venerdì 29 novembre 2013

Sabato in piazza la Rete No Muos: “Vogliamo essere liberi sovrani e apartitici”...


di Geza Kertezs (barbadillo.it)
No Muos contro No Muos? A quanto pare sì, dato che il“Movimento No Muos” ha organizzato dei presidi contro la manifestazione apartitica indetta sabato pomeriggio a Palermo dalla “Rete No Muos”. Una decisione che ha suscitato l’indignazione dell’opinione pubblica come si può leggere nei numerosi forum sul web, dove in tanti stigmatizzano l’idea della contromanifestazione su un tema – l’opposizione all’installazione dei sistema radar Usa – considerato patrimonio di tutti i siciliani.
 
Ma andiamo con ordine. «Dietro la decisione di porre un muro tra le diverse sensibilità di chi si oppone all’installazione delle mega antenne militari sul territorio di Niscemi, c’è la volontà, assolutamente non celata da parte del “Movimento No Muos” (connotato ormai a sinistra, ndr), di capitalizzare le voci di una protesta che dovrebbe avere per la sua natura territoriale “un valore assolutamente trasversale e unitario”. Così gli organizzatori della “Rete No Muos” rispondono a chi invita ad opporsi alla manifestazione organizzata per sabato a Palermo. Un tentativo monopolizzante confermato nel testo dell’invito a contro-manifestare lanciato su Facebook dal Movimento. Si legge infatti: «Nel rispetto della nostra storia e del nostro percorso politico, pretendiamo quindi che nel corteo non siano utilizzati i nostri simboli e le nostre bandiere. Invitiamo la stampa – viene puntualizzato – a non utilizzare immagini di repertorio delle manifestazioni NO MUOS per pubblicizzare l’evento del 30».
 
Ed è appunto il rischio di strumentalizzazioni politiche che ha portato le sigle aderenti alla “Rete No Muos” a indire una manifestazione in cui la presenza di vessilli partitici è assolutamente bandita. Un’opzione che, stando a quanto riferiscono gli organizzatori del corteo di sabato, è maturata dopo la scarsa partecipazione popolare della manifestazione indetta a Palermo il 28 settembre. Evento, nel quale, l’eccessiva a presenza di bandiere chiaramente connotate, è stata ritenuta imbarazzante dagli stessi abitanti di Niscemi.
 
Spiega infatti Stefano Di Domenico, portavoce della Rete No Muos: «Quello di sabato sarà un corteo pacifico e gioioso, senza l’esposizione di bandiere politiche, partitiche o sindacali. Questo sarà proprio il tratto distintivo rispetto ad altre manifestazioni contro il Muos, degli scorsi mesi, che hanno portato alla strumentalizzazione politica del movimento ed al progressivo allontanamento di tanti cittadini».
 
«Nonostante la mancanza di fondi – fa sapere Di Domenico – tanti cittadini si stanno organizzando da molte città siciliane con carovane di auto per raggiungere Palermo. Sono, inoltre, in corso da giorni assemblee all’interno delle scuole palermitane in stato di agitazione sul tema del Muos in vista del corteo di sabato. Ne sono certo – sottolinea – sarà un momento di pura gioia».
“Liberi e Sovrani” è dunque il motto che la Rete No Muos ha scelto come filo conduttore dell’evento. Una dicitura netta chiamata a sottolineare come la battaglia contro il Muos di Niscemi sia, in primo luogo, una battaglia per la libertà e la sovranità di una terra che – spiega il portavoce – «per troppi anni si è piegata alle volontà degli Usa, accettata supinamente dalle istituzioni nazionali e regionali».
 
