensibilità e uno spontaneo rispetto nei confronti dell’organicità dell’insieme della vita, fosse essa umana, animale o vegetale, poiché tutte queste altro non potevano essere che manifestazioni armonicamente complementari e sensibili di un superiore Ordine divino e metafisico – l’essenza del Tutto – e pertanto a loro volta possibili veicoli, segni e simboli sacralizzanti di un irradiamento spirituale proveniente dall’alto, di un armonioso ordinamento di natura cosmogonica e naturale dell’esistenza in ogni sua espressione: il Kòsmos visibile e quello invisibile.
Potremmo altresì parlare anche di una sorta di virile cameratismo spirituale rivolto verso tutti quegli elementi e manifestazioni, anche viventi, che vennero ritenuti di collegamento e di compenetrazione tra il mondo sensibile e quello sovrasensibile.
Ispirandosi ad una sensibilità severa, asciutta e misurata e a forme rigidamente composte e disciplinatamente strutturate, l’arrivo delle nuove stirpi indoeuropee corrisponderà poi alla fondazione di comunità patriarcali, guerriere e gerarchiche, custodi di vera giustizia e del più autentico spirito solare e apollineo. Lo stile e la legge degli Arii modellerà il volto dell’Europa, dando nuovi contenuti alla sua sostanza.
Grazie a loro nascerà l’Europa e il mito della ninfa fanciulla che cavalca il toro bianco.
Attraverso più ondate – Adriano Romualdi parlerà di una conclusiva grosse Dorische Wanderung, la calata dorica, il ritorno dei figli di Eracle – l’Europa verrà completamente sottoposta al processo di indoeuropeizzazione, annunciando così il sorgere del ciclo ellenico-romano: dalla dorica Sparta alle ferree virtù civiche di Roma, dall’originaria Tradizione di sangue, spirito e suolo fino ai valori qualitativi, gerarchici, eroici e agonistici che furono alla base della nostra Civiltà. Le forme pure e originarie della Kultur europea, nel senso spengleriano del termine.
Un consapevole riconoscimento dei valori in cui aveva preso forma la Tradizione spirituale originaria nel percorso storico della Civiltà europea, rimarcando orgogliosamente che era esistita un’unità spirituale che andava dalla nordica Islanda all’India vedica, che ha lasciato la sua potente impronta nell’Ellade arcaica, nella Sparta dorica, a Roma, nelle terre celtiche in India e nel mondo germanico, in monumenti epici come l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide, il Mahābhārata, il Nibelungenlied e l’Edda di Snorri, e nell’insegnamento di Platone, di Eraclito, di Seneca.
A questa unità spirituale originaria e ai suoi frutti nel processo di indoeuropeizzazione, Savitri Devi Mukherji, riconoscendone le verità e la grandiosità, dedicherà parole calde e appassionate: “Gli Arya … Grecia, India, Germania: queste sono le pietre miliari della storia della mia vita. Proprio come le altre donne amano diversi uomini, di seguito, così io ho amato l’essenza di diverse culture, l’anima di almeno queste tre nazioni. Ma, in tutte e tre, ed al di sopra di esse, vi è la perfezione essenziale dell’arianità, che io ho visto e celebrato, adorandola per tutta la mia vita.”
Attraverso la sacralità evocatoria del Solstizio, la Comunità del popolo ritorna quindi a casa propria, alle Origini della stirpe, riscoprendone i valori fondanti, l’immagine del mondo e le verticalità spirituali: “Un anno è per gli Dèi un solo giorno ed una sola notte. Per una metà dell’anno, mentre il sole procede verso Nord, è il loro giorno, per l’altra metà, mentre procede verso Sud, è la loro notte.”
Tutti i popoli devono trovare giustificazione e nutrimento nei loro miti: I miti di fondazione li costruiscono, ne compongono la sostanza, ne strutturano la dimensione etico-spirituale, ne delineano il carattere e indicano loro il destino da perseguire.
Era infatti una giusta convinzione di Johann Gottlieb Fichte che: “Nelle qualità nascoste delle nazioni, in quelle di cui esse stesse non hanno coscienza, ma mediante le quali esse comunicano con le sorgenti della loro vita primordiale, risiede la garanzia della loro dignità presente e futura, della loro virtù e del loro merito.”
I miti di fondazione – l’Origine, nella sua piena dimensione metastorica – forniscono ai popoli la necessaria coesione identitaria, quella speciale specificità che li rende unici, li predispongono alla conquista del loro futuro e quando essi svaniscono cala la morte spirituale e di conseguenza i popoli si frantumano allontanandosi dalle loro sorgenti: niente più li unisce, poiché non sono più in condizione di distinguere un origine comune, la sua incommensurabile ricchezza.
Si dissolvono inesorabilmente il senso di appartenenza e la consapevolezza dell’essere Popolo, dell’essere Comunità, le memorie condivise e quindi l’esistenza stessa, quell’attitudine totale ed eroica nell’affrontare quanto riserva il destino, le radici più intime, le stesse forme identitarie, quelle specifiche forme di vita con tutti i loro nessi interiori e superiori che le ordinano; mettendo così a repentaglio la stessa sopravvivenza culturale, spirituale ed etnica modificando quel paesaggio che per secoli lo ha visto protagonista e artefice del proprio destino, insomma tutti quei caratteri che lo mantengono e lo conservano, dando così forma compiuta e sostanza reale alla sua identità spirituale e culturale.
Il Popolo si degrada e si trasforma in una massa anonima priva di volto, una svirilizzata e docile comparsa sul palcoscenico delle società mercantilistiche, una morte lenta e apparentemente inesorabile.
Occorre, allora, riscoprire il Mito per ritrovare il Popolo e rivitalizzarlo ponendolo in prospettiva con il passato.
Il Solstizio vuole e deve essere anche questo: il Mito che si reincarna e si ripropone come vero e la Comunità che ritrovandosi unita nel momento solstiziale ripropone se stessa come architrave politico-spirituale per la rigenerazione del proprio Popolo.
Il Mito dell’Origine svolge da sempre la funzione di ricordare e di tramandare che le tante manifestazioni del momento contingente non possono rappresentare altro che i singoli segmenti di un eterno divenire, profondamente ricco di molteplici e multiformi rimandi arcaici ed eterni, ma allo stesso tempo anche capace di evocare forme espressive sempre nuove, di generare nuove esperienze mobilitanti per i popoli e per le nazioni, quelle potenti sinergie che le rivoluzioni nazionalpopolari europee del secolo scorso hanno ben saputo manifestare.
Attraverso la riscoperta del Mito originario la voce dei popoli è quindi in grado di tornare a parlare in tutta la sua pienezza, sappiamo che noi tutti siamo soltanto un anello dell’ininterrotta catena della corrente del sangue, dei valori e della Storia dei nostri antenati, una corrente impetuosa che giunge dall’eternità e deve andare verso l’eternità.
Adoperarsi affinché questa corrente di sangue e di Spirito non si esaurisca mai è il grande compito assegnato dal destino ad ogni popolo che vuole continuare a restare tale, fedele a se stesso.
Diceva Johann Wolfgang Goethe, nelle sue massime: “Il mondo contemporaneo non merita che si faccia qualcosa per lui: ciò che esiste oggi, il momento dopo può crollare. Dobbiamo lavorare per il mondo passato e per il futuro: per il primo, per ricostruirne i meriti, per il secondo, per cercare di innalzarne il valore.”
Accendiamo allora i fuochi solstiziali, affinché le fiamme li levino alte nel cielo per gioire del trionfo del Sole invincibile, poiché la ruota gira, dice la gente …

