domenica 5 maggio 2013

Tiocfaidh ár lá, Bobby!


di Serena Mangino

C’era una volta un’allodola che era stata rinchiusa da un uomo in una piccola gabbia, e soffrendo per la perdita della sua libertà non cantava più a squarciagola. L’uomo che aveva compiuto tale atrocità, esigeva che l’allodola facesse ciò che lui desiderava: cantare più forte che poteva, obbedire alla sua volontà, cambiare la sua natura per soddisfare il suo piacere. L’allodola si rifiutò. L’uomo allora si arrabbiò e diventò violento, prima cominciò a far pressioni su di essa affinchè cantasse, poi non ottenendo alcun risultato, ricorse a mezzi più drastici: coprì la gabbia con un telo nero, privando l’uccello della luce del sole. Le fece patire la fame e la lasciò marcire in una sporca gabbia, eppure lei si rifiutò ancora di obbedirgli. Alla fine l’uomo la uccise. Ma l’allodola possedeva uno spirito, lo spirito di libertà e di resistenza, desiderava ardentemente essere libera e morì prima di essere costretta ad adeguarsi alla volontà del tiranno che aveva cercato di cambiarla con la tortura e la segregazione.
C’era una volta un giovane cattolico irlandese, Bobby Sands, che aveva qualcosa in comune con quell’uccello, con la sua tortura, prigionia e morte. Era solo un ragazzo quando, come l’allodola, decise di lottare a costo della vita, contro l’”uomo” malvagio che stava torturando la sua Irlanda: l’invasore inglese.

Nato a Rathcoole nel 1954, quartiere a nord di Belfast, nell’Ulster, Bobby è cresciuto vivendo in una città presidiata dall’esercito britannico, dilaniata dal conflitto tra cattolici e protestanti. Una vita normale la sua finchè, fu costretto, a soli 10 anni insieme alla sua famiglia, a lasciare la loro casa di Abbots Cross a causa della loro fede cattolica.Era solo l’inizo, da li in poi la vita di quel tranquillo ragazzo di Belfast cominciò a cambiare. Furono anni, i ’60 e ’70, che videro la nascita di un vero e proprio ‘apartheid’ verso i cattolici ad opera dei Brits, una tragedia troppo a lungo ignorata da un’Europa sempre più distratta. Il trasferimento coatto, la repressione, la violenza nelle strade da parte dei soldati inglesi, le minacce ed intimidazioni anche sul posto di lavoro, lo fecero diventare un soldato repubblicano dell’I.R.A., l’Irish Republican Army.

“A 18 anni e mezzo entrai a far parte dei Provos e andai ad affrontare la potenza di un impero”. In nome della sua causa indipendentista, e per aver affidato il suo cuore a quella maledetta guerra, Bobby conobbe subito l’incubo del carcere, venne arrestato e rinchiuso in una cella di Long Kesh.

“Hanno rinchiuso il mio corpo, ma non le mie parole e nemmeno la speranza del futuro, hanno rinchiuso solo un Bobby Sands, ma altri ce ne sono in Irlanda”. Tra botte, torture, minacce e violenze divenne il leader dei famosi H-Blocks di Long Kesh, dove riuscì a tener accesa la fiamma della ribellione anche dei suoi compagni di lotta e dove trascorse gli ultimi 4 anni e mezzo prima di lasciarsi morire di fame, una fame di libertà e giustizia.Anni bui e freddi trascorsi nei lager che Bobby racconta nel suo diario, scritto di nascosto su carta igienica e fatto uscire clandestinamente dalla prigione, dove l’unico fascio di luce che lo riscaldava era la voglia di libertà per se e per il popolo irlandese.

Al quarantesimo giorno di sciopero della fame, Bobby riuscì anche a farsi eleggere deputato del Parlamento di Westminster. Fu il primo deputato nella storia ad essere eletto mentre scontava una pena, pur essendo innocente, e mentre si stava lasciando morire. Infatti smise di lottare a causa della malattia dovuta all’inedia, che dopo 60 giorni di sciopero della fame, lo portò alla morte il 5 maggio 1981. Avevano distrutto il suo corpo, ma non erano riusciti ad uccidere il suo spirito, che continuava a vivere in chi ogni giorno proseguiva la lotta per la libertà e l’autodeterminazione dell’Irlanda.

