sabato 30 novembre 2013
venerdì 29 novembre 2013
Sabato in piazza la Rete No Muos: “Vogliamo essere liberi sovrani e apartitici”...
di Geza Kertezs (barbadillo.it)
No Muos contro No Muos? A quanto pare sì, dato che il“Movimento No Muos”
ha organizzato dei presidi contro la manifestazione apartitica indetta
sabato pomeriggio a Palermo dalla “Rete No Muos”. Una decisione che ha
suscitato l’indignazione dell’opinione pubblica come si può leggere nei
numerosi forum sul web, dove in tanti stigmatizzano l’idea della
contromanifestazione su un tema – l’opposizione all’installazione dei
sistema radar Usa – considerato patrimonio di tutti i siciliani.
Ma andiamo con ordine. «Dietro la decisione di porre un muro tra le
diverse sensibilità di chi si oppone all’installazione delle mega
antenne militari sul territorio di Niscemi, c’è la volontà,
assolutamente non celata da parte del “Movimento No Muos” (connotato
ormai a sinistra, ndr), di capitalizzare le voci di una protesta che
dovrebbe avere per la sua natura territoriale “un valore assolutamente
trasversale e unitario”. Così gli organizzatori della “Rete No Muos”
rispondono a chi invita ad opporsi alla manifestazione organizzata per
sabato a Palermo. Un tentativo monopolizzante confermato nel testo
dell’invito a contro-manifestare lanciato su Facebook dal Movimento. Si
legge infatti: «Nel rispetto della nostra storia e del nostro percorso
politico, pretendiamo quindi che nel corteo non siano utilizzati i
nostri simboli e le nostre bandiere. Invitiamo la stampa – viene
puntualizzato – a non utilizzare immagini di repertorio delle
manifestazioni NO MUOS per pubblicizzare l’evento del 30».
Ed è appunto il rischio di strumentalizzazioni politiche che ha portato
le sigle aderenti alla “Rete No Muos” a indire una manifestazione in cui
la presenza di vessilli partitici è assolutamente bandita. Un’opzione
che, stando a quanto riferiscono gli organizzatori del corteo di sabato,
è maturata dopo la scarsa partecipazione popolare della manifestazione
indetta a Palermo il 28 settembre. Evento, nel quale, l’eccessiva a
presenza di bandiere chiaramente connotate, è stata ritenuta
imbarazzante dagli stessi abitanti di Niscemi.
Spiega infatti Stefano Di Domenico, portavoce della Rete No Muos:
«Quello di sabato sarà un corteo pacifico e gioioso, senza l’esposizione
di bandiere politiche, partitiche o sindacali. Questo sarà proprio il
tratto distintivo rispetto ad altre manifestazioni contro il Muos, degli
scorsi mesi, che hanno portato alla strumentalizzazione politica del
movimento ed al progressivo allontanamento di tanti cittadini».
«Nonostante la mancanza di fondi – fa sapere Di Domenico – tanti
cittadini si stanno organizzando da molte città siciliane con carovane
di auto per raggiungere Palermo. Sono, inoltre, in corso da giorni
assemblee all’interno delle scuole palermitane in stato di agitazione
sul tema del Muos in vista del corteo di sabato. Ne sono certo –
sottolinea – sarà un momento di pura gioia».
“Liberi e Sovrani” è dunque il motto che la Rete No Muos ha scelto come
filo conduttore dell’evento. Una dicitura netta chiamata a sottolineare
come la battaglia contro il Muos di Niscemi sia, in primo luogo, una
battaglia per la libertà e la sovranità di una terra che – spiega il
portavoce – «per troppi anni si è piegata alle volontà degli Usa,
accettata supinamente dalle istituzioni nazionali e regionali».
Il nodo delle contromanifestazioni non turba affatto i preparativi
dell’evento indetto per sabato: «Chi in queste ore invita i cittadini a
non partecipare al corteo – spiega ancora il portavoce della “Rete No
Muos” – non fa altro che dividere il fronte No Muos facendo soltanto il
gioco di Crocetta e degli Usa. Il corteo di sabato sarà il punto di
partenza per la costruzione di un movimento, finalmente trasversale e
libero da qualsiasi ideologia escludente, che sappia coinvolgere i
siciliani in una lotta che ancora non è persa ma che anzi è ancora tutta
da giocare».
giovedì 28 novembre 2013
Il pensiero di Leopardi? Uno Zibaldone di verità...
di Marcello Veneziani (IL Giornale)
Nessun altro autore ha saputo riflettere così profondamente sulla
condizione umana. E nessun pensatore che seguì, da Schopenhauer a
Nietzsche, superò il suo punto di arrivo...
