venerdì 5 aprile 2013

13 APRILE: SERATA "ANNI TRENTA" A CASAGGì!



Anni Trenta: stile, bella musica e vitalità. L'Italia alza la testa e viene sanzionata: ma si arrangia, sopravvive, stringe i denti e torna ad essere Nazione. Rielabora una cultura propria, una cucina frugale ed essenziale, una quotidianità semplice e completa. Pullulano le riviste, le riforme sociali, il marmo bianco, le bonifiche, i grandi proclami, il cinema italiano e il consenso ad un Regime che aveva riportato il paese sui binari della giustizia sociale e dell'entusiasmo. Anni ruggenti, ma per davvero.

SABATO 13 APRILE ripercorreremo quello spirito, con una serata a tema. Si parte con la "cena autarchica", comprendente le ricette dell'epoca elaborate durante l'embargo, e si prosegue con la musica giusta. A Casaggì, in via Frusa 37. Dalle 20. 

giovedì 4 aprile 2013

Casaleggio, l’esoterismo, Gaia e il nuovo ordine mondiale




Nel nuovo mondo non ci sarà spazio per le idee, le religioni, la politica. Le persone saranno suddivise in comunità riunite attraverso la rete. Fine delle persone reali. Fine delle identità. Esisteremo solo all’interno di un social network, il suo nome è Earthlink e sarà creato da Google. Avere un account vorrà dire “essere”. Il passaporto non servirà più.
“Gaia, un nuovo ordine mondiale è nato oggi, 14 agosto 2054”. Comincia così il video caricato sul canale youtube della Casaleggio Associati il 21 Ottobre 2008. Si tratta di una clip di otto minuti nella quale vengono esposte le teorie della mente del MoVimento 5 Stelle sul futuro della terra. Si parte dal 2018. In quest’anno il mondo è diviso in due parti: l’ovest, dove la democrazia rende libero l’accesso ad internet e l’est, dove la dittatura Orwelliana tiene sotto controllo l’accesso ad internet. Nel 2020 scoppierà una guerra mondiale che durerà due decadi e porterà la popolazione ad un miliardo di abitanti distruggendo tutti i simboli della storia e della tradizione. Nel 2050, alla fine della guerra Brain Trust sarà l’invenzione che sconvolgerà il mondo. Un’intelligenza artificiale che riuscirà a risolvere i problemi, ergo: i cervelli saranno inutili, sarà Brain Trust a pensare per noi. A quel punto ci sarà la prima elezione del governo mondiale dei vincitori della guerra (le forze occidentali) nella quale ogni individuo potrà controllare il mondo attraverso la rete. “Tu sei Dio” e Internet sarà il mezzo attraverso il quale l’uomo si farà divinità.
“Tu-sei-Dio”, frase esoterica utilizzata più volte nella storia che richiama il simbolo 666 della bestia o anche Charles Manson il più famoso satanista dei tempi moderni. Non solo il “Tu-sei-Dio” richiama anche dei riti di iniziazione di alcune cerchie massoniche: Stralcio del rituale di iniziazione preso dal 32° grado massonico, detto del “Maestro Cavaliere e Principe del Real Segreto”:
«Io sono GESU’ DI NAZARETH. Colui che diede la sua vita per la salvezza degli uomini.
Venuto per completare e non per abolire la Legge, ho proclamato il diritto della coscienza di essere intermediaria nei suoi rapporti con il Padre celeste.
Io sono MAOMETTO, il Profeta per eccellenza dell’Islam. Dio è Dio e non vi è altro Dio.
Allah impone la giustizia, la benevolenza, la generosità. Egli comanda di istruirti. I Saggi sono gli eredi dei Profeti. La santità non consiste nel volgere, nella preghiera, il tuo volto verso l’Oriente o l’Occidente, ma nel fare, per amore di Dio, la carità agli orfani, ai poveri, agli stranieri.
Nessuno può essere chiamato un vero credente se egli non desidera per il suo fratello ciò che desidera per sé stesso.
Io sono COLUI DEL DOMANI. Gli ebrei attendono il Messia, i Musulmani il Madhi, i Cristiani millenaristi il Cristo della seconda venuta, i Buddhisti il prossimo Buddha, gli Indù l’incarnazione di Vishnù che si incarna di età in età per il trionfo dei buoni e la distruzione dei cattivi. Porto tutti questi nomi e molti altri ancora perché la catena ermetica non è stata mai spezzata.
Voi avete osservato la rimarchevole concordanza di insegnamenti formulati dai fondatori di religioni e dagli organizzatori delle Civiltà annoverate nella storia.
Altre guide sorgeranno ancora che segneranno con la loro forte impronta l’ascesa dell’Umanità. Ma, malgrado la varietà delle loro rivelazioni, sappiate che essi vi terranno lo stesso linguaggio perché ciò risponde ai bisogni universali e alle permanenti aspirazioni della natura umana.
Siate tolleranti perché nulla può definire il Grande Architetto dell’Universo. Cercate la Verità, praticate la Giustizia ed amate il vostro prossimo come voi stessi, tale è la via del Dovere, la sola via di Salvezza.»
Nel nuovo mondo non ci sarà spazio per le idee, le religioni, la politica. Le persone saranno suddivise in comunità riunite attraverso la rete. Fine delle persone reali. Fine delle identità. Esisteremo solo all’interno di un social network, il suo nome è Earthlink e sarà creato da Google. Avere un account vorrà dire “essere”. Il passaporto non servirà più.
È proprio nella parte finale di questo video che ad un’analisi attenta si coglie la contraddizione. Il governo eletto dei vincitori governerà in un mondo dove la politica e le idee non esisteranno più. Essere padroni del mondo senza l’esistenza delle idee e dei cervelli, d’altronde penserà a tutto il Brain Trust. Le stesse contraddizioni si incontrano nel 5 stelle. “Uno vale uno”, era il motto della campagna elettorale. Ora però, tutti fanno quello che viene deciso dai vertici del movimento. Pena? L’espulsione.
Il MoVimento 5 Stelle attacca i poteri forti, la finanza, Bilderberg, la casta, la politica, ma la visione di Casaleggio assomiglia molto a quella degli illuminati dove alla fine ogni individuo sarà controllato attraverso dei microchip. Che sia vera la frase di Tomasi di Lampedusa? “Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente”.