“Se non riescono a distruggere il desiderio di libertà non possono stroncarti. Non mi stroncheranno perchè il desiderio di libertà e la libertà del popolo irlandese sono nel mio cuore. Verrà il giorno in cui tutto il popolo irlandese avrà il desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna.” Ta Bobby bàs: Bobby è morto, ed è morto sognando il giorno in cui il popolo irlandese avrebbe visto sorgere la luna, è morto perchè altri potessero vivere meglio, ed è morto come un figlio dell’Europa,rimasto senza voce.“Mio fratello non è morto per vedere la nostra gente restare sotto l’occupazione inglese per sempre”, sono le tristi parole della sorella Marcella, secondo la quale Bobby piangerebbe se sapesse che la bandiera britannica sventola ancora oggi nell’Ulster.

A pochi giorni dalla morte scrisse nel suo diario: “Ho scelto di morire per poter sopravvivere, ma non ho niente di cui pentirmi. Ho scelto di percorrere la strada più tortuosa che porta a Dio…e se qualcuno sentisse parlare di un tale Bobby Sands, ricordi che è solo uno dei tanti che ha lottato per la sua terra, la sua gente, il suo Dio in quell’inferno chiamato Nord, Nord Irlanda”.

Una cosa è certa, Bobby ora è libero, è nel cielo d’ Irlanda e dorme tra le stelle!

Ricordiamo ai lettori, non senza orgoglio, che grazie ad una proposta di Casaggì, portata avanti da Francesco Torselli e approvata dal consiglio comunale fiorentino, la nostra città avrà una strada intitolata a Bobby Sands. Un piccolo passo per ricordarne l'esempio e il sacrificio.

sabato 4 maggio 2013

Fuga di cervelli? Non si abbandona la nave col mare in tempesta...

di Raoul Covelli

Tutto questo agitarsi delle nuove generazioni attorno al problema economico che si vive in Italia è lecito, in quanto tutti hanno diritto ad un futuro, ed in un paese che ha scelto il capitalismo come caposaldo del proprio essere, la stabilità economica privata è quanto mai indispensabile. Ma tutto questo pubblicizzare fughe all'estero che si legge e si percepisce ovunque rattrista e lascia l'amaro in bocca.
La nostra Nazione attraversa probabilmente il momento più critico della sua storia dal dopoguerra ad oggi, stretta com'è tra le speculazioni dell'alta finanza ed una comunità internazionale che non ha mai visto di buon occhio la sua indipendenza politico economica: basti pensare al trattamento riservato all'Italia dagli "Alleati" inglesi e francesi in conseguenza della Vittoria nella Prima Guerra Mondiale quando, nonostante il grande sforzo bellico sostenuto dal nostro popolo gli oltre 650.000 morti, non furono rispettati gli accordi prebellici che ci garantivano l'annessione delle terre italiane dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia, o alle ridicole sanzioni imposte negli anni '30 dagli stessi oligarchi europei per presunti crimini contro il popolo abissino durante la guerra coloniale di quegli anni (il fatto che due Nazioni storicamente legate alle guerre coloniali e agli stermini di massa come Francia e Gran Bretagna insistessero per sanzionare l'Italia indignò addirittura l'opinione pubblica statunitense), per arrivare alla pagliacciata della guerra alla Libia di Gheddafi dei giorni nostri - paese con cui l'Italia, per ovvi motivi storici dati dallo status libico di ex colonia italiana, godeva di sconti sostanziosi sulle forniture di svariate materie prime tra cui petrolio e gas - e ci renderemo conto di quanto, da sempre, siamo invisi per motivi occulti a questi paesi che tengono per le redini l'intero occidente e sono causa di questa fantomatica crisi che attanaglia la vita del Belpaese.
E davanti a questo disastro economico ci si aspetterebbe uno spirito combattivo da parte dei giovani, una costruttiva protesta che obblighi chi di dovere a garantire ciò che ci spetta: ed invece assistiamo sempre di più a patetici teatrini che divulgano l'idea che abbandonare la nave mentre il mare è in tempesta, andare all'estero alla ricerca del posto fisso e dello stipendiuccio garantito sia la soluzione al problema. Questi sono i danni causati da 70 anni di capitalismo sfrenato, dalle varie mode e dai vari oppi dei popoli che hanno partorito greggi sempre più vuote il cui unico fine è l'istintivo, quasi animalesco, bisogno di quella stabilità economica che diventa legge, ideale e religione.