mercoledì 17 giugno 2015

Immaturi...


di Igor Traboni (Il Giornale d'Italia)

La prima prova di italiano non la superano certo i soloni del Ministero della Pubblica Istruzione che, nel proporre le tracce ai ragazzi della maturità 2015, si sono ancora una volta piegati al ‘politicamente corretto’. 

Le tracce più ‘importanti’ hanno quello che sembra un timbro governativo (tra il radical-chic dei giorni nostri e il ’68 che è sempre vivo e lotta insieme a loro) e che si vede per benino anche a cento miglia di distanza: la solita resistenza, Calvino e un libro del ’47 con tanto di sfondo dell’8 settembre e i partigiani, gli immigrati in mezzo al mare e via di questo passo.

La traccia storica, ad esempio, è basata su un testamento spirituale scritto da un ufficiale dell'esercito – Dardano Fenulli - che dopo l'otto settembre del 1943 partecipò attivamente alla Resistenza e per questo venne condannato a morte. Nel documento proposto Fenulli insiste sulla continuità tra gli ideali risorgimentali e patriottici e la scelta di schierarsi contro l'occupazione nazista.

Questo il testo: “Le nuove generazioni dovranno provare per l’Italia il sentimento che i nostri grandi del risorgimento avrebbero voluto rimanesse a noi ignoto nell’avvenire: «il sentimento dell’amore doloroso, appassionato e geloso con cui si ama una patria caduta e schiava, che oramai più non esiste fuorché nel culto segreto del cuore e in un’invincibile speranza». A questo ci ha portato la situazione presente della guerra disastrosa. Si ridesta così il sogno avveratosi ed ora svanito: ci auguriamo di veder l’Italia potente senza minaccia, ricca senza corruttela, primeggiante, come già prima, nelle scienze e nelle arti, in ogni operosità civile, sicura e feconda di ogni bene nella sua vita nazionale rinnovellata. Iddio voglia che questo sogno si avveri”.
E Matteo Renzi subito a cinguettare su twitter: «Calvino, Resistenza, Malala, Mediterraneo. Sono curioso di leggere i commenti dei ragazzi quando usciranno da #maturita2015».

Poi, l’analisi del testo, con lo scontatissimo Italo Calvino. La traccia è un estratto di "Il sentiero dei nidi di ragno", il romanzo del ’47 (neanche dopo la letteratura italiana non avesse prodotto più nulla…)  che ha protagonista un orfano che vive i fatti accaduti in Italia dopo l'8 settembre 1943.

