venerdì 8 novembre 2013

Sulle rovine del vecchio muro si staglia la grande muraglia della finanza speculativa...


di Francesco Marotta (destra.it)

La caduta del muro di Berlino segnò la fine della contrapposizione tra Est e Ovest. Una data che non può e non deve essere ricordata solo unicamente per la divisione in due parti della Germania. Il giorno 9 novembre 1989, precipitò fragorosamente un muro e contemporaneamente se ne edificarono di più pericolosi. Dal primato assoluto dell’alta finanza e dell’economia speculativa teleguidati da provetti portabandiera, trasformatisi velocemente in banche (Goldman Sachs e Morgan & Stanley su tutte) per sfuggire alla mancanza di fiducia dei mercati europei, non c’e’ piccone, forza e deduzioni, capaci di dissipare una volta per tutte il divisorio più alto: la disgregazione europea che con essa comporterebbe la destituzione dell’Unione Europea.
Sono passati più di dieci anni da quando il governo tedesco di Gerhard Schröder introdusse l’Agenda 2010. In definitiva, un pacchetto di riforme utili partendo dal comparto lavorativo ed imprenditoriale. Come non citare la legge Hartz, che stimolò i disoccupati a costituire delle piccole imprese, accelerando la formazione di una vera e propria rete di sostegni economici e agevolazioni fiscali, compresa l’accelerazione delle fasi di contrattazione tra imprese e sindacati; per incoraggiare gli accordi tra impresa e lavoratori? Nulla da fare, la Germania è la matrigna d’Europa e la memoria di chi ha governato vent’ anni senza lasciare traccia di una riforma degna di nota, è rimossa come un hard disc inutilizzabile. Giustizia è fatta: Schröder era solo un progressista rosso-verde (vero, ma quello che doveva fare in minima parte lo ha attuato) e tutto l’insieme dei provvedimenti da lui varati per stimolare l’economia nazionale, incentivando la formazione e, la lunga serie di sgravi fiscali?
Peggio che andar di notte e, vista la situazione in declino dell’economia italiana, pure bendati. Via Schröder, contano solo le gentil “terga” di Angela Merkel e le onnipresenti pretese da cliché d’operetta. Meglio le dicotomie facili ed elettoralistiche contrapposte alle etichette Destra e Sinistra, dell’ex PDL e del PD. Nel mezzo, come “novità”, c’e’ pure il tempo di tappezzare la Capitale di manifesti richiamanti un’improbabile Alleanza Nazionale come cura dei mali, perdendo inesorabilmente le tracce di una perfetta sinergia di Dieci lustri che concesse agli allievi di Nietzsche l’impossibile: mettere in ordine un’economia in crisi, dai tassi di crescita in caduta libera, precipitati dal 4,6 dell’anno 1990 al 2% dei dieci anni seguenti, tagliando il traguardo negativo della stagnazione irrefrenabile. Pari all’incapacità seduttrice di proporre soluzioni del governo Alfano-Letta. Allora meglio perdersi in piccoli capogiri berlinesi e seguire un’eventualità che pareva irreparabile quasi a termine di un ciclo involutivo? La pessima media tedesca pervenutaci direttamente dal primo quinquennio del XXI secolo, confermò il peggioramento poco teutonico, sottraendo alla vista in realtà, il surriscaldamento della spia d’allarme perennemente in disuso in Europa, assestandosi attorno allo 0,75%.
All’epoca colpì indubbiamente una certa impalcatura politico-mediatica, costruita ad arte sull’unione delle due Germanie; ritrovatesi alla stessa stregua di due “sorelle separate” in difficoltà a causa dell’unione ritrovata. Paragonabile a un complemento d’arredo (antico) privo di tarli e rinvigoritasi da un ambiente pregno dei malevoli insetti globali che, tutt’ora albergano all’interno della Commissione Europea che non tardarono nell’implacabile “derattizzazione”: la Germania venne additata come una dei pochi stati europei poco inclini alle politiche del rinnovamento finanziario e commerciale internazionale. I costi ingenti per l’unificazione e i sussidi statali fatti passare come trasferimenti diretti solo verso Est (3,4% del PIL), permisero, in buona parte, di compromettere il cammino sulla Via della Seta, stabilendone contemporaneamente le direttive politiche da somministrare a grandi dosi alla Bundesbank. E se tutto ruotò in cerchio a una o più scelte politiche (?) dell’asse portante dell’economia e dell’alta finanzia, per nulla continentali ma atlantiche, la decisione della banca tedesca di fissare il tasso di cambio fra il marco occidentale e orientale, stabilendone la quotazione a 1:1, diede libertà e il pretesto agli efficienti responsabili del cantiere/sistema denaro, di additare il percorso naturale e logico dell’unificazione anche monetaria (repetita iuvant, ri-vedasi le differenze tra moneta e denaro), come una pressa ingombrante. Simile alla nostra Cassa Depositi e Prestiti, sorpassata come tipologia politica fiscale, incapace perfino di risolvere i problemi salariali e dello sviluppo germanico.
Il passo è breve, e spesso, confondere le azioni del primo governo del cancelliere progressista, imbevute di errori inqualificabili come la legge sulle scalate del 2001, con la quale venivano messe a punto e semplificate le acquisizioni delle azioni bancarie da parte di investitori esteri riconoscendone maggiori garanzie, può trarre in errore. La dinamicità illusoria di un azionariato esteso anche alle grandi cordate internazionali, mise in evidenza gli interessi delle banche sulle imprese, disunite da ogni dimensione territoriale, strettamente correlate al grande circuito dei mercati finanziari globali. L’interesse esclusivo all’ampliamento di nuovi investitori, permise il riassetto dei 16 Länder tedeschi (Regioni) su di un modello completamente diverso, locale e radicato, da ciò che sempre più andava somigliando ad una piattaforma del complesso economico-bancario anglosassone.
Una pagliuzza non fa una trave. Nel caso tedesco e a seconda di come si voglia invece interpretare l’ultimo periodo della storia politica europea, è necessario comprendere le dinamiche che hanno portato all’Europa che oggi tutti conosciamo. In data 13,14 e 15 dicembre 2013, avrà luogo il Settimo incontro nazionale Polaris. Il tema dell’evento Che Fare ? (www.centrostudipolaris.org), a confronto operatori economici e politici nel cuore produttivo del nord-est che più soffre l’attacco, una realtà propensa allo studio e alla possibile attuazione delle sue analisi, porterà l’esperienza maturata negli anni e la realizzazione dei corsi politici operativi a contribuire a imprimere una svolta salutare che non può essere rimandata. Possibilmente, cominciando ad abbattere per prima cosa le impalcature e i vecchi muri che opprimono l’Europa. Sempre che ci sia la volontà di riconoscere la decadenza e le facili inclinazioni dall’oggettività degli eventi.