Ma non è vero che i marinai si vedono col mare in tempesta? E allora chi sono questi cervelli in fuga dalla propria Terra, dalle proprie origini, dalle proprie tradizioni? Sono essi davvero modelli da seguire ed un fallimento il vederli partire? Questa Terra non credo abbia troppo bisogno di loro: essi rappresentano un fallimento sì, ma un fallimento degli ideali più puri di Nazione e di Popolo. Questa Patria, che insegnò la civiltà al mondo intero coi Romani, che fu culla di rinascita dal buio medievale sotto l'alta guida di quella Firenze che universalmente rappresenta il bello ed il genio, che lottò per essere unita e respinse lo straniero invasore nelle gloriose giornate sul Piave, che fu invidiata terra di avanguardie socio culturali col Fascismo e poi rasa al suolo si ricostruì mattone su mattone, oggi ha bisogno di figli più elevati, di figli che vadano orgogliosi di questa storia e compiano un sacrificio per salvare la nave dalle acque in tempesta, che la sostengano e la proteggano dai venti speculativi internazionalisti e dalla nuova guerra, quella economica.
La nave non si abbandona, ed in questo momento più che mai i cervelli dimostrino di essere tali qui e non altrove.

venerdì 3 maggio 2013

Musica. Skoll torna con l’album Eroica e testi su Carnera, D’Annunzio, FTM e Borsellino


Quella descritta da Federico “Skoll” Goglio nel suo ultimo album di recentissima pubblicazione (Eroica, Rupe Tarpea, 21 aprile 2013) è un’Italia di persone, episodi e momenti che attraversano la storia per tracciare un filo rosso che arriva fin quasi ai nostri giorni.
Al di là della qualità grafica del libretto (bellissime le fotografie del santuario del Monte Grappa, i chiaro scuro dei caratteri e tutta l’impaginazione), alla quale Skoll ormai ci ha abituato, le dieci canzoni di questo lavoro – testo e musica di Federico Goglio e arrangiamenti di Davide Picone e Fabio Constantinescu – in parte diverse dal suo classico stile, sono ognuna un quadro dai tratti musicali e poetici di rara efficacia.
A cominciare da “Carnera”, dedicata al pugile eroe che, conquistando il titolo mondiale dei pesi massimi a New York nel 1933, riscattò una vita di sacrifici e rese orgoglioso un intero paese: “…il riscatto di un’ombra, dell’intera Nazione, perché colpivi più forte e diventavi campione…”.
La seconda traccia, che ci riporta indietro nel tempo fino al 1860, è intitolata“Mille” e racconta di “…mille uomini sotto un tetto di stelle, mille uomini, ne vivremo delle belle! E se tornerai, lo racconterai a una donna. E se tornerai, allora le dirai: ho fatto la storia!…”.
“Gli Aquiloni del Grappa”è invece per tutti i ragazzi che difesero l’Italia nella Grande Guerra e, sottolineata dalle note di un pianoforte, è una ballata di rara bellezza che commuove quasi per la semplice e profonda familiarità delle immagini che descrive e delle sensazioni che evoca.
A seguire c’è “L’Ala d’Italia”, liberamente ispirata alle parole di Gabriele D’Annunzio in volo su Vienna e dal cui ritornello è tratto il titolo del cd: “…Viva l’Italia! Oseremo quel che vorremo! Via eroica: come fai, salirai, dove volerai?…”.
“L’ultima carica” narra di un episodio di guerra del fronte dell’est avvenuto nel 1942, la carica di Jsbuscensky: “…sciabole tributo al cielo, velocità che gonfia il cuore. Se alla mia forza non credete, io ve la dimostrerò. Gli occhi di brace di un fratello, la spada contro i parabellum è quello che oramai nessuno ha deciso di osare più…”. Raro esempio di orgoglio e onore, che la musica e le parole di Skoll rendono alla perfezione.
La sesta traccia di “Eroica” è intitolata “Quanto vale?” ed è dedicata a Paolo Borsellino e a chi –come è scritto nel libretto del cd – come lui è rimasto fuori dal fango del compromesso politico e mafioso. Il ritornello di questo brano è come uno schiaffo in faccia a tutti coloro che hanno fatto del mettere sempre al primo posto il loro interesse la propria regola di vita: “…quanto vale un uomo differente? Quanto vale dentro a tutto questo fango? Quanto vale una schiena sola e dritta quanto vale?…”.
“Nottata di vento” è l’unica canzone del cd dai risvolti più personali: “…e poi io lo so, le tue promesse son durate come un fiore ed il tuo cuore non fa rima con amore…”. Frasi alle quali chi ascolta può attribuire significati e intensità legati alla propria esperienza di vita.
L’orgoglio italiano ritorna prepotente nella traccia successiva, “K2”, dedicata appunto alla conquista italiana di tale vetta. Skoll ne parla immaginando il dialogo tra uno degli uomini che fecero l’impresa e la sua donna. Parole da cui emergono tenerezza e fierezza: “…guardami, io non ti posso più vedere perché il sole mi ha accecato quando ci sono entrato. Avvicinati, che ti vorrei sfiorare… La nostra bandiera resiste al sole e soprattutto alla bufera…”.
A seguire “Come notti di Sicilia”, liberamente ispirata alle parole di Filippo Tommaso Marinetti e, per chiudere, “Questo mondo non basta” (titolo anche dell’ultima fatica editoriale di Federico Goglio – Ed. Ritter 2012), che riassume lo spirito di tutto il disco (e non solo): “…la schiena sempre dritta, grandezza, esempio e slancio!…”. Lo stesso slancio che Skoll mette nello scrivere canzoni sempre più belle e curate, lo stesso slancio che ognuno di noi dovrebbe ogni giorno mettere per rendere, anche soltanto nel suo piccolo, la nostra Italia sempre più “eroica”.