Il nodo delle contromanifestazioni non turba affatto i preparativi dell’evento indetto per sabato: «Chi in queste ore invita i cittadini a non partecipare al corteo – spiega ancora il portavoce della “Rete No Muos” – non fa altro che dividere il fronte No Muos facendo soltanto il gioco di Crocetta e degli Usa. Il corteo di sabato sarà il punto di partenza per la costruzione di un movimento, finalmente trasversale e libero da qualsiasi ideologia escludente, che sappia coinvolgere i siciliani in una lotta che ancora non è persa ma che anzi è ancora tutta da giocare».

giovedì 28 novembre 2013

Il pensiero di Leopardi? Uno Zibaldone di verità...



di Marcello Veneziani (IL Giornale)

Nessun altro autore ha saputo riflettere così profondamente sulla condizione umana. E nessun pensatore che seguì, da Schopenhauer a Nietzsche, superò il suo punto di arrivo...

Come sarà accolto Leopardi in versione anglo-americana? È sbarcato in doppia edizione, britannica e statunitense, con la traduzione del suo ciclopico Zibaldone. Arriva in America dall'estrema, profondissima Europa come un Corpo Estraneo, un relitto mediterraneo naufragato nell'Atlantico, un alieno del pensiero tragico che sbarca senza permesso di soggiorno nelle terre del pragmatismo e dell'ottimismo.

Nessun autore ha saputo guardare in faccia la verità della vita e del mondo come Leopardi. Ci sono più grandi filosofi, grandi scienziati e forse poeti più grandi, ma nessuno ha svelato la condizione umana con la sua implacabile e acutissima lucidità, senza concedere ripari. La sua opera è la più alta rivelazione della condizione umana; oltre c'è solo la Rivelazione divina. Il pensiero che s'inoltrò sulla sua strada e affrontò i suoi temi - Schopenhauer, Nietzsche, l'esistenzialismo - non superò il suo punto d'arrivo, se non mediante il salto nella fede. La sua visione della vita e del mondo esclude che anche il dolore, come la gioia, possa essere un pregiudizio soggettivo che altera la sostanza pura della vita, il suo gioco cosmico al di là del bene e del male; a noi tocca solo scommettere che sia solo caso nel caos o destino che si collega a un ordine. Leopardi si ferma alla disperazione che precede la scommessa e degrada la scommessa a illusione. E tuttavia Leopardi è il poeta e il pensatore più religioso della modernità. Religioso non vuol dire credente né devoto. La sua è una visione radicale e universale sulla vita in rapporto alla morte e al dolore. Leopardi resta religioso anche nella disperazione: il desiderio ardente di morire che accompagnò sempre la sua breve vita non lo indusse al suicidio.

Corteggiò la morte per anni, la invocò tante volte, ma non si lasciò mai conquistare dall'idea di togliersi la vita. Perché, spiegò nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, suicidandosi «tutto l'ordine delle cose saria sovvertito». La certezza che tutto sia connesso in un ordito, è l'essenza propria della religio e l'idea che infrangere quell'ordine sia il supremo sacrilegio è quanto di più religioso si possa pensare. Che poi dietro la Trama del cosmo, dietro l'ordine di tutte le cose, ci sia un Autore o un'Intelligenza e che dopo la morte vi sia la resurrezione, questo riguarda la fede, non il pensiero di Leopardi. In lui lo scacco della Fede non segna il trionfo della Ragione, perché il naufragio riguarda ambedue: da qui il suo pensiero tragico, divergente dai Lumi e da ogni storicismo, progressismo o razionalismo. E da qui la sua ultrafilosofia, che al sistema filosofico preferisce il canto, la poesia, lo zibaldone di pensieri sparsi. Perché è rivolta alla vita e al mondo, non alla pura teoria. Oltre che religioso, il pensiero di Leopardi ha una relazione intensa con l'amor patrio. Sono tante le pagine leopardiane contro il paese natio, contro l'Italia e gli italiani cinici e ridenti, privi di costumi; tutto il pensiero leopardiano e la linea che poi ne discese condannò la retorica patriottarda e le sue pompose finzioni. Ma è come se volesse rendere l'amor patrio più vero ed essenziale, antiretorico, privo di fanfare, raccolto nella gloria dei «nostri padri antichi» e nel rimpianto di tanta altezza caduta «in così basso loco». Risuona l'amore per l'Italia nei suoi versi e affiora una concezione eroica della vita, che si esprime nel culto dei vinti.