La riflessione sul diritto all'istruzione è invece la traccia del tema di ordine generale. I maturandi devono sviluppare la traccia partendo da una di Malala Yousafzai, attivista pachistana e più giovane vincitrice del premio Nobel per la pace: "Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo". 

La letteratura come esperienza di vita è la traccia proposta per il saggio breve o articolo di giornale in ambito artistico-letterario. Nei materiali allegati per la prova ci sono versi tratti dal canto V dell'Inferno di Dante (immancabile omaggio a Roberto Benigni più che all’Alighieri, insomma) e le immagini di Hopper, di Matisse e di Van Gogh. Per il saggio breve o articolo di giornale di ambito storico-politico viene chiesto agli studenti di sviluppare la traccia: "Il Mediterraneo, atlante geopolitico d'Europa e specchio di civiltà".  I fatti di Ventimiglia, evidentemente, non hanno fatto in tempo ad inserirli, ma è fin troppo facile prevedere che molti ragazzi si butteranno su questo.
Nessuno scatta di fantasia neppure per l'ambito socio-economico (la traccia proposta è "Le sfide del XXI secolo e le competenze del cittadino nella vita economica e sociale") e per il saggio breve o articolo di giornale di ambito tecnico scientifico ("Lo sviluppo scientifico e tecnologico dell'elettronica e dell'informatica ha trasformato il mondo della comunicazione che oggi è dominato dalla connettività. Questi rapidi e profondi mutamenti offrono vaste opportunità ma suscitano anche riflessioni critiche".)

martedì 16 giugno 2015

Francesco è la primavera...


di Emma Moriconi (Il Giornale d'Italia)

"Per chi vorrà ricordare Francesco a 36 anni dal suo assassinio gli appuntamenti sono i seguenti: Lunedì 15 giugno, ore 23,30, concentramento, inquadramento, saluto e avvio della veglia che avrà luogo sino alle 06,00. Martedì 16: il Presente al Camerata Francesco Cecchin sarà chiamato, ora prevista, alle 18,30. Onore a Francesco Cecchin". Queste brevi righe riepilogano il ricordo annuale dedicato al giovane Francesco Cecchin, assassinato trentasei anni fa a via Montebuono, una traversa di Piazza Vescovio. Campeggiano, queste poche righe, su un gruppo Facebook dedicato al ricordo di Francesco: "Piazza Vescovio e la sua gente per Francesco Cecchin, si chiama, ed è composto da un nucleo di persone che da anni si battono per mantenere vivo il suo ricordo. È grazie a loro se oggi piazza Vescovio a Roma ha un giardino intitolato al giovane martire di quegli anni maledetti.

Un gruppo in cui il ricordo di Francesco è vivo tutto l'anno, e non solo in questa data di commemorazione. Molti i pensieri che ogni giorno affollano quella bacheca, eccone alcuni: "36 anni mai sfiorati dall'oblio...36 anni di veglie e Presente!... 36 anni e siamo ancora qui, ancora con te... Per Francesco, con Francesco". Stasera... 36 anni fa... le iene che agiscono nell'ombra... Oggi... 36 anni dopo... nessuna giustizia, nessun colpevole... Chi dimentica è complice. Francesco vive!!"
I ragazzi quel giardino lo tengono in ordine, in memoria di Francesco. Raccolgono cartacce e rifiuti, controllano che tutto sia in regola. È un atto d'amore quotidiano, perché Francesco amava il suo quartiere, perche Francesco "era primavera, Francesco era libertà". I ragazzi periodicamente si riuniscono anche per andare sulla sua tomba a Nusco, trentasei anni dopo: le persone muoiono, l'amore no. Quei ragazzi di piazza Vescovio ci hanno messo quattro anni a raggiungere il traguardo di quel giardino e di quella stele, venne inaugurata nel giugno del 2011.

"Non solo il 16 giugno, ma ogni giorno dell'anno... Per Francesco, con Francesco" scrive qualcuno, e posta la foto di uno striscione con su scritto "Francesco vive".

Poi ci sono i ricordi per tutti, per quegli altri giovani che sono morti in quegli anni maledetti. Su quella pagina di Facebook c'è un pensiero per ciascuno di loro, nessuno viene dimenticato. È la pagina di Francesco, ma il ricordo è per tutti. E sono tanti, troppi. Sono morti per un'Idea, sono giovani vite innocenti spezzate da un odio cieco.