mercoledì 3 aprile 2013

Ma per la destra la decrescita non è una parolaccia...



di Annalisa Terranova

Il concetto di decrescita sta subendo, in virtù dell’ostilità della vecchia politica nei confronti dei grillini, una sorta di manipolazione lessicale: lo si guarda con sufficienza, lo si deride, lo si indica come un rimedio che finirebbe con l’aggravare la crisi globale e si conclude, con quell’ignoranza che caratterizza molti politici ospiti fissi dei talk show, che la decrescita è contro il progresso. La destra berlusconizzata non è ovviamente immune da queste tentazioni. E del resto chi non ricorda i risolini che accoglievano già nei congressi del Msi i discorsi di Pino Rauti quando parlava di deforestazione e di critica al consumismo?

Il punto è questo: perché mai quella destra che ha nel suo dna la critica al capitalismo e l’avversione al consumo illimitato delle risorse e dei beni dovrebbe guardare con rimprovero a Serge Latouche quando predica la decolonizzazione dell’immaginario e trova assurda la tecno-idolatria postmoderna? 

Sull’argomento esiste un bel saggio di Alain de Benoist (Comunità e decrescita, Arianna 2006) che addirittura ricollega i postulati teorici della decrescita alla morale degli antichi, con citazioni da Seneca e da Cicerone. Ma la questione non si esaurisce certo in una buona performance letteraria. De Benoist cita anche l’economista Mauro Bonaiuti il quale parla di “differente distribuzione delle preferenze” per trasformare i meccanismi di produzione e rimettere in discussione il volume degli spostamenti di uomini e merci sul pianeta. Convincente è poi la critica del Pil come unico e solo indicatore di ricchezza, un indicatore che non tiene conto della qualità della vita e dell’impoverimento risultante dall’esaurimento delle risorse naturali. 