Anche il Leopardi in fuga dalla casa paterna, dalla famiglia e dai suoi precetti, dedica poesie, lettere e pagine di un amore intenso e raro al suo Carissimo Signor Padre che poi diventa Mio Caro Papà, a sua sorella Paolina, a suo fratello Carlo. Un amore tenerissimo verso la famiglia, non privo di asprezze e rigetti, ma autentico. La famiglia resta l'alveo affettivo leopardiano, la sua solitudine non può essere concepita se non in rapporto alla sua famiglia. Al di sopra dell'amore per la famiglia, per la patria e per la religio, non c'è che l'amore disperato per la verità. Se deve scegliere tra Dio e il Vero, tra la Famiglia e il Vero, tra l'Italia e il Vero, Leopardi sceglie senza indugi il Vero. Sul piano storico Leopardi colse l'importanza dei pregiudizi e delle illusioni, detestò la politica giacché gli individui «sono infelici sotto ogni forma di governo». Sul piano etico Leopardi lodò la nobiltà dell'inutile, la gloria delle imprese vane. Sul piano estetico riconobbe commosso il primato della bellezza ma sul piano umano contraddisse l'ideale classico del bello e buono, notando che la bellezza insuperbisce chi la possiede mentre la bruttezza incammina verso la virtù. Il pensiero negativo di Leopardi ha un approdo finale: è l'Oriente, inteso come il luogo simbolico in cui si dissipa ogni illusione legata all'individuo per rifluire e disciogliersi nel grembo assoluto della Natura. Oblio immoto del mondo «e già mi par che sciolte/ giaccian le membra mie, né spirto o senso/ più le commuova, e lor quiete antica/ co' silenzi del loco si confonda» (La vita solitaria). La tragedia del vivere per Leopardi risiede nell'individualità che separa dal tutto; viceversa la salvezza, o almeno la pace, è rientrarvi sciogliendosi nel tutto, estinguere la vita individuale nell'oceano dell'essere. «E il naufragar m'è dolce in questo mare»... Prima di poetare sulla vita e sulla morte, Leopardi adolescente le affrontò sul piano della filosofia; prima d'illuminarsi di luna e d'infinito, studiò gli astri e il cosmo.

Versi che sembrano sgorgati da stati d'animo provengono da lontano, da studi precoci e pensieri sofferti. Stringe il cuore leggere i tanti passi in cui Leopardi confessa il suo disagio di essere al mondo e di sentirsi rifiutato. Ma se non fosse stato gobbo, brutto, respinto da Silvia e irriso dalla gente, se avesse avuto una vita e un corpo come gli altri, avrebbe mai raggiunto quelle altezze e quelle profondità? Su quali sentieri lo avrebbe dirottato la vita? Non dobbiamo, con la morte nel cuore, benedire crudelmente l'amore negato, il corpo deforme, per i doni sublimi che provocarono? Del resto lui stesso era consapevole del nesso tra bruttezza e grandezza e si dispose a barattare la vita con la gloria: «Voglio essere infelice piuttosto che piccolo e soffrire piuttosto che annoiarmi». «Il ritratto è bruttissimo: nondimeno fatelo girare costì, acciocché i Recanatesi vedano cogli occhi del corpo (che sono i soli che hanno) che il gobbo de Leopardi è contato per qualche cosa nel mondo». Ma pure alla gioia Leopardi aspirò invano: «Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita; il mondo non mi par fatto per me». Inadeguato al mondo, senza di consolanti vie di scampo, Leopardi mise a nudo la verità della vita. Benché solitario, resta il più fraterno tra i poeti e pensatori. Nei secoli fratello. E ora Brother James.

mercoledì 27 novembre 2013

Teo Mammucari scherza su piazzale Loreto. Ed è rivolta sul web...