Piazza Vescovio e quella raggiera di vie che da essa si diramano è un simbolo di amore e di lotta, e purtroppo anche di morte e di dolore. Se si svolta l'angolo di via Montebuono e si percorrono pochi passi sulla sinistra quel cancello è sempre lì. A volte è chiuso, e allora si può pregare in strada e lasciare un pensiero o un fiore. Qualche volta è aperto, perché lì ci vivono famiglie, persone, la vita continua, e allora si può oltrepassare e si può giungere a quel muretto e guardare giù, dove venne scaraventato Francesco dopo quel pestaggio che lo avrebbe ucciso di lì a qualche giorno. Guardare giù fa gelare il cuore. Ma poi basta guardare su, verso il cielo, da dove lui ci guarda e ci sorride da trentasei anni. 

lunedì 15 giugno 2015

Addio a Rutilio Sermonti, per 94 anni fedele alla linea...



di Antonio Fiore (Barbadillo.it)


Novantaquattro anni fedele alla linea.E’ salito in cielo come una cometa luminosa, a pochi giorni dal Solstizio, Rutilio Sermonti, “militante integrale” di un mondo antico, dove la guerra interiore veniva combattuta accanto a quella autentica, nelle trincee d’Europa.

Scompare ad Ascoli il più controcorrente di una famiglia di creativi, dal genetista Giuseppe al dantista Vittorio. Rutilo fu volontario nella seconda guerra mondiale, decorato con la Croce di Ferro, e donò ai suoi giovani discepoli la storia esemplare del combattente tedesco, che spirando a sedici anni sul fronte orientale, come ultimo sussulto di vita, gridò “Niemals”, “Mai”, estremo invito a non arrendersi e non terminare mai la propria lotta.

Le cronache giudiziarie, in una inchiesta su proclami grotteschi e deliranti di estremisti da tastiera, registravano Rutilio indagato per associazione sovversiva, reato che sarebbe evaporato con il procedere del lavoro degli inquirenti. Un destino che lo vedeva accomunato al grande scrittore non allineato, il Nobel Knut Hamsun, anch’egli perseguitato alla fine dell’esistenza terrena.

La vita di Rutilio dopo la guerra


“Avvocato, paleontologo, zoologo e scrittore. E’ stato – scrive Gianluca Borgatti – presidente dei GRE (Gruppi di Ricerca Ecologica). Ha ricostruito animali preistorici, scritto libri in difesa dell’ambiente (memorabile “Il prezzo della salvezza” scritto a quattro mani con il noto presentatore televisivo Sandro di Pietro), libri di storia e perfino raccolte di fiabe per bambini. Rutilio ha avuto un’intensa e multiforme attività pubblicistica”. Sterminato l’elenco delle sue pubblicazioni, tra cui una monumentale Storia del fascismo, scritta con Pino Rauti e ora ripubblicata da Controcorrente di Napoli.

Fondatore del Msi

In una intervista, il racconto di Sermonti: “Il Movimento è stato fondato da sette giovani: Giorgio Almirante Giacinto Trevisonno, Mario Pazzi, Giovanni Tonelli, Loffredo Gaetani Lovatelli, Giuliano Bracchi e io, in seguito l’ho abbandonato perché troppo dialogante con la Democrazia Cristiana. Il Msi nasce dopo una lunga discussione, decidemmo di fare un partito che partecipasse alla competizione politica contro la Democrazia Cristiana”. Partecipò anche ai Far e al Centro Studi Ordine Nuovo, come fondatore.

Ammiratore di Mussolini

“La grandezza di Mussolini – spiegava Sermonti – era quella di saper affrontare i problemi e utilizzare ciò che aveva a disposizione. Ha usato sindacati e agricoltori e ciò che già c’era, ma ha infuso uno spirito diverso. Lo stato organico è lo stato in cui ogni forza esistente ha la sua funzione, esiste ed è rappresentata: il cervello in un corpo è utile come i piedi. Fare unità, qualcosa che unisce uomini, donne e associazioni e ne fa uno strumento per il bene della nazione”.

Il monito ai giovani

“Per parlare bisogna studiare. Ho saccheggiato tutti i rami del sapere, se non hai una visione ampia diventi una vittima. Per vivere bene devi essere capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Altrimenti campi come una lucertola o un lombrico. Noi non ci fidiamo del pensiero. Il libero pensiero non esiste: ci sono 50 modi per alterarlo senza che l’interessato se ne accorga neppure. Se gli interessi di parte sono subordinati a quelli superiori della nazione, anche gli interessi di parte vengono perseguiti in modo lecito e fecondo”.

giovedì 21 maggio 2015

21 Maggio 2015. Per non dimenticare chi non volle negoziare sui Valori e sulle Identità...


di Maurizio Rossi

Dominique Venner nacque a Parigi il 16 aprile 1935.

In gioventù volle temprarsi nella militanza nazional-rivoluzionaria e conserverà nel tempo un ricordo più che positivo di quell’esperienza, giungendo a confermare in una delle sue ultime interviste che l’aver vissuto intensamente le vicende e le passioni estreme dell’attivismo politico era stato propedeutico nell’affinare il suo successivo impegno di storico e studioso.
Fece quindi parte del movimento Jean Nation di Pierre Sidos, svolse il servizio militare come paracadutista in Algeria durante la guerra contro l’FNL, partecipando poi alle pericolose iniziative militanti clandestine dell’OAS.