Come sarà accolto Leopardi in versione anglo-americana? È sbarcato in
doppia edizione, britannica e statunitense, con la traduzione del suo
ciclopico Zibaldone. Arriva in America dall'estrema, profondissima
Europa come un Corpo Estraneo, un relitto mediterraneo naufragato
nell'Atlantico, un alieno del pensiero tragico che sbarca senza permesso
di soggiorno nelle terre del pragmatismo e dell'ottimismo.
Nessun autore ha saputo guardare in faccia la verità della vita e del
mondo come Leopardi. Ci sono più grandi filosofi, grandi scienziati e
forse poeti più grandi, ma nessuno ha svelato la condizione umana con la
sua implacabile e acutissima lucidità, senza concedere ripari. La sua
opera è la più alta rivelazione della condizione umana; oltre c'è solo
la Rivelazione divina. Il pensiero che s'inoltrò sulla sua strada e
affrontò i suoi temi - Schopenhauer, Nietzsche, l'esistenzialismo - non
superò il suo punto d'arrivo, se non mediante il salto nella fede. La
sua visione della vita e del mondo esclude che anche il dolore, come la
gioia, possa essere un pregiudizio soggettivo che altera la sostanza
pura della vita, il suo gioco cosmico al di là del bene e del male; a
noi tocca solo scommettere che sia solo caso nel caos o destino che si
collega a un ordine. Leopardi si ferma alla disperazione che precede la
scommessa e degrada la scommessa a illusione. E tuttavia Leopardi è il
poeta e il pensatore più religioso della modernità. Religioso non vuol
dire credente né devoto. La sua è una visione radicale e universale
sulla vita in rapporto alla morte e al dolore. Leopardi resta religioso
anche nella disperazione: il desiderio ardente di morire che accompagnò
sempre la sua breve vita non lo indusse al suicidio.
Corteggiò la morte per anni, la invocò tante volte, ma non si lasciò mai
conquistare dall'idea di togliersi la vita. Perché, spiegò nel Dialogo
di Plotino e di Porfirio, suicidandosi «tutto l'ordine delle cose saria
sovvertito». La certezza che tutto sia connesso in un ordito, è
l'essenza propria della religio e l'idea che infrangere quell'ordine sia
il supremo sacrilegio è quanto di più religioso si possa pensare. Che
poi dietro la Trama del cosmo, dietro l'ordine di tutte le cose, ci sia
un Autore o un'Intelligenza e che dopo la morte vi sia la resurrezione,
questo riguarda la fede, non il pensiero di Leopardi. In lui lo scacco
della Fede non segna il trionfo della Ragione, perché il naufragio
riguarda ambedue: da qui il suo pensiero tragico, divergente dai Lumi e
da ogni storicismo, progressismo o razionalismo. E da qui la sua
ultrafilosofia, che al sistema filosofico preferisce il canto, la
poesia, lo zibaldone di pensieri sparsi. Perché è rivolta alla vita e al
mondo, non alla pura teoria. Oltre che religioso, il pensiero di
Leopardi ha una relazione intensa con l'amor patrio. Sono tante le
pagine leopardiane contro il paese natio, contro l'Italia e gli italiani
cinici e ridenti, privi di costumi; tutto il pensiero leopardiano e la
linea che poi ne discese condannò la retorica patriottarda e le sue
pompose finzioni. Ma è come se volesse rendere l'amor patrio più vero ed
essenziale, antiretorico, privo di fanfare, raccolto nella gloria dei
«nostri padri antichi» e nel rimpianto di tanta altezza caduta «in così
basso loco». Risuona l'amore per l'Italia nei suoi versi e affiora una
concezione eroica della vita, che si esprime nel culto dei vinti.
Anche il Leopardi in fuga dalla casa paterna, dalla famiglia e dai suoi
precetti, dedica poesie, lettere e pagine di un amore intenso e raro al
suo Carissimo Signor Padre che poi diventa Mio Caro Papà, a sua sorella
Paolina, a suo fratello Carlo. Un amore tenerissimo verso la famiglia,
non privo di asprezze e rigetti, ma autentico. La famiglia resta l'alveo
affettivo leopardiano, la sua solitudine non può essere concepita se
non in rapporto alla sua famiglia. Al di sopra dell'amore per la
famiglia, per la patria e per la religio, non c'è che l'amore disperato
per la verità. Se deve scegliere tra Dio e il Vero, tra la Famiglia e il
Vero, tra l'Italia e il Vero, Leopardi sceglie senza indugi il Vero.