di Annamaria Gravino (Secolo d'Italia)

Irriverenti, va bene. Ma fino a che punto ci si può spingere per cercare la battuta facile? Un esempio lo ha fornito la puntata di ieri de Le Iene, durante la quale Teo Mammucari, parlando di calendari, ha detto che quello di Mussolini è l’unico che si può mettere a testa in giù. Il riferimento a piazzale Loreto in un contesto cabarettistico ha provocato una dura reazione sul web e in particolare sulla pagina facebook del programma e sul profilo twitter di Mammucari. Per avere un’idea di ciò che si è scatenato basti dire che in poche ore i commenti al post della puntata sono arrivati quasi a quota 400. Si va dagli insulti all’augurio per il conduttore di ritrovasi lui a testa in giù, ma si passa anche per la frequente, amara constatazione sullo «squallore» di quella battuta. E se c’è chi si complimenta per la trovata, molti sottolineano il fatto che ci vorrebbe più rispetto per i morti e per la storia d’Italia. Certo è che la battuta di Mammucari, che poi vuol dire la battuta degli autori del programma, dimostra se non altro una rara superficialità, una incapacità di elaborare che forse è peggio e più preoccupante perfino di certe manifestazioni di quell’antifascismo militante per cui la morte, se è di un fascista, non solo non merita rispetto, ma va accolta con favore, possibilmente anche con dileggio. Non sembra sia questo il caso.
Le Iene non sono un programma militante, sono un programma mainstream, che come tale ha spesso la tendenza alla banalizzazione o alla facile provocazione. Ma di facile, nella faccenda di piazzale Loreto, non c’è proprio nulla. Quell’episodio, non a caso ancora dibattutissimo e soggetto a interpretazioni e revisioni anche a sinistra, rimanda a temi complicatissimi: sul piano strettamente italiano, per esempio, dalla riflessione sulla storia del secolo scorso alle radici della nostra democrazia; su un piano più universale, dalla sorte che spesso tocca al corpo del nemico, tanto più se è stato il capo, all’anima bestiale che muove le folle nel momento della sconfitta di un regime. La sorte dei corpi di Benito Mussolini e Claretta Petacci è storia di oggi molto più di quanto si pensi. Intanto perché non è stata storicizzata, è qualcosa di cui ancora non si sono capiti fino in fondo portata e significato. Poi perché, ancora oggi, è diffusa l’idea che del corpo del nemico si possa fare scempio impunemente. Che anzi, forse, si debba fare scempio come atto liberatorio, come affermazione di forza, come negazione di una umanità che tanto più va svilita quanto più ha rappresentato il proprio specchio. Gli italiani che amarono e seguirono Mussolini furono pronti a sputare sul suo corpo o per lo meno ad accettare che questo avvenisse né più né meno di quanto gli iracheni, appena ieri, hanno fatto con Saddam Hussein. Da qualunque prospettiva si voglia guardare – umana, civile, politica, storica – in questo c’è qualcosa di profondamente tragico e smisurato, che dovrebbe rendere inaccettabile per chiunque l’idea di farne battute da share.


martedì 26 novembre 2013

Giovane precario oggi? Povero anziano domani...

povertà 
tratto da Barbadillo.it

Precario oggi? Povero (e senza pensione) domani. Lo ha spiegato l’Ocse che ha indicato come in Italia, «l’adeguatezza dei redditi pensionistici potrà essere un problema» per le generazioni future. Riguarderà tutti? No. Sono «i lavoratori con carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti quelli più vulnerabili al rischio di povertà durante la vecchiaia».