La decrescita ci rende infelici? Perché non domandarsi piuttosto se la crescita ci rende benestanti: “Le società attuali – scrive de Benoist – non sono più società dove le ricchezze acquisite al vertice finiscono con il ridiscendere lungo la piramide sociale, ma società a clessidra, dove i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi”.

Una comprensione più efficace del dibattito sulla decrescita è possibile se questa tendenza viene interpretata non come un modello economico ma come una differente mentalità, come una diversa cultura, che implica consapevolezza del consumo, dello sfruttamento, dell’ambiente, dell’equilibrio tra tempo libero e tempo lavorativo. Senza entrare in questa logica, la decrescita può in effetti apparire solo la parola d’ordine salottiera di una cerchia di intellettuali snob e antiprogressisti. 

Ma attenzione: questo è proprio ciò che si vuol far credere per spacciare come vera la teoria secondo cui gli antidecrescisti sono i soli dalla parte del popolo mentre essi sono, come sempre, dalla parte del profitto. “Nell’attuale stato delle cose – scrive de Benoist – l’imperativo della decrescita deve essere in primo luogo una parola d’ordine di igiene mentale: l’ecologismo inizia con l’ecologia della mente. Bisogna lottare contro la de simbolizzazione dell’immaginario, che mira a sopprimere tutto ciò che potrebbe ostacolare il desiderio e il consumo. 

Non si tratta di negare la relativa utilità del mercato, né la funzione stimolante della ricerca del profitto, ma di uscire mentalmente da un sistema di cui mercato e profitto sono gli unici fondamenti. Si tratta di smettere di considerare la crescita come un fine in sé. Si tratta di rimettere l’economico al suo posto e, con esso, lo scambio mercantile, il lavoro salariato e la logica del profitto. 

Latouche dice, molto giustamente: Per concepire la società della decrescita serena e accedervi bisogna letteralmente uscire dall’economia. Questo significa rimettere il discussione il suo dominio sul resto della vita, in teoria e in pratica, ma soprattutto nelle nostre teste”.

martedì 2 aprile 2013


Di Canio va al Sunderland e il laburista Miliband si dimette: «Quell’allenatore è fascista»


di Bianca Conte (Secolo d'Italia)

L’avvicendamento di Paolo Di Canio che succede a Martin O’Neill sulla panchina della squadra inglese del Sunderland scuote il team laburista e l’episodio calcistico scatena immediatamente un caso politico. Il fatto che uno dei protagonisti della vicenda sia l’alfiere del calcio italiano d’Oltremanica, noto più per le polemiche scatenate da lui e intorno a lui a gioco fermo o fuori del campo, (una su tutte il saluto romano ostentato sotto la curva dell’Olimpico in occasione di un derby cittadino) che per le prodezze nei 90 minuti regolamentari, fa divampare ancor di più le polemiche. 

Tutto comincia con l’ingaggio conferito dalla dirigenza dei Black Cats, attualmente in zona retrocessione, all’ex calciatore della Lazio come nuovo allenatore del club inglese, carica ufficializzata da un contratto della durata di due anni e mezzo. Di Canio succede a Martin O’Neill, esonerato dopo otto partite senza vittorie, tra cui l’ultima deludente sconfitta interna contro il Manchester United. Ma la scelta non è andata giù al deputato laburista ed ex ministro degli esteri (nonché fratello del leader del partito, Ed), David Miliband che, nel giro di breve, adombrando lo spettro di una sorta di conflitto d’interessi politico-sportivo, ha annunciato le sue dimissioni da direttore non esecutivo del Sunderland: e tutto a causa delle simpatie politiche del tecnico italiano, da sempre schierato dichiaratamente a destra. «Auguro al Sunderland un futuro di successi. 