Sul piano storico Leopardi colse l'importanza dei pregiudizi e delle
illusioni, detestò la politica giacché gli individui «sono infelici
sotto ogni forma di governo». Sul piano etico Leopardi lodò la nobiltà
dell'inutile, la gloria delle imprese vane. Sul piano estetico riconobbe
commosso il primato della bellezza ma sul piano umano contraddisse
l'ideale classico del bello e buono, notando che la bellezza
insuperbisce chi la possiede mentre la bruttezza incammina verso la
virtù. Il pensiero negativo di Leopardi ha un approdo finale: è
l'Oriente, inteso come il luogo simbolico in cui si dissipa ogni
illusione legata all'individuo per rifluire e disciogliersi nel grembo
assoluto della Natura. Oblio immoto del mondo «e già mi par che sciolte/
giaccian le membra mie, né spirto o senso/ più le commuova, e lor
quiete antica/ co' silenzi del loco si confonda» (La vita solitaria). La
tragedia del vivere per Leopardi risiede nell'individualità che separa
dal tutto; viceversa la salvezza, o almeno la pace, è rientrarvi
sciogliendosi nel tutto, estinguere la vita individuale nell'oceano
dell'essere. «E il naufragar m'è dolce in questo mare»... Prima di
poetare sulla vita e sulla morte, Leopardi adolescente le affrontò sul
piano della filosofia; prima d'illuminarsi di luna e d'infinito, studiò
gli astri e il cosmo.
Versi che sembrano sgorgati da stati d'animo provengono da lontano, da
studi precoci e pensieri sofferti. Stringe il cuore leggere i tanti
passi in cui Leopardi confessa il suo disagio di essere al mondo e di
sentirsi rifiutato. Ma se non fosse stato gobbo, brutto, respinto da
Silvia e irriso dalla gente, se avesse avuto una vita e un corpo come
gli altri, avrebbe mai raggiunto quelle altezze e quelle profondità? Su
quali sentieri lo avrebbe dirottato la vita? Non dobbiamo, con la morte
nel cuore, benedire crudelmente l'amore negato, il corpo deforme, per i
doni sublimi che provocarono? Del resto lui stesso era consapevole del
nesso tra bruttezza e grandezza e si dispose a barattare la vita con la
gloria: «Voglio essere infelice piuttosto che piccolo e soffrire
piuttosto che annoiarmi». «Il ritratto è bruttissimo: nondimeno fatelo
girare costì, acciocché i Recanatesi vedano cogli occhi del corpo (che
sono i soli che hanno) che il gobbo de Leopardi è contato per qualche
cosa nel mondo». Ma pure alla gioia Leopardi aspirò invano: «Ho bisogno
d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita; il mondo non mi par
fatto per me». Inadeguato al mondo, senza di consolanti vie di scampo,
Leopardi mise a nudo la verità della vita. Benché solitario, resta il
più fraterno tra i poeti e pensatori. Nei secoli fratello. E ora Brother
James.
mercoledì 27 novembre 2013
Teo Mammucari scherza su piazzale Loreto. Ed è rivolta sul web...
di Annamaria Gravino (Secolo d'Italia)
Irriverenti, va bene. Ma fino a che punto ci si può spingere per cercare
la battuta facile? Un esempio lo ha fornito la puntata di ieri de Le
Iene, durante la quale Teo Mammucari, parlando di calendari, ha detto
che quello di Mussolini è l’unico che si può mettere a testa in giù. Il
riferimento a piazzale Loreto in un contesto cabarettistico ha provocato
una dura reazione sul web e in particolare sulla pagina facebook del
programma e sul profilo twitter di Mammucari. Per avere un’idea di ciò
che si è scatenato basti dire che in poche ore i commenti al post della
puntata sono arrivati quasi a quota 400. Si va dagli insulti all’augurio
per il conduttore di ritrovasi lui a testa in giù, ma si passa anche
per la frequente, amara constatazione sullo «squallore» di quella
battuta. E se c’è chi si complimenta per la trovata, molti sottolineano
il fatto che ci vorrebbe più rispetto per i morti e per la storia
d’Italia. Certo è che la battuta di Mammucari, che poi vuol dire la
battuta degli autori del programma, dimostra se non altro una rara
superficialità, una incapacità di elaborare che forse è peggio e più
preoccupante perfino di certe manifestazioni di quell’antifascismo
militante per cui la morte, se è di un fascista, non solo non merita
rispetto, ma va accolta con favore, possibilmente anche con dileggio.