giovedì 7 novembre 2013

Povera scuola italiana: ora in aula si studiano i testi dei 99 Posse...


di Luca Maurelli (Secolo d'Italia)

Un giorno, su un autobus che procedeva lentamente nel traffico napoletano, un corpulento ragazzone con la testa mezza rasata, la barbetta mefistofelica e una criniera cotonata, ricoperto da tatuaggi, orecchini, piercing e ammenicoli vari, rispose con un fermo “no” alla richiesta di un’anziana signora di cedergli il posto a sedere. E lei, leggermente incazzata, lo marchiò pubblicamente, a vita, davanti a tutti: «Sei proprio nù Zulù», appellativo che nel capoluogo partenopeo descrive in maniera sintetica ed efficace una persona dedita a uno stile di vita tribale, liberamente ispirato a un’etnia africana non proprio specializzata in bon ton oxfordiano.

Leggenda metropolitana? Mistero, anche se l’aneddoto è attribuito allo stesso protagonista. Di sicuro, da quel giorno, per tutti, Luca Persico fu Zulù, lo stesso che da oggi è oggetto di studio nelle scuole italiane. Foscolo, Leopardi, Pascoli, Ungaretti? Roba vecchia, superata. In aula va di moda la prosa del leader del gruppo dei 99 Posse, una band collegata al centro sociale Officina 99 che da anni ha trasformato dei capannoni alla periferia di Napoli in una zona franca dove lo Stato non si azzarda a mettere lo zampino manco per sbaglio. Da ieri è ufficiale, l’annuncio lo ha dato lo stesso corpulento cantante dalla pagina ufficiale di Facebook: «Siamo sui libri di scuola, dove andremo a finire?», con tanto di faccetta sorridente e foto della pagina di in volume della Bruno Mondadori “Le basi della letteratura”, destinato alle scuole secondarie.