Sotto accusa dell’organismo internazionale il “metodo contributivo” e l’assenza di pensioni sociali. Questo perché – è chiaro – senza regolarità nei contratti di assunzione e con un sommerso che dilaga in mancanza di una detassazione sul lavoro il rischio concreto è che un’intera generazione non solo non arrivi ad ottenere la pensione ma che il rischio indigenza in vecchiaia sia direttamente proporzionale al tasso di precariato “giovanile”.
La riforma delle pensioni attuata dal governo tecnico con il ministro Fornero – già bocciata per il caos esodati – non basta. «Le politiche per promuovere l’occupazione e l’occupabilità e per migliorare la capacità degli individui ad avere carriere più lunghe sono essenziali», ha sottolineato l’organizzazione, ricordando che «l’aumento dell’età pensionabile non è sufficiente per garantire che le persone rimangano sul mercato del lavoro».

lunedì 25 novembre 2013

È morto a Torino il filosofo “irregolare” Costanzo Preve: da Marx alla critica all’euro...

 
 
di Valerio Goletti (Secolo d'Italia)

 È morto a Torino il filosofo Costanzo Preve. Era nato a Valenza (Alessandria) nel 1943, aveva settant’anni ed era ormai malato da più di un anno. Date le sue origini – la madre era armeno ortodossa – ha chiesto di essere sepolto con il rito greco-ortodosso. Una decisione che solo in apparenza contraddice la sua professione di ateismo: infatti Preve, marxista irregolare isolato e criticato dalla sinistra, lontano dalla politica dai primi anni Novanta dopo un intenso periodo di militanza, apprezzato e studiato oggi dagli ambienti della destra antiglobalista, aveva compiuto in piena libertà un percorso che l’aveva trasformato in profondità anche sul piano spirituale. Nella prefazione al carteggio con Luigi Tedeschi, in uscita a breve per Area 51, Stefano Sissa scrive che il suo obiettivo era quello di contrastare sia l’odierno capitalismo sia il nichilismo divorante che contraddistingue la nostra epoca. Non stupisce perciò ritrovare un pensatore come Preve tra quanti hanno difeso Ratzinger dall’attacco dei salotti laicisti. In proposito scriveva che il relativismo «piace solo agli intellettuali sradicati, ma essi sono meno del 3% della popolazione globale. Il rimanente 97% è angosciato dalla morte di Dio, e dal fatto che essa viene sostituita dal circo mediatico, dalla simulazione televisiva, dall’incontinenza pubblicitaria, dalle mode pilotate e dallo spettacolo porno. Ridotta l’intera filosofia a smascheramento delle illusioni metafisiche (…) effettivamente la religione torna ad essere il deposito del senso complessivo delle cose».

Era aperto al dialogo con tutti, e soprattutto – per quell’attitudine curiosa che caratterizza sempre i veri studiosi – con gli ambienti a lui lontani: di qui il confronto con un intellettuale come Alain de Benoist (il cui frutto è stato il libro del 2006 Il paradosso Alain de Benoist, Settimo Sigillo) e di qui anche l’accusa di “rossobrunismo” lanciatagli dai “compagni” che lo hanno visto pian piano distanziarsi dal materialismo dialettico di Marx. Preve era studioso non solo di Marx ma anche della filosofia della Grecia classica, di Spinoza, di Fichte, di Hegel e di Lukács.

Il percorso seguito da Preve – spiega Edoardo Zarelli, altro intellettuale anticonformista convinto, come Preve, che destra e sinistra siano categorie da superare – parte da Marx e giunge al comunitarismo, contesto fondativo di un nuovo umanesimo. Libero dall’osservanza dei dogmi delle varie chiese ideologiche, Preve riteneva che non ci fosse più bisogno dell’antifascismo (criticava il fanatismo di chi considera il fascismo una sostanza ontologica “diabolica”) e si è sempre sottratto al gioco degli opposti estremismi, collaborando con tutti coloro che gli offrivano spazio per diffondere le sue idee sulla geopolitica, sulla filosofia, sulla metapolitica. Un cammino che lo ha portato ad essere vicino al pensiero euroasiatista e a criticare l’euro predicando la necessità di recuperare le sovranità nazionali. La sua libera ricerca, trasversale e priva di pregiudizi, gli ha procurato l’ostilità dell’ambiente di provenienza. L’impossibilità di definirlo, infine, ha fatto sì che venisse ignorato dal mainstream mediatico. L’ultimo suo libro – ne ha scritti oltre quaranta – è Una nuova storia alternativa della filosofia (Petit Plaisance, Pistoia) al cui centro c’è l’uomo come “animale politico” la cui identità va ricostruita per superare l’alienazione economicista.