Negli anni successivi sarà anche un attivo sostenitore del movimento Ordre Noveau e subito dopo fondatore e direttore della prestigiosa rivista di cultura politica Europe-Action.
Sarà anche tra i primi patrocinatori del GRECE, inaugurando la nuova stagione degli studi bio-politici.

Attento studioso della Cultura europea non conformista degli anni 30/40, volle anche riproporre all’attenzione degli ambienti non conformisti quella specifica religiosità indo-europea che aveva incarnato lo spirito originario della nostra Civiltà.

Sarà autore di numerose opere di revisione storica che ebbero il merito di contrastare con efficacia la propaganda del pensiero unico omologante liberal-progressista, diventando un attivo promotore di iniziative di mobilitazione culturale e politica contro l’immigrazione terzo-mondista e la deriva culturale cosmopolita e multirazziale che stava minacciando la sopravvivenza delle nazioni europee.
Sarà infatti tra i primi a denunciare le strategie mondialiste che, attraverso l’utilizzo spegiudicato della demagogia immigrazionista, intendevano pervertire i concetti stessi di sovranità, cittadinanza e appartenenza, snaturandone il significato originario.

Dominique Venner, già dalla fine degli anni settanta dello scorso secolo, aveva previsto tutto questo, tutte le drammatiche ricadute che stiamo subendo: un’impressionante ondata migratoria terzo-mondista la cui definizione, ormai alquanto semplicistica, volutamente semplicistica e banalizzante di ‘”immigrazione” suona patetica e soprattutto ipocrita alla luce della constatabile dimensione degli spostamenti continui di popolazione proveniente dal Nord Africa, dall’Africa nera e dal Medio ed Estremo Oriente e volendoci soffermare esclusivamente alla valutazione quantitativa e strettamente numerica che caratterizzerebbe l’ampiezza e la portata del fenomeno, sarebbe almeno puntuale, logico e maggiormente calzante esprimersi con il termine crudo di “invasione”.

D’altronde, il concetto stesso di “invasione”, come era già stato fatto notare da numerosi studiosi e analisti del fenomeno, oltre che da Dominique Venner, non voleva altro significare che l’ingresso di masse cospicue di altre popolazioni nel territorio di un’altra nazione, senza che quest’ultima possa opporsi ad un tale spostamento, a maggior ragione se un tale spostamento viene agevolato, promosso e sostenuto dai governanti delle stesse nazioni che lo subiscono, facendo appello a presunte e discutibili solidarietà nei confronti dei “migranti”, innalzando in termini esponenziali altrettanto discutibili “sensi di colpa” facendoli ricadere sugli europei.

Una criminale e strumentale “carità” istituzionale che ambiguamente ha come fine un preciso obiettivo: disintegrare l’ormai fragile tessuto identitario dei popoli europei per trasformarli in una massa anonima e nomade piegata alla dittatura dei potentati mondialisti.
Pertanto questa immigrazione cospicua, inarrestabile e incontrollata, che l’intera Europa sta subendo, cosa altro può essere se non una autentica invasione programmata delle nostre terre, visto che si presenta in maniera così metodica e capillare?
Una “invasione” ben particolare visto che ha potuto, purtroppo, vantare numerosi sponsors tra coloro che, all’insegna di una non ben chiara, ma certamente deleteria, “cultura della solidarietà e dell’accoglienza” richiedono a gran voce esclusivamente maggiori garanzie e tutele a beneficio degli extracomunitari, per non parlare poi di chi apertamente si è fatto portabandiera di allarmanti proposte che propagandano una auspicabile assimilazione totale e indiscriminata degli stranieri, circostanza che spalancherebbe la porta al fenomeno ancor più drammatico di una  “immigrazione di popolamento”, ovvero di una graduale sostituzione etnica della popolazione.

Gli stessi interessati e pressanti inviti che continuamente bombardano la popolazione italiana per una rapida riforma del riconoscimento della cittadinanza mediante l’adozione del principio dello Ius Soli, al posto del più giusto e corretto Ius Sanguinis, sarebbero propedeutici per una mutazione volta in tal senso.

Dominique Venner aveva dedicato tutta la sua nobile esistenza per contrastare questa fatalità, questa profezia di sventura, denunciando coraggiosamente la pericolosità delle strategie di manipolazione culturale messe in campo dalle potenti Lobbies mondialistico-finanziarie contro l’Europa, contro la sua Storia, contro i suoi popoli e le loro magnifiche identità.

Lo aveva fatto all’insegna di una visione comunitaria e spirituale che privilegiava il “bene comune” dei popoli europei, le verità e i valori di una Tradizione le cui radici ancestrali affondavano in un arcaico e remoto passato, contrapponendosi alle avvilenti logiche di interesse materiale. Gli interessi sono sempre negoziabili, ma i valori non lo sono mai, e questo Dominique Venner lo sapeva bene.
Per questi motivi decise, serenamente e piamente padrone della sua mente e del suo Spirito, di darsi la morte il 21 maggio di due anni fa, in un luogo per lui altamente simbolico: Notre Dame de Paris.
Un gesto estremo che ha scandalizzato l’opinione pubblica mettendo in imbarazzo molti, anche coloro che lo avrebbero dovuto comprendere: si è preferito dimenticare per non dover correre il rischio di interrogare la propria coscienza.
Politicamente “scorretto” fino in fondo.