A cura di Cristina Di Giorgi

mercoledì 1 maggio 2013

Decrescita e mercatismo: Alain de Benoist torna attuale

di Gloria Sabatini (da Secolo d'Italia)

Quasi una rivincita dopo decenni di “predicazione” inascoltata. Intervistato dal quotidiano on line Lettera43, Alain de Benoist, il politologo francese fondatore della Nouvelle Droite, fa il punto sulla crisi della politica e delle categorie ideologiche mettendo al centro della sua prospettiva la decrescita (ma non la chiama felice) di cui è stato un antesignano convinto. Partendo dalla sfiducia generalizzata degli europei verso la politica, analizza quella che Jean-Claude Michéa chiama "l’alternanza unica", cioè l’alternanza senza alternativa in base alla quale la destra e la sinistra fanno "più o meno la stessa politica", e individua una nuova contrapposizione "più reale", quella tra le classi popolari (di destra e di sinistra) a una "nuova classe" totalmente distaccata dal popolo. Popolo, populismo: immancabile la domanda sul fenomeno Grillo che de Benoist giudica il "sintomo rivelatore del discredito in cui è caduta la classe politica".

Il fossato che si è scavato tra la gente e i partiti di governo classici è ormai tale  – dice  – che le persone si volgono a torto o a ragione verso tutto quello che sembra loro non inquadrato e diverso, anche perché le "élite in carica non sono meno demagogiche dei populisti". Internet viene, invece, giudicato strategico nel campo dell’informazione alternativa ma non sostitutivo della vera democrazia diretta "perché – dice – questa esige un confronto diretto nello spazio pubblico. Gli internauti possono anche connettersi fra loro a migliaia, ma restano nella sfera del privato, come facebook dà l’illusione di avere degli 'amici'".

Crisi politica italiana, crisi europea, dunque. E decrescita per uscire dall’impasse. "Decrescita non significa arresto di ogni attività economica o la fine della storia. Bisogna solo abituarsi a moderare il nostro modo di vivere – spiega lo scrittore francese – cioè capire che 'più' non è sempre sinonimo di 'meglio'". Ma anche su questo terreno la risposta della politica è miope quando non addirittura dannosa. "L’austerità di massa dei governi europei per soddisfare le esigenze delle banche si traduce in un abbassamento del potere d’acquisto e in un aumento della disoccupazione, cioè l’impoverimento delle classi medie e di quelle popolari. Ma ciò non impedisce che i più ricchi si arricchiscano ulteriormente. Tutto questo non ha nulla a che vedere con la decrescita".