È una grande istituzione che ha fatto tanto per il Nord Est –ha dichiarato solennemente Miliband in procinto di lasciare la politica britannica e il Paese per trasferirsi a New York – e faccio tanti auguri alla squadra per le prossime sette, vitali, partite. Tuttavia, alla luce delle dichiarazioni politiche fatte in passato dal nuovo manager penso che sia giusto lasciare». Un commiato dovuto a nuovi impegni, ma ammantato di nobili cause di fedeltà ideologiche, che fanno facilmente leva su quella “macchia” discriminante e discriminatoria che il talento ribelle romano non riesce a scrollarsi dalla maglia, e a cui nemmeno le purificazioni conseguite grazie ad una indubbia professionalità manageriale maturata e dimostrata sul terreno verde in Gran Bretagna, nel Celtic prima, e nel West Ham poi, sono servite. 

Non solo, basterebbe citare due momenti della sua vita di sportivo per dimostrare genio e sregolatezza del calciatore italiano: come allenatore Di Canio ha guidato lo Swindon Town, riportandolo in League One dopo che era stato retrocesso in League Two; e come attaccante nel 2000 ha ricevuto il premio Fair Play Fifa per non aver approfittato di una caduta del portiere durante l’incontro al Goodison Park fra Everton e West Ham, quando Di Canio avrebbe potuto facilmente andare in gol, ma scelse invece di afferrare la palla con le mani fermando il gioco. Tutto inutile. 

Cancellato dalla memoria che regola a corrente alternata l’immaginario collettivo per cui lo sportivo italiano resta irrimediabilmente segnato sulla lavagna dei “Cattivi”. Un marchio rilanciato oggi da una tempestiva campagna di stampa inglese che con il Daily Morrortitola «Di Canio sul serio?» mentre il Sun gli fa eco con «Di Canio is the Manio». Una crociata mediatica contro, su cui arriva l’imprimatur di Facebook dove, proprio in queste ore è prontamente spuntato il gruppo “Sundeland contro i fascisti”, mentre su Wikipedia la pagina del tecnico viene hackerata con la foto di Hitler. Una bufera solo all’inizio?

sabato 30 marzo 2013

LIBERIAMO I MARO' E TORNIAMO AD ESSERE NAZIONE!



La faccenda dei due marò, dal primo giorno fino ad oggi, ha mostrato senza mezzi termini l’inadeguatezza del governo Monti, che ha calpestato la dignità nazionale del nostro paese rendendolo una caricatura della peggiore inefficienza burocratica.

Il ritratto puntuale e svilente di un’Italietta asservita, incapace di alzare la testa, piegata agli interessi economici e  inerme dinanzi al silenzio dell’Europa e della Nato. Una vicenda iniziata accettando il sequestro di due nostri soldati, accusati di un crimine - sul quale si nutrono forti dubbi – che sarebbe avvenuto in acque internazionali e proseguita con una fallimentare opera diplomatica, fatta di tentennamenti, annunci disattesi, presunte pene di morte, carcerazione, ricatti economici, pressioni, rientro a casa e successivo ritorno in India, dimissioni, incapacità di comunicazione tra i vari organi di governo.

La nostra Italia è un’altra. E’ un paese fiero, capace di camminare a testa alta. E’ una Comunità Nazionale che non lascia indietro nessuno. E’ una Nazione in grado di assumersi delle responsabilità, di difendere una credibilità, di riconquistare una dignità perduta. La nostra Italia non abbandona i propri soldati, ma li difende. Senza paura.

Tante Comunità, ma una sola voce:
LIBERIAMO I NOSTRI MARO’. TORNIAMO AD ESSERE NAZIONE.