E Moravia, Alda Merini, Eco, Baricco, i grandi cantautori italiani come Guccini, De Gregori, De André? Solo quest’ultimo è citato, sì, nella sezione intitolata «Gli adulti di domani», ma con la scusa di trattare il tema del disagio giovanile un paio di pagine sono state dedicate all’analisi del testo di “Curre curre guagliò”, l’inno ufficiale dei centri sociali dell’ultra sinistra, manco fosse una quartina della Divina Commedia. Si tratta, invece, di un pezzo che invita alla ribellione contro lo Stato oppressore, all’occupazione degli spazi pubblici, all’odio di classe “mosso da amore”. Oltre, ovviamente, al disprezzo per le forze dell’ ordine. Nel testo a disposizione delle scuole, come riporta anche il Corriere del Mezzogiorno, ipocritamente è stata fatta sparire la frase più provocatoria, quella in cui i 99 Posse denunciano l’atteggiamento a loro avviso arrogante dei celerini, “la risata in faccia di un carabiniere”, che giustificherebbe la ribellione. Ma tra canne, creste e okkupazioni, la notizia della “promozione” culturale dei 99 Posse ha comunque sollevato grandi entusiasmi negli ambienti della sinistra antagonista, pronta ribattezzare quel “Curre curre guagliò” come “la nuova Bella Ciao”. A questo punto a Zulù potrebbe non essere precluso alcun traguardo, perfino il Nobel della Letteratura. Del resto, l’ha preso Fo.

mercoledì 6 novembre 2013

L’incomprensibile silenzio a sessant’anni dalla rivolta per Trieste italiana...


di Marcello de Angelis (Secolo d'Italia)

Esattamente sessant’anni fa gli studenti di Trieste, ancora sotto occupazione inglese e controllata da una polizia “etnica” slava, si mobilitarono per dimostrare il proprio attaccamento all’Italia con dimostrazioni patriottiche represse nel sangue dalle forze di occupazione. Ci furono sei morti in due giorni di scontri che coinvolsero alla fine quasi tutta la cittadinanza. Su quei morti scomodi si cercò di far calare il silenzio come si era fatto per le foibe. 
Fu necessario attendere fino al 2004, con Ciampi presidente della Repubblica, per far riconoscere il sacrificio dei cittadini triestini con una medaglia d’oro alla memoria. In un anniversario così importante ci si sarebbe aspettati qualche cerimonia di rilievo o almeno una mobilitazione culturale. Sarebbe stata l’occasione ottimale per aprire una riflessione storica doverosa e mai approfondita anche su ciò che significò quella rivolta per il resto della cittadinanza italiana che, dinanzi a quella orrenda strage, sentì risvegliarsi il proprio senso di appartenenza nazionale per la prima volta dopo la fine della guerra. Il movimento che vide scendere in piazza centinaia di migliaia di studenti in ogni città d’Italia fu il primo della storia della Repubblica ed è da quel movimento che prese il via la destra giovanile in Italia. Ai nostalgici e agli antifascisti conviene pensare che la destra nazionale, con il Msi, non sia stato altro che il mantenimento sotto spirito degli avanzi di Salò, rinnovatisi per partenogenesi di generazione in generazione. 
Al contrario, fu per i morti di Trieste che i giovani italiani si sentirono per la prima volta chiamati alla protesta spontanea, fuori dalle istituzioni e fuori dai partiti, uniti non da un’ideologia o da una campagna di sensibilizzazione esterna, non mobilitati dalla stampa o dagli intellettuali, ma mossi dal di dentro da una identificazione profonda con altri giovani che sentivano di appartenere alla stessa Patria, alla quale la volontà dei vincitori voleva strappare loro e la loro città. 
Al tempo i giovani politicizzati appartenevano a organizzazioni controllatissime come era quella paramilitare dei pionieri del Pc e quella confessionale dell’azione cattolica. Il resto dei giovani, la maggioranza, si ritrovò in quel movimento per Trieste italiana che era senza leader, senza ideologia, senza confessionalità, laico, irriverente e assolutamente genuino. Il Male assoluto era allora facilmente identificabile ed era quel mostro che massacrava i popoli e gli toglieva la libertà, partendo da Mosca e fin dentro le nostre città. Come nello stesso anno a Berlino e poi a Budapest nel ’56 e più di un decennio dopo a Praga. La maggioranza dei giovani che scesero in piazza per Trieste aveva del Fascismo solo un ricordo d’infanzia, poi sommerso dalla guerra e dalla sconfitta. L’Italia invece c’era ancora e al sua richiamo risposero spontaneamente.