Infine una critica serrata all’Europa di oggi, all’Unione Europea  ("si è effettuata fin dall’inizio contro il buon senso. Si è dapprima scommesso sul commercio e l’industria anziché sulla politica e la cultura") che è "perfettamente giacobina, perché è diretta dall’altro verso il basso, da una commissione di Bruxelles che si ritiene onnicompetente". La via d’uscita sta in una forma di federalismo delle piccole patrie che recuperi il modello imperiale ("nella misura in cui oppone il principio di una sovranità condivisa al principio della sovranità una e indivisibile"), e nella democrazia partecipativa che possa creare "una nuova forma di vita pubblica, cioè di cittadinanza".

Ultimo consiglio dell’ormai anziano politologo: la “decolonizzazione” dell’immaginario simbolico, "oggi quasi totalmente assoggettato all’immaginario del mercato. Il bisogno che l’uomo ha di riferirsi a qualcosa di più alto di lui è secondo me una costante antropologica. Appartiene alla natura umana".  E la nostalgia non c’entra.

lunedì 29 aprile 2013

RICORDANDO SERGIO RAMELLI ED ENRICO PEDENOVI..

A Sergio Ramelli, nell'anniversario della morte. Lo ricordiamo col suo sorriso, come molte fotografie ce lo dipingono e come molti amici lo ricordano. Aveva diciotto anni, ma un commando di sciacalli di Avanguardia Operaia, in nome dell'antifascismo, lo massacrò sotto casa a colpi di chiave inglese, spaccandogli il cranio, nella Milano degli "anni di piombo" dove "uccidere un fascista non è reato". Sergio rimase in coma per 47 giorni, prima di spegnersi in una fredda stanza di ospedale, coi ragazzi del Fronte della Gioventù al suo capezzale. 
Sergio fu vittima di una violenza cieca, ideologica e feroce. La violenza dell'antifascismo militante, che lo aveva preso di mira a scuola, al Liceo Molinari, dove era stato ritenuto "colpevole" di aver scritto un tema nel quale criticava l'operato delle Brigate Rosse, già responsabili del duplice omicidio di due militanti missini a Padova, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. Ne seguirono i "processi politici", le aggressioni verbali e fisiche, le minacce vergate sulle mura del quartiere. Fino a quando la sua foto non venne recapitata nelle mani del servizio d'ordine di Avanguardia Operaia, che decise di passare alle vie di fatto e di eliminarlo utilizzando le chiavi inglesi Hazet 36, purtroppo assai in voga in quei terribili giorni. 
Al suo funerale, partecipato da molti attivisti della destra politica, si cercò di vietare il corteo funebre, mentre nel consiglio comunale milanese la notizia della sua morte venne accolta con un applauso corale, come nel peggiore degli incubi. Qualche anno più tardi venne scoperto il covo di via Bligny. a Milano, dove fu rinvenuto un vero e proprio archivio tenuto segreto per decenni dalla sinistra extraparlamentare milanese, che aveva schedato e colpito decine di attivisti di destra, magistrati, poliziotti, politici e personalità ritenute scomode. Il processo per l'omicidio Ramelli si concluse con condanne ridicole, con pene abbreviate e con assassini rilasciati dopo pochi anni di carcerazione. 
Nel primo anniversario della morte di Sergio, il 29 aprile del 1976, Prima Linea "festeggiò" con un altro omicidio, quello di Enrico Pedenovi, consigliere del Msi milanese. Lo ricordiamo, assieme a tutte le vittime di quella stagione di sangue e di odio. 
Mai più infamia, mai più antifascismo. 
  SERGIO ED ENRICO PRESENTI!   

domenica 28 aprile 2013

CASAGGì EMPOLI RISPONDE AL PD: NOI VIOLENTI? VI INVITIAMO AL CONFRONTO...







CASAGGì EMPOLI – CENTRO SOCIALE DI DESTRA

CASAGGì EMPOLI: IL PD CI ACCUSA DI ESSERE VIOLENTI E PERICOLOSI. SIAMO RAGAZZI CHE SI BATTONO LEALMENTE PER AFFERMARE I VALORI DELL’IDENTITA’ E DELLA SOCIALITA’. POTREMMO SPORGERE QUERELA, INVECE INVITIAMO I CONSIGLIERI AD UN CONFRONTO PUBBLICO NELLA NOSTRA SEDE.