CASAGGI’ FIRENZE, NES ITALIA, LABORATORIO ASLAN, AREZZOZERO, CASAGGI’ MILAZZO, SPAZIO HELIOS, CASAGGI’ CAGLIARI, RONIN PISA, CASAGGI’ VALLE PELIGNA, 
SUR LES MURS PISTOIA, CASAGGI’ SASSARI, CASAGGI’ EMPOLI, CASAGGI’ VALDICHIANA, CASAGGI’ GROSSETO, NUCLEO PRATESE, CASAGGI’ VERSILIA, 
LA CITTA’ NUOVA MASSA, TRISKELYS SIENA

giovedì 28 marzo 2013

Bersagli seduti...


di Mario Michele Merlino (ereticamente.net)
Nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 1941 il sommergibile italiano Scirè, comandato dal Tenente di Vascello MOVM Junio Valerio Borghese, si porta all’imboccatura del porto di Alessandria, alla cui fonda sono ancorate due corrazzate inglesi ed altro naviglio militare e mercantile. Tre ‘maiali’ con due piloti ciascuno superano la rete d’acciaio a protezione ed infliggono la più pesante sconfitta nel Mediterraneo alla flotta britannica. Sei piloti, sei medaglie d’oro. La settima al sommergibile. Una impresa entrata nella leggenda, invidiata, ineguagliata. Il principe Borghese la descrive in Decima Flottiglia Mas, libro entrato in adozione e di studio nelle Accademie militari di gran parte degli Stati nel mondo. Non in Italia, va da sé. Quando a Yuri Gagarin, il primo astronauta sovietico, fu chiesto quale libro italiano conoscesse, rispose senza esitazione ‘quello del Comandante Borghese’. Con imbarazzo dei cronisti accompagnatori autorità.
Libro che si conclude, dopo aver ricordato come avesse appreso casualmente, accendendo la radio ‘dalla gracchiante voce’, dell’armistizio: ‘Nessuno dei miei numerosi superiori diretti o indiretti aveva ritenuto necessario darmene, sia pure riservatamente, preventiva comunicazione. Mi sembrò strano’ (E con questa espressione il libro tutto diviene poesia, come gli riconosceva il poeta americano e fra i più grandi del Novecento Ezra Pound).
La Marina italiana, nell’anniversario di quell’impresa, sessantatre anni dopo, ne ha voluto farne perenne ricordo dando il nome di Scirè, appunto, ad un nuovo sommergibile. Madrina del varo Elisabetta, figlia di Emilio Bianchi, allora novantaduenne ed ultimo ancora in vita di quella pattuglia di ardimentosi. Per l’occasione, con una lettera alla stampa, l’Ammiraglio di Squadra Sergio Biraghi, Capo di Stato Maggiore della Marina, ha ricordato l’avvenimento. Ebbene: accanto a tutta una serie di proposizioni di dubbia interpretazione, non una volta ha citato il Comandante Borghese che di quella impresa fu animatore e guida. Timoroso, forse, di ricordare chi, dopo l’8 settembre del ’43, volle mantenere alto sul pennone della caserma di San Bartolomeo, a La Spezia, quello stesso tricolore frettolosamente ammainato dal re e il suo sodale Pietro Badoglio in fuga. Nessuna novità, si badi bene, nessuno scandalo. L’Ammiraglio Biraghi fa il suo mestiere, in un Paese dove la memoria collettiva è monca e, di conseguenza, anche le Forze Armate rappresentano questa divisione. (Non tornerò su la mia lezione alla scuola di fanteria a Cesano).