martedì 5 novembre 2013

Emanuele Zilli, incidente od omicidio politico? Dopo quarant’anni qualcuno dica la verità...


di Antonio Pannullo (foto e articolo de Il Secolo d'Italia)
 
Anche se non è più la capitale dei Longobardi, Pavia è una città viva, economicamente e culturalmente. Posta sul fiume Ticino (così infatti la chiamarono i Romani che la fondarono, Ticinum) ha sempre attratto immigrazione, soprattutto negli anni Settanta, quando sfiorò i 90mila abitanti. Oggi ne conta neanche 70mila. E in quel periodo molti lavoratori vennero nella ubertosa città lombarda per lavorare, come ad esempio Emanuele Zilli, venuto dall’Abruzzo, che a Pavia ci si era trovato benissimo, tanto che ci si era sposato e aveva avuto due bambine. Il suo non è un caso famoso, la sua morte, avvenuta il 5 novembre di 40 anni fa, fu presto dimenticata, archiviata come banale incidente stradale. Persino chi lo avrebbe dovuto ricordare e si sarebbe dovuto occupare di lui, non lo fece. Intendiamo riferirci al Msi, il partito di cui Emanuele era attivissimo militante, che per lunghi anni sembrò dimenticarlo. La spiegazione c’era, e la dette il suo carissimo amico Stefano Losurdo, avvocato nonché deputato di Alleanza Nazionale di Pavia, e anche lui, come Emanuele, venuto in Lombardia dalla sua amata Altamura. Losurdo, scomparso nel marzo scorso, Zilli e altri erano lo zoccolo duro del Msi pavese. Nel 2005 Losurdo raccontò che la vicenda di Zilli, trovato morto vicino al suo motorino in una strada della città e quindi archiviato come incidente stradale, non giunse ai vertici del partito, e in particolare ad Almirante, che per le altre vittime missine aveva sempre destinato aiuti e attenzioni. Proprio non lo seppe, a quanto pare, e poi la faccenda venne lentamente dimenticata. Ma non da tutti: ogni anni infatti i suoi camerati dedicano a Emanuele il “Presente!” nel luogo dove è caduto.
 
Dimenticato, ma gli ingredienti, oltre che dell’omicidio politico, ricordando come gli extraparlamentari di sinistra regolavano a quei tempi i conti in sospeso, del grande giallo ci sono tutti. Erano i tempi dell’“uccidere un fascista non è reato”, predicato e praticato dai violenti di Potere Operaio e Lotta Continua, come le decine di vittime missine, spesso giovanissime, stanno lì a testimoniare. Emanuele comunque non è di famiglia fascista, un suo parente è addirittura direttore di Famiglia Cristiana. Si avvicina alla Giovane Italia, l’organizzazione giovanile del Msi, a Teramo, il paese dove era nato, perché la Giovane Italia aveva molta attrattiva per i ragazzi anche per il capillare lavoro sociale che svolgeva. Giovanissimo, conosce Giuseppina e la sposa. A 25 anni ha già due figlie, Patrizia e Vincenza, figlie che oggi sono donne. Lavora in fabbrica e frequenta la sezione del Msi di Pavia. Non naviga nell’oro, ma è molto felice, e soprattutto entusiasta, vorrebbe cambiare il mondo, o almeno migliorarlo un po’. Proprio per le sue figlie. Anche a Pavia come in tutto il nord Italia, pur essendo provincia, la tensione politica è tanta: le sinistre sempre più intolleranti e violente decidono a livello nazionale di togliere completamente l’agibilità politica ai “fascisti”, e per farlo utilizzano tutti i mezzi. Aiutata indirettamente anche da una parte della magistratura, che avvia le pratiche per mettere il Msi fuorilegge, rafforzando così le frange estreme della sinistra convinte di fare la cosa giusta perseguitando i fascisti. Per la cronaca, diciamo che non sono riusciti né in un intento né nell’altro, ma l’intera operazione ha fatto pagare costi esistenziali immensi a tutti coloro che allora militavano nel Msi. E a quelli come Emanuele e la sua famiglia è andata peggio di tutti.
 