Casaggì Empoli, che in autunno inaugurerà un proprio spazio autonomo e autogestito anche ad Empoli, è una Comunità militante che agisce dal basso e nel solco della giustizia sociale e del volontariato. Da anni, in collaborazione con le altre strutture dell’area identitaria, opera nel campo della politica studentesca, della cultura e dell’attivismo solidale.

I consiglieri comunali del Pd empolese Alderighi, Bacchi e Pampaloni, hanno presentato una mozione nella quale parlano di un movimento – il nostro – che si richiamerebbe esplicitamente ad immagini e culture violente e quindi pericolose, che i signori vorrebbero scongiurare attraverso l’intensificazione delle campagne contro l’odio politico e per il mantenimento della memoria della Resistenza. Se così fosse il problema non sarebbe del consiglio comunale, ma della Magistratura, che dovrebbe provvedere a sciogliere l’associazione arrestandone i militanti per i reati di apologia, di ricostituzione e di incitamento all’odio. Dal momento che questo non è mai avvenuto abbiamo motivo di pensare che i tre consiglieri abbiano viaggiato un po’ troppo con la fantasia.

Le attività che svolgiamo sono quelle inerenti il volontariato, con raccolte di fondi e di beni di prima necessità per i terremotati, i senza tetto e gli indigenti; servizi di ascolto del cittadino con consulenze gratuite; cene sociali aperte a tutti; conferenze e dibattiti; concerti e serate; feste e assemblee; volantinaggi informativi e commemorazioni. Tra queste, come i tre consiglieri hanno notato, vi è anche quella dei caduti della Rsi, ma non ci pare che portare un fiore su un sacrario eretto in un cimitero pubblico sia un reato.

Potremmo querelare i tre consiglieri e magari ricavarne i soldi per finanziare una seconda sede nel circondario empolese, ma preferiamo invitarli ad un pubblico confronto nella nostra sede. Siamo ragazzi tra i sedici e trent’anni e non abbiamo alle spalle nessun tipo di esperienza criminale, violenta o fuori dalla legalità. Siamo ragazzi che hanno a cuore il futuro del proprio paese e si battono per renderlo migliore.

Chiediamo anche ai tre consiglieri, che giustamente vogliono combattere l’odio politico nella nostra città, come si pongono rispetto alle scritte minatorie che giusto tre giorni fa hanno imbrattato il portone della nostra sede. Le scritte, firmate con falce e martello, invocavano senza troppi complimenti la nostra morte e siamo certi che i tre esponenti del Partito Democratico non avranno alcun problema a condannare pubblicamente l’episodio che, ci pare, non sia mai accaduto a parti invertite. 

venerdì 26 aprile 2013

UN ALTRO 25 APRILE DAI CADUTI DELLA RSI...

Anche quest'anno, come ogni 25 aprile, Casaggì era al sacrario dei caduti della Rsi di Trespiano. Con noi tante persone: cittadini, militanti, reduci e tantissimi giovani in una compostezza unica. Un fiume composto di persone in fila, in silenzio, con un mazzo di fiori o una rosa in mano, con in testa un tricolore e nel cuore la certezza che quei caduti, così bistrattati da quel mondo vile e infame che è il prodotto della loro sconfitta, non hanno combattuto invano. 
Si ringraziano i presenti, poi prende la parola Corrado, un Uomo che scelse di partire volontario nelle Fiamme Bianche per riscattare l'onore perduto dopo l'8 di settembre. Indossa una divisa di bersagliere, anche se, come dice sempre "questa divisa, per lo Stato italiano non ha alcun valore". Ma lui la indossa lo stesso, tutta piena di medaglie al merito: non per vanagloria, ma per sfida, per testimonianza, per quella voglia di riscatto che ha animato una lotta pura. Quella divisa, Corrado, non se l'è mai tolta. Certe cose passano, altre no. 
Sull'epitaffio c'è scritto: "Bisogna portare ai vivi che sono morti la fiaccola dei morti che sono vivi". E' quello che cerchiamo di fare ogni giorno, con umiltà e dedizione.