Mi piace, però, a commento, raccontare questo episodio, raccolto dalla viva voce del Comandante. Anni dopo la guerra egli e sua moglie, la principessa russa Donna Daria, durante un viaggio in Inghilterra, furono invitati nell’esclusivo Club dell’Ammiragliato inglese. Al termine della cena l’Ammiraglio Cunningham, presidente del Club e già Comandante della flotta inglese dal 1940 al 1942 nel Mediterraneo, levò il bicchiere per il tradizionale brindisi all’ospite. E aggiungendo queste testuali parole: ‘Comandante Borghese, quando sapevamo che Lei e i Suoi uomini eravate in mare, ci sentivamo dei sitting ducks’ (dei bersagli seduti che, in gergo della marina equivale ad essere sotto tiro e senza difesa alcuna).
Vorrei sottolineare che, certo, fu gesto di cortesia, ma anche – e soprattutto – un atto di sincero riconoscimento al valore e al merito verso l’avversario d’allora. E Cunningham non poteva ignorare come Borghese avesse combattuto anche dopo l’armistizio, nella RSI, in nome della fedeltà alla parola data e all’Onore, che divenne il motto della Decima, accanto all’alleato tedesco. Un atto di cortesia; un gesto di nobile cavalleria tra vecchi avversari. Di stile, appunto, di quello stile che, con la sua sciocca omissione, è mancato all’Ammiraglio Sergio Biraghi.
Episodio questo, nel suo complesso, che m’è tornato a mente ascoltando (anch’io casualmente) la radio l’altro giorno. Alla Camera parlano della vergognosa vicenda dei due marò, La Torre e Girone, il Ministro degli Esteri Terzi e quello della Difesa l’Ammiraglio Di Paola (quanti, purtroppo, ammiragli abbiamo avuto… a cominciare da quel Carlo Pellion di Persano che si dimostrò incompetente e imbelle nella battaglia di Lissa il 20 luglio del 1866, passando per Franco Maugeri che, al termine del conflitto, venne decorato di alta onorificenza USA per il contributo fornito alla causa degli alleati). Quest’ultimo, in contrasto con il dimissionario Terzi, dichiara di restare sulla nave fino all’ultimo…
Ed io penso a quegli ufficiali, questi sì eredi e testimoni d’antiche virtù marinaresche, che vollero e seppero restare sulla loro nave e con essa immergersi nelle acque mortali di una notte senza stelle. Penso, ad esempio, al comandante del sommergibile Tazzoli, Carlo Fecia di Cossato, che per fedeltà al Re aveva obbedito e portata la sua nuova unità, l’avviso-scorta Aliseo, a Malta dopo l’8 settembre. Resosi conto, però, di essere stato ‘indegnamente’ tradito e d’aver commesso ‘un gesto ignobile’, si suicidava a Napoli il 28 agosto ’44. ‘Da mesi penso ai miei marinai del Tazzoli che sono onorevolmente in fondo al mare e penso che il mio posto è più con loro che con i traditori e i ladruncoli che ci circondano’(dalla lettera indirizzata alla madre e datata il 21 agosto). Quei traditori e quei ladruncoli che abbiamo imparato a conoscere e disprezzare fuori e dentro le istituzioni…