Insomma, scontri ce ne furono anche a Pavia, perché i missini non ci stavano al sopruso, ossia a vedersi negato il diritto di esprimersi, di fare politica, di parlare. Tra i tanti scontri ce ne fu uno, nell’inverno del 1972, che secondo molti ebbe un peso nella sorte di Emanuele. I ragazzi del Fronte stanno attaccando manifesti in Piazza Grande, quando vengono aggrediti anche fisicamente da un commando di compagni, verosimilmente di Lotta Continua. Poiché i compagni sono di più, un ragazzo, non Emanuele, si difende con una pistoletta ad aria compressa, che ferisce lievemente a un braccio un aggressore. Pochi giorni dopo Emanuele fu selvaggiamente picchiato vicino la sede, tanto da essere portato all’ospedale di Pavia, per poi essere arrestato, perché era stato denunciato come colui che aveva sparato. La vita riprende, così come la determinazione di Emanuele a portare avanti la sua battaglia con i suoi camerati. Decide di candidarsi alle elezioni comunali, dove non viene eletto però certamente viene sovraesposto. Compaiono le scritte minacciose col suo nome per la città, ci sono altre scaramucce. Fino a quel 2 novembre del 1973. Alle 18,30 Emanuele esce dalla fabbrica, i colleghi lo vedono andare via in motorino come sempre, e poi tutte le ipotesi sono aperte: viene ritrovato agonizzante in via Fratelli Scapolla vicino al motorino per terra, in una posizione non compatibile con una caduta e con strane ecchimosi, e soprattutto con un occhio nero e un taglietto sotto al mento. Insomma, che fosse caduto da solo o investito da un pirata della strada ci credettero in pochi, e ancora meno ci credono oggi. Sì, perché un pirata della strada avrebbe in tutti questi anni scritto una lettera, magari anonima, per dare pace alla famiglia e agli amici , raccontando la verità. Ma non l’ha fatto, perché forse la verità non si può raccontare: come non la raccontarono per il rogo di Primavalle, dove i media, gli intellettuali, i giornalisti, gli artisti sostennero l’innocenza degli assassini fino all’ultimo. E in alcuni casi sapevano che innocenti non erano. Per Zilli è lo stesso: sapendo come andassero le cose a quei tempi, possiamo ipotizzare che forse fu seguito, o semplicemente incontrato dagli ultras dell’odio e fatto cadere, picchiato e abbandonato sull’asfalto. Di episodi così in quegli anni ne accadevano ogni giorno, e non solo a Roma o Milano. Forse erano convinti di avergli dato solo una buona lezione, forse non si erano resi conto della gravità delle sue condizioni, e poi si sono spaventati. Fatto sta che il 5 novembre morì senza avere ripreso conoscenza. Non sappiamo cosa avesse pensato allora la moglie – 22enne e con due bambine in tenerissima età! – ma solo nel 1997 comparve in un libro l’inchiesta di Stefano Vaglio Laurin, che sulla vicenda ha svolto un’approfondita ricerca, che solleva dubbi sul fatto che si possa essere trattato di un incidente. A impedire di fare luce sulla morte di Emanuele contribuì poi una specie di perizia medica nella quale si accettavano e si escludevano contemporaneamente tutte le ipotesi, lasciando in sostanza le cose come le aveva trovate. Il Candido mandò un inviato, Leo Siegel, che pubblicò i risultati del reportage giungendo a inquietanti conclusioni: non sembra un incidente stradale. Oggi sono quarant’anni che Emanuele è morto. Chi oggi lo commemora, quando lui morì non era ancora nato, qualcuno di quelli che lo conobbero è morto. Persino Lollo, uno degli autori del rogo di Primavalle dopo trent’anni ha parlato, ha detto come andarono le cose. Possibile che oggi gli autori di quell’aggressione non vogliano scaricarsi la coscienza e dire come andarono le cose quel giorno in una deserta traversa di via dei Mille? Certamente non volevano ucciderlo, come forse non volevano uccidere Paolo Di Nella, con quell’unica sprangata. Non sapremo forse mai la verità, ma sappiamo certamente, che quel “Presente!” gridato a voce tesa ogni anno da quei ragazzi, significa che Emanuele è davvero ancora qui con la sua comunità.

lunedì 4 novembre 2013

4 NOVEMBRE: ONORE AI NOSTRI EROI!

Il 4 novembre 1918 il Bollettino della Vittoria, in riferimento agli austriaci, affermava che "I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgoglio...sa sicurezza". L'Italia vinceva la Grande Guerra, dopo un'eroica resistenza sul Piave e un magnifico sforzo bellico.
 