Siamo però altresì certi che il sangue che quel 21 maggio venne generosamente sparso a Notre Dame de Paris non sia stato versato invano, inevitabilmente “concimerà” le aride terre d’Europa per riportarle a nuova vita, ancor di più fluirà come un fiume in piena nelle aride anime di quegli europei che non hanno ancora compreso di trovarsi sull’orlo dell’abisso.
Siamo orgogliosamente certi che il sangue sgorgato dal martirio volontario di Dominique Venner genererà immancabilmente i suoi frutti.

Onore al camerata Dominique Venner. Egli vivrà per sempre!



Le motivazioni di una morte volontaria
di Dominique Venner

“Sono sano nel corpo e nella mente, e sono pieno di amore per mia moglie e i miei figli. Amo la vita e non mi aspetto nulla nell’Aldilà, se non la perpetuazione della mia Razza e del mio Spirito. Tuttavia, nel crepuscolo di questa vita, di fronte agli immensi pericoli che corrono la mia patria francese ed europea, sento il dovere di agire ora che ne ho ancora le forze.
Penso sia necessario sacrificare me stesso per rompere il torpore che ci affligge.
Offro ciò che resta della mia vita con l’intento di lanciare una protesta e una rifondazione. Ho scelto un luogo altamente simbolico, la cattedrale di Notre Dame de Paris, che rispetto e ammiro: essa fu costruita dal genio dei miei antenati sul sito di luoghi di culto molto più antichi, ricordando in tal maniera le nostre immemori origini.
Mentre molti uomini sono schiavi delle proprie vite, il mio gesto incarna invece un’etica della etica.
Io mi do la morte al fine di risvegliare le coscienze assopite. Mi ribello contro la fatalità del destino.
Insorgo contro i veleni dell’anima e contro gli invasivi desideri individuali che stanno distruggendo i nostri ancoraggi identitari, prima su tutti la famiglia, intimo fondamento della nostra civiltà millenaria. Mentre difendo l’identità di tutti i popoli a casa propria, mi ribello nel contempo contro il crimine che mira alla sostituzione dei nostri popoli.
Il discorso dominante non può non far trapelare le sue ambiguità tossiche: ora sta agli Europei trarne le dovute conseguenze. In assenza di una religione identitaria cui ancorarci, condividiamo tuttavia da Omero in poi una memoria comune, depositaria di tutti i valori sui quali rifondare la nostra futura rinascita, facendola finalmente finita con quella metafisica dell’illimitato e dell’assenza di confini che è la fonte nefasta di tutte le moderne derive.
Chiedo perdono in anticipo a tutti coloro cui la mia morte farà soffrire, e in primo luogo a mia moglie, ai miei figli e ai miei nipoti, così come ai miei amici e ai miei sostenitori.
Ma, una volta attenuatosi il dolore, non metto in dubbio che sia gli uni sia gli altri comprenderanno il senso del mio gesto e muteranno la loro sofferenza in orgoglio.
Spero che tutti loro si uniscano e si mettano d’accordo per resistere e durare. Essi troveranno nei miei scritti più recenti la prefigurazione la spiegazione del mio gesto.”

(Dominique Venner, Parigi, 21/05/2013)

martedì 5 maggio 2015

Bobby Sands: il cuore e l’anima della rivoluzione irlandese...