Non sembra sia questo il caso.
Le Iene non sono un programma militante, sono un programma mainstream,
che come tale ha spesso la tendenza alla banalizzazione o alla facile
provocazione. Ma di facile, nella faccenda di piazzale Loreto, non c’è
proprio nulla. Quell’episodio, non a caso ancora dibattutissimo e
soggetto a interpretazioni e revisioni anche a sinistra, rimanda a temi
complicatissimi: sul piano strettamente italiano, per esempio, dalla
riflessione sulla storia del secolo scorso alle radici della nostra
democrazia; su un piano più universale, dalla sorte che spesso tocca al
corpo del nemico, tanto più se è stato il capo, all’anima bestiale che
muove le folle nel momento della sconfitta di un regime. La sorte dei
corpi di Benito Mussolini e Claretta Petacci è storia di oggi molto più
di quanto si pensi. Intanto perché non è stata storicizzata, è qualcosa
di cui ancora non si sono capiti fino in fondo portata e significato.
Poi perché, ancora oggi, è diffusa l’idea che del corpo del nemico si
possa fare scempio impunemente. Che anzi, forse, si debba fare scempio
come atto liberatorio, come affermazione di forza, come negazione di una
umanità che tanto più va svilita quanto più ha rappresentato il proprio
specchio. Gli italiani che amarono e seguirono Mussolini furono pronti a
sputare sul suo corpo o per lo meno ad accettare che questo avvenisse
né più né meno di quanto gli iracheni, appena ieri, hanno fatto con
Saddam Hussein. Da qualunque prospettiva si voglia guardare – umana,
civile, politica, storica – in questo c’è qualcosa di profondamente
tragico e smisurato, che dovrebbe rendere inaccettabile per chiunque
l’idea di farne battute da share.
martedì 26 novembre 2013
Giovane precario oggi? Povero anziano domani...
tratto da Barbadillo.it
Precario oggi? Povero (e senza pensione) domani. Lo ha spiegato l’Ocse che ha indicato come in Italia, «l’adeguatezza dei redditi pensionistici potrà essere un problema» per le generazioni future. Riguarderà tutti? No. Sono «i lavoratori con carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti quelli più vulnerabili al rischio di povertà durante la vecchiaia».
Sotto accusa dell’organismo internazionale il “metodo contributivo” e l’assenza di pensioni sociali. Questo perché – è chiaro – senza regolarità nei contratti di assunzione e con un sommerso che dilaga in mancanza di una detassazione sul lavoro il rischio concreto è che un’intera generazione non solo non arrivi ad ottenere la pensione ma che il rischio indigenza in vecchiaia sia direttamente proporzionale al tasso di precariato “giovanile”.
La riforma delle pensioni attuata dal governo tecnico con il ministro Fornero – già bocciata per il caos esodati – non basta. «Le politiche per promuovere l’occupazione e l’occupabilità e per migliorare la capacità degli individui ad avere carriere più lunghe sono essenziali», ha sottolineato l’organizzazione, ricordando che «l’aumento dell’età pensionabile non è sufficiente per garantire che le persone rimangano sul mercato del lavoro».
Precario oggi? Povero (e senza pensione) domani. Lo ha spiegato l’Ocse che ha indicato come in Italia, «l’adeguatezza dei redditi pensionistici potrà essere un problema» per le generazioni future. Riguarderà tutti? No. Sono «i lavoratori con carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti quelli più vulnerabili al rischio di povertà durante la vecchiaia».
Sotto accusa dell’organismo internazionale il “metodo contributivo” e l’assenza di pensioni sociali. Questo perché – è chiaro – senza regolarità nei contratti di assunzione e con un sommerso che dilaga in mancanza di una detassazione sul lavoro il rischio concreto è che un’intera generazione non solo non arrivi ad ottenere la pensione ma che il rischio indigenza in vecchiaia sia direttamente proporzionale al tasso di precariato “giovanile”.
La riforma delle pensioni attuata dal governo tecnico con il