In quelle trincee, tra le tempeste di acciaio, si forgiarono Uomini diversi, Uomini nuovi. In quelle trincee nasceva l'Italia, tra l'odore del sangue e i sacrifici imposti dalle forze elementari. Al freddo, senza sonno, senza cibo, a confronto con una guerra logorante e atroce, che assumeva per la prima volta una dimensione di massa e mieteva migliaia di vittime. Nasceva l'Italia, quella che poi avrebbe marciato su Roma pochi anni dopo: l'Italia in piedi, quella proletaria e popolare, quella che non rifiutava le sfide e si lanciava oltre. 


Ricordiamo quei ragazzi, eroi silenziosi. E ricordiamo anche, in questo 4 novembre, i nostri due marò, ancora detenuti ingiustamente in India, dimenticati da un governo di affaristi. 
 

VIVA L'ITALIA.
QUELLA VERA.

giovedì 31 ottobre 2013

Chi ha paura del museo del Pci? Tra le cose che l’Italia teme di più c’è proprio la memoria storica...


di Annamaria Gravinò (Secolo d'Italia)

La prima reazione è di sorpresa: davvero non c’è nessuno che vuole fare un museo del Pci? A raccontare la storia di Mauro Roda, custode di memoria e memorabilia del defunto partito comunista, è Repubblica di oggi. Il bolognese Roda, che oggi ha un piccolo ufficio nella sede cittadina del Pd, presiede la “Fondazione 2000″, una delle fondazioni a cui, quando nacque il Pd, furono conferiti i beni del vecchio partito. Beni materiali, ai quali si aggiunsero i beni della memoria quando le sedi furono messe in dismissione e Roda e altri come lui si preoccuparono di metterne in salvo il contenuto. Manifesti, documenti, bandiere, fotografie, volantini, poster, giornali, lettere che raccontano la storia, come quelle di Togliatti o di don Dossetti. C’è perfino, in questo enorme e multiforme archivio, il torchio con cui durante il fascismo veniva stampato clandestinamentel’Unità. «Ho bussato a molte porte. Molte. Nessuna risposta», ha raccontato a Repubblica Roda, spiegando che i no sono stati motivati con un «non è ancora il momento», ma senza indicare esattamente chi ha declinato l’offerta. È il quotidiano diretto da Ezio Mauro a fare delle ipotesi: «Grandi cooperative, associazioni di sinistra».


Sorpresa, si diceva, perché finora siamo stati tartassati da messaggi per cui se una storia non si poteva raccontare era quella della destra. Messaggi proposti proprio da quella sinistra che ora applica la stessa logica anche a se stessa.


Cosa accade, dunque? In realtà, a rifletterci appena un attimo, nulla di sorprendente. Perché, a rifletterci appena un attimo, tutto torna: ormai non è più questione di parte, ormai ci troviamo di fronte a una politica che, seppure con gradazioni diverse, ha paura della storia tout court. Gli indicatori di questa situazione sono molti e l’ultimo, macroscopico, è quanto accaduto intorno alla morte di Erich Priebke, dai funerali alla legge sul negazionismo che proprio per un deciso intervento degli storici non è andata in porto. Ma di esempi se ne potrebbero fare a decine, a partire da quelli tutto sommato di piccolo calibro come le contese sulla toponomastica per arrivare al fatto che la legge del 2007 che pone 30 anni come limite ai segreti di Stato resta sostanzialmente disattesa.