sabato 23 novembre 2013

Tra Capitan Harlock e tricolori il nuovo movimentismo studentesco identitario...



di Mauro La Mantia (barbadillo.it)

Alla notizia di una nuova mobilitazione studentesca nazionale, indetta per oggi, in molti si aspettavano le solite manifestazioni nelle città italiane egemonizzate dai centri sociali: bandiere rosse, vecchi cori sessantottini riadattai, prime file di studenti con i caschi, scontri con la polizia. E le ormai immancabili maschere di V per Vendetta, con il povero Guy Fawkes (ribelle e martire cattolico) arruolato a sua insaputa dagli antagonisti di sinistra.
Invece oggi è successo qualcosa di inaspettato. Migliaia di studenti in tutta Italia hanno aderito all’appello lanciato da “Rotta di Collisione”, il nuovo coordinamento slegato da partiti e sindacati che riunisce le sigle studentesche identitarie. Appello che invitava gli studenti a ribellarsi contro le politiche d’austerità del Governo Letta, sottomesso come quello Monti ai diktat europei, che colpiscono in primis la cultura e la formazione quindi il futuro delle giovani generazioni.
Una rivolta generazionale ancorata però ai principi identitari, alla difesa della sovranità nazionale e della comunità. Per questo gli studenti scesi in piazza a Roma, Palermo, Torino ed altre città hanno sventolato soltanto i tricolori, unica bandiera in grado di unire gli studenti, oltre le appartenenze politiche e geografiche, e rappresentare questi valori. E per sfidare lo strapotere delle lobby bancarie, che impongono ai governi queste folli politiche economiche e sociali, gli studenti hanno scelto di indossare le maschere di Capitan Harlock il pirata ribelle, tornato in auge per l’atteso film di gennaio, che sfida l’apatia e l’indifferenza della gente lottando da solo contro chi vuole saccheggiare il pianeta Terra. Manifestazioni intransigenti nei contenutiche però non sono sfociate nei soliti scontri troppe volte visti nelle piazze, nocivi per l’intero movimento studentesco.
La mobilitazione di oggi (“Le scuole crollano, gli studenti no”) è stata anche incentrata sulla irrisolta questione dell’edilizia scolastica. Attraverso l’hashtag #lescuolecrollano, gli studenti di “Rotta di Collisione” hanno denunciato nei giorni scorsi lo stato di degrado delle scuole italiane, da nord a sud. Da qui la richiesta al Governo di ammodernamento e messa in sicurezza degli edifici scolastici. Tra le rivendicazioni anche l’aumento del numero dei rappresentanti di istituto, la lotta al caro-libri, la riforma della classe docente ed in generale maggiori investimenti sulla scuola.
A Roma il Ministero dell’Istruzione di Viale Trastevere è stato assediato pacificamente da oltre mille studenti, a Torino un gran corteo ha attraversato le vie della città sfidando la neve e la contromanifestazione dei centri sociali, a Palermo oltre cinquemila studenti hanno letteralmente invaso il centro della città con blitz e flash mob davanti i palazzi delle istituzioni. E in altre città si sono svolti sit-in, assemblee e volantinaggi. «Rappresentiamo una generazione stufa di combattere contro i mulini a vento. Sappiamo chi sono i nemici dell’Italia e siamo pronti a smascherarli» dicono gli studenti di “Rotta di Collisione”. Sembra quindi essere rinato in Italia un movimentismo studentesco identitario e non omologato. Non si vedeva da anni.