di Maurizio Rossi

La protesta che investì il complesso penitenziario di Long Kesh, collocato vicino Belfast, iniziò a divampare nel 1977, quando gli oltre trecento detenuti irlandesi, tutti prigionieri politici repubblicani incarcerati per reati consumati contro l’occupazione britannica, considerati volutamente dalle autorità penitenziarie alla stregua dei detenuti comuni, decisero di rifiutarsi di indossare la tenuta carceraria che li equiparava ai criminali comuni per rivendicare, in quanto militanti nazionalisti, il riconoscimento della loro condizione reale di prigionieri politici.
La blanket protest aveva anche lo scopo di fare giungere all’esterno del carcere notizie sulla reale situazione nella quale versavano i detenuti e sui continui e pesanti maltrattamenti fisici e sulle perduranti violazioni della dignità personale che i prigionieri nazionalisti erano costretti a subire in quanto tali.
Maltrattamenti, pestaggi, “terapie” di correzione che a malapena mascheravano gli sfoghi delle guardie (tutte protestanti e ‘lealiste’, quindi torturatori volontari) che, con il beneplacito dell’amministrazione carceraria, potevano accanirsi senza riguardo alcuno contro i prigionieri repubblicani: “La tortura era una di quelle cose cui avevamo imparato ad abituarci. In realtà avevamo dovuto abituarci (…) non sapevamo mai quale porta avrebbero aperto, chi di noi avrebbero trascinato fuori dalla cella e pestato senza pietà.” Nudi come dei vermi, si coprivano solamente le parti intime con un asciugamano, i prigionieri, vista l’indifferenza glaciale dei carcerieri, furono costretti ad inasprire la protesta passando successivamente alla dirty protest ovvero cominciarono a rifiutarsi di radersi, di farsi tagliare i capelli, di lavarsi e infine si opposero allo svuotamento quotidiano dei buglioli, presenti nelle celle, che contenevano i loro escrementi.
La feroce perfidia delle guardie arrivò al punto di trovare divertimento, ogni mattina, nell’irrompere nelle celle e rovesciare sul pavimento, con un calcio, il contenuto dei buglioli.
Così tutti i giorni, per settimane. Le celle erano diventate delle squallide e sudice fogne dove, a denti stretti, continuava la resistenza dei prigionieri: “Ci sono diversi modi per scuoiare un animale e, nel nostro caso, per tentare di spezzare la resistenza di un prigioniero di guerra.”
Le guardie, sempre tutelate e incitate dalle autorità, si misero d’impegno per piegare la protesta dei blanketmen diminuendo le già ridotte razioni di cibo e utilizzando alimenti avariati, aumentando il numero delle irruzioni nelle celle, sia di giorno che nella notte, per gli ormai divenuti consueti pestaggi e per le degradanti perquisizioni corporali nelle parti intime che precedevano i pestaggi.
A fronte di quelle continue umiliazioni i prigionieri trovarono lo stesso il conforto necessario nella certezza della vittoria, proclamando orgogliosamente “il nostro giorno verrà”, e lo proclamarono in gaelico: Tiocfaidh ar là!
Quando venne permesso all’arcivescovo cattolico Thomas O’Fiaich di visitare i prigionieri lo squallido spettacolo che si presentò agli occhi del prelato fu così sconvolgente da lasciarlo profondamente turbato: “Lasciando da parte l’essere umano, difficilmente si lascerebbe vivere un animale in tali condizioni. L’immagine che più si avvicina a ciò che ho visto è quella delle centinaia di homeless che vivono nelle fogne di Calcutta.” Lo stesso turbamento, però, non scalfì la ferrea arroganza britannica.
I prigionieri avanzarono, allora, al Governo britannico una serie di richieste politiche che se concesse avrebbero posto fine alla protesta. Richiesero che ai prigionieri repubblicani fosse garantito il diritto ad indossare i propri indumenti anziché la tenuta carceraria, non fossero obbligati al lavoro carcerario, fosse loro garantita la possibilità di ricevere una visita e una lettera settimanalmente, fosse loro permesso di unirsi con gli altri prigionieri durante l’ora d’aria e, infine, che potessero usufruire anche loro degli sconti di pena al pari dei detenuti comuni. Il Governo britannico rispose che non avrebbe mai trattato con dei terroristi e, pertanto, avrebbe rigettato le richieste. Per questi motivi e visto il perdurare dell’indifferenza dell’amministrazione politica inglese, che non si sentiva minimamente colpita dalla campagna di controinformazione che dall’esterno gettava logicamente discredito su di essa, il consiglio politico dei prigionieri decise, dietro indicazione strategica dell’IRA, di alzare ancor di più il tono della protesta adottando la forma più estrema e radicale che si potesse immaginare: lo sciopero della fame.
Il primo prigioniero ad iniziare la nuova protesta sarà Brendan Hughes, comandante dei prigionieri repubblicani di Long Kesh, lo seguiranno a ruota altri sette detenuti.
Queste prime proteste durano poco — pur sempre una cinquantina di giorni che ridussero i prigionieri in fin di vita — perché gli inglesi, barando, fecero trapelare la notizia di una possibilità di intesa riguardo alle richieste. Ma si trattò solamente di una delle solite vigliaccate inglesi. Non rimaneva, a questo punto, per gli avviliti prigionieri altra scelta che riprendere con decisione la protesta e portarla fino alle estreme conseguenze.
Toccherà, per sua libera scelta, ad un giovane prigioniero di nome Bobby Sands diventare il protagonista e il simbolo di tutti gli hunger strikers.