La vicenda del museo del Pci non fa che confermare, dunque, che il nostro Paese ha una sua intrinseca difficoltà a storicizzare, di cui molto si è già discusso e si continuerà a discutere. Ma mentre questo dibattito può (forse) avere un senso quando si parla di rivelare fatti che hanno a che vedere con la ragion di Stato e la sicurezza, molto meno sembra averlo quando si traduce nella volontà di negare una storia come quella dei partiti che è stata sotto gli occhi di tutti e che, nel bene e nel male, è stata anche storia di popolo e storia del Paese a pienissimo titolo. In questo caso si finisce in quella forma di censura col torcicollo che, negli anni, la sinistra ha esercitato con tale convinzione da farla diventare in fine anche autocensura.


mercoledì 30 ottobre 2013

Non c’è pace in Irlanda del Nord e cresce la tentazione della lotta armata...


di Tommaso della Longa (barbadillo.it)



Alzi la mano chi considera il Nord Irlanda pacificato. Alzi la mano chi conosce il significato storico della parola “troubles”. E ancora, alzi la mano chi invece pensa che le Sei Contee irlandesi del nord vivano ancora un periodo di violenza.

Ecco, se si facesse una prova del genere in mezzo a gente comune, la grande maggioranza si chiederebbe, “perché cosa succede da quelle parti?”. Qualcuno forse si ricorderebbe degli scontri tra filo-irlandesi cattolici e filo-inglesi protestanti negli anni ’70-’80. In molti assocerebbero l’Irlanda alla famosa birra nera “Guinness”.
Eppure la situazione è tutt’altro che pacificata. Sì è vero, ci sono stati agli accordi di pace nel 1998 ed è partita la smilitarizzazione dei gruppi armati, Irish Repubblican Army (IRA) per la parte irlandese-repubblicana e Ulster Volunteer Force (UVF) per parte inglese-unionista. Ed è anche vero che la vita quotidiana odierna a Belfast e Derry non è lontanamente paragonabile a quello che si viveva vent’anni fa. Però, le promesse che erano state fatte dopo gli accordi, ovvero pace, prosperità, crescita e sviluppo, ancora non sono diventate realtà per tutta la popolazione.

In Nord Irlanda ancora esistono decine di muri che separano fisicamente le comunità. Ancora esistono ghetti che non dialogano tra di loro, dove basta attraversare una strada per cambiare mondo: visivamente lo si capisce solo perché dal tricolore irlandese si passa a una Union Jack britannica. La percentuale di disoccupazione è ancora alta, le scuole biconfessionali si contano sulle punta delle dita, le due comunità fanno ancora vita a sé e l’essere cattolici ancora preclude molte posizioni di comando. Per non parlare della percentuale di suicidi nella generazione post-conflitto che fa a dir poco paura.
Quello che più stupisce è la grande operazione di comunicazione fatta, Belfast città del futuro, città degli MTV awards europei, città in movimento, che ha praticamente cancellato il racconto delle violenze, degli scontri che si moltiplicano, del ritorno alle armi, delle bombe disinnescate, degli attacchi settari. La notte tra il 13 e il 14 ottobre, tre uomini armati con il volto coperto dai passamontagna hanno fatto irruzione in un pub Belfast, nella zona nord, leggendo un comunicato dove l’IRA ammette di aver giustiziato il capo di un’organizzazione di spacciatori di droga e avverte alcuni suoi “complici” di lasciare al più presto la città. L’IRA si sa non ammette l’uso e lo spaccio di droga. Per due notti consecutive, negli ultimi giorni, ci sono stati scontri tra unionisti e polizia per difendere una bandiera. A Belfast Ovest sono stati ritrovati due ordigni disinnescati dalle forze dell’ordine.

Sono solo esempi legati all’attualità degli ultimi giorni, ma che rendono chiara l’idea. In Nord Irlanda, grazie anche alla crisi, le giovani generazioni stanno tornando verso la lotta armata: la percentuale non è paragonabile agli anni dei troubles, ma è in crescita costante e preoccupante. Nelle carceri nordirlandesi esistono ancora repubblicani incarcerati solo per reati di opinione, i cosiddetti prigionieri politici: evidentemente la causa irlandese fa ancora paura agli inglesi. Strutture dove si moltiplicano le denunce delle organizzazioni dei famigliari dei prigionieri per le condizioni inumane in cui sono costretti a vivere.

Ecco, di tutto questo bisognerebbe ricominciare a parlarne in maniera più approfondita, ricordandosi che in Nord Irlanda c’è qualcosa di importante da raccontare: il nuovo che c’è in questo angolo di mondo, ma anche il ritorno al passato e alla contrapposizione tra chi si sente irlandese e chi è legato a Sua Maestà. Una “questione irlandese” ancora insoluta e che non può e non deve essere dimenticata da tutti noi.