sabato 23 marzo 2013

La società dei “pueri aetherni”: la deresponsabilizzazione ai tempi della crisi


“Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane” Italo Calvino
Gioventù che vive di studio e di sogni, di inadeguatezza e insoddisfazione. Quella gioventù simbolo di ideali, lotta per conquistarsi un posto nel mondo, ma al contempo quella buona dose di spensieratezza senz’altro assente negli anni più maturi, sembra oggi durare più a lungo che un tempo. Anche se non fisiologicamente, vari fattori stanno contribuendo a spostare sempre più in avanti l’asse di demarcazione tra gioventù e maturità, in riferimento a quello che caratterizza un vero e proprio status etico, economico,  sociale, degli individui della nostra società.
Viene da pensare alla sindrome, formulata dallo Junghiano Hillman,  del puer aethernus, più nota come sindrome di Peter Pan, che affligge chi rifiuta categoricamente di entrare in quel mondo degli adulti considerato grigio e ostico e anacronisticamente, si sforza di restare bambino, in una sorta di infantilismo forzato in un corpo all’ apparenza maturo. Il puer preferisce così rinchiudersi nella gabbia dorata e artificiale  di una prolungata fanciullezza, in una sorta di Eden in cui regna un ottimismo che altro non è che illusione, negazione della realtà. In questo modo, inconsciamente, il Peter Pan di turno si fa scudo dalla vita e dal dolore, dalle responsabilità, dalla maturità che è crescita ma anche perdita di innocenza. Precludendosi il passaggio obbligato da infanzia a maturità, non presenta possibilità di evoluzione, ma solo di degenerazione. La sua eterna gioventù si rompe quando egli precipita in quello stato definito da Hillman senex -esattamente opposto a quello del puer- in cui precipita nel materialismo più nero, nella disillusione, nella fragilità dello scoprire quanto sia amaro lo scontro con la realtà.
“Per forza il puer è debole sulla terra, egli non appartiene alla terra. (…) Egli non è destinato a camminare, ma  a volare.”
J.Hillman
Davvero la nostra società è costituita da pueri eterni? Sono davvero solo “ragazzi un po’ invecchiati” i trentacinquenni/quarantenni di oggi, quelli che magari si incontrano il sabato sera nei locali “giovani” delle città, quelli che si atteggiano a improbabili gran viveur confusi qua e là tra ventenni, convincendosi di far parte di quella massa informe  e giovane? Sarà la crisi dei valori, il conformismo che per forza d’inerzia propaga la vuotezza di un’età; eppure la questione è più complessa di come appare.
Che differenza c’è oggi, tra un ventenne e un quarantenne di media cultura e di media condizione sociale? L’uno studia, l’altro ha studiato. Entrambi, per riprendere l’esempio, si possono vedere in locali il sabato sera, intenti a distrarsi. Ma un ventenne forse può alienarsi almeno per una sera, può far finta di dimenticare e far finta di trovarsi, come nel Candido di Voltaire “nel migliore dei mondi possibili”, può concedersi il lusso di accantonare tutto e lasciare  spazio al divertimento e alla follia, perché il ventenne fa questo oggi e lo faceva ieri. Ma nella società di ieri un quarantenne era sposato, era padre di famiglia, era impiegato o libero professionista, aveva, pur con i problemi di sempre, la propria vita in mano e non pensava di certo a distrazioni di una non troppo remota gioventù. Questa deresponsabilizzazione che investe molti elementi della generazione precedente alla nostra; questa incapacità di essere qualcuno al mondo; questa non localizzazione all’ interno della società; la disoccupazione dilagante, la non raggiunta indipendenza totale talvolta anche in età avanzata, sembra così sfociare in quello stigmatizzato divertissement – dal latino de vertere, cioè “deviare, allontanarsi da qualcosa”.
“L’unica cosa che ci consola dalle nostre miserie è il divertimento, e intanto questa è la maggiore tra le nostre miserie. “
Pascal
Ma perché, allontanarsi dalle proprie responsabilità?
Questo apparente disimpegno, non dilaga soltanto per conformismo e inerzia. Forse non si tratta solo di voler essere giovani per forza, non si parla solo di immaturità. Non si tratta di volersi allontanare dalle proprie responsabilità, quanto di non possederle affatto e di comportarsi perciò, di conseguenza. Ecco cosa affligge queste vittime di una società che costringe all’ immaturità perché non fornisce mezzi per maturare i propri obiettivi, la propria professionalità e dunque la propria condizione economica, la propria vita di singolo e di componente della famiglia. Molti sono costretti a rimanere eterni coinquilini dei propri genitori, eterni figli, eterni studenti o laureati in cerca di ventura. Se vero è che il lavoro nobilita l’uomo, è forse l’assenza di impiego che relega l’uomo moderno allo stadio primitivo, incapace di varcare la soglia della maturità della propria vita. Non si tratta allora di prendere in considerazione eterni immaturi che rifuggono le proprie responsabilità, quanto di individui che ne sono totalmente privi. E’ quello che potrebbe configurarsi tra gli altri motivi come conseguenza degenerativa  dell’immobilismo, dell’insufficienza di opportunità, di un abbassamento di livello quantitativo di personale richiesto e innalzamento del livello di competenze oggettivamente in contro tendenza ad un sistema universitario che non forma eccellenze ma sforna dottori e dottorini che contribuiscono, con la loro mancata collocazione, a far salire gli indici di disoccupazione … mentre il futuro, è sempre più lontano.