Bobby Sands era un volontario dell’IRA a tutti gli effetti, si era voluto arruolare nel 1972 dopo che aveva provato sulla propria pelle e su quella della famiglia le angherie e i soprusi dell’occupazione britannica, le discriminazioni e le intimidazioni degli attivisti protestanti e soprattutto il particolare senso della ‘giustizia’ degli inglesi. Era arrivato a Long Kesh, “ospite” nei famigerati H-Blocks verso la fine del 1977 per scontare una condanna a 14 anni di reclusione per partecipazione ad azioni di terrorismo, fu quindi automaticamente solidale e partecipe con gli altri prigionieri nello svolgimento della protesta per i diritti politici. In carcere irrobustirà la propria formazione politica e culturale e si impegnerà, anche, nello studio del gaelico e il 1 marzo del 1981 deciderà di donare integralmente sé stesso alla causa del suo popolo, per la liberazione dell’Irlanda, per denunciare a tutto il mondo i crimini britannici in terra irlandese.
Inizierà così lo sciopero della fame ad oltranza di Bobby Sands che, per la generosità del suo gesto e la bontà della fede che albergava nel suo grande cuore, diventerà il simbolo della sofferenza irlandese e la bandiera del riscatto nazionale: “Accettare lo status di criminale significherebbe degradare me stesso e ammettere che la causa in cui credo e di cui mi nutro è sbagliata. Quando penso agli uomini e donne che hanno sacrificato la loro vita, le mie sofferenze mi sembrano insignificanti. Ci sono stati molti tentativi per piegare la mia volontà, ma ognuno di questi tentativi mi ha reso ancora più determinato.”
Il Governo britannico, allora guidato dalla Margaret Thatcher, manifestò imperterrito tutto il suo cinico disprezzo nei confronti degli hunger strikers, nonostante che il valore della protesta avesse ormai già varcato i confini dell’Irlanda del Nord e generasse, ovunque, commozione e solidarietà.
L’opinione delle autorità britanniche consistette nell’affermare che se dei “terroristi” avevano deciso di morire di fame, allora potevano pure tranquillamente farlo, con la “benedizione” di Sua Maestà.
Eppure, grazie alla grande solidarietà del movimento repubblicano e agli sforzi del Sinn Fein, guidato dal nuovo presidente Gerry Adams (l’ex comandante della brigata di Belfast dell’IRA) Bobby Sands venne, anche, eletto deputato al parlamento di Westminster.
La notizia che un “terrorista” era diventato un parlamentare rappresentò un boccone troppo indigesto, anche per la Lady di ferro, e al contempo dimostrò che quel “terrorista” era il volto dell’Irlanda e che la Nazione irlandese si stringeva attorno ai suoi prigionieri politici.
Secoli di lotta contro la dominazione britannica avevano abituato gli irlandesi ad andare incontro alla morte anzitempo, anche quando la morte si presentava sotto le forme della casualità e della sfortunata coincidenza, come spesso accadeva nell’Irlanda del Nord. Bastava trovarsi nel posto sbagliato e nel momento sbagliato e poteva succedere di tutto all’improvviso: un’autobomba che esplodeva di fronte ad un pub, una raffica di mitra proveniente da una macchina in corsa, i colpi sparati da un cecchino inglese troppo nervoso o da uno sbirro della RUC troppo zelante. Ma l’andare incontro alla morte, come fecero gli hunger strikers, come se fosse un estremo atto d’amore nei confronti del proprio popolo e della propria Nazione, rappresentò una novità così sconvolgente da marcare la coscienza degli irlandesi in maniera indelebile.
Dopo 66 giorni di digiuno, Bobby Sands, morendo poneva fine al suo doloroso calvario.
A coloro che nei giorni precedenti il decesso, implorandolo, gli chiedevano di smettere, di interrompere la protesta Bobby Sands, serenamente, rispondeva: “Sorry, but I must die”, Scusatemi, ma io debbo morire. Il 5 maggio 1981 l’Irlanda repubblicana era in lutto, quella protestante in apprensione per quello che avrebbe potuto fare l’IRA.
Non era ancora tempo di vendette, quel momento sarebbe giunto, ma dopo i funerali.
Dopo Bobby Sands moriranno altri nove prigionieri che avevano iniziato a ruota lo sciopero della fame ad oltranza: Francis Hughes, Raymond Mac Creesh, Patsy O’Hara, Joe Mac Donnel, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kievan Doherty, Seamua Mac Elwain e Micky Devine. Anche loro si immoleranno volontariamente sull’altare sacrificale della libertà irlandese e il numero dei “votati al martirio” sarebbe stato anche maggiore se, nel frattempo, non fosse giunto a Long Kesh l’ordine da parte del Comando dell’IRA di interrompere la protesta.
I funerali di Bobby Sands saranno solenni e imponenti, decine e decine di migliaia di irlandesi accompagneranno il feretro del combattente repubblicano, avvolto nella bandiera tricolore irlandese, nel suo ultimo viaggio verso il cimitero di Milltown, non mancherà neppure il picchetto armato d’onore dell’IRA.
I fucili dell’IRA spareranno a salve per rendere testimonianza e gratitudine al coraggioso volontario.
L’esercito britannico che in forze e a distanza presidiava la zona dovrà sopportare anche questo affronto.
“Bobby Sands, deputato al Parlamento, volontario dell’IRA, prigioniero politico di guerra, Requiescat in Pacem.”
Con i funerali di tutti e dieci hunger strikers si andava così chiudendo una delle pagine più gloriose della tormentata storia dell’eroico popolo irlandese. Dimenticare tutto questo, dimenticare il loro sacrificio sarebbe ingiusto nei confronti della Storia della Nazione irlandese, ma soprattutto sarebbe un’offesa alla nostra coscienza e alla loro memoria.
Onore ai caduti dell’Esercito repubblicano irlandese!
Onore a Bobby Sands e ai martiri di Long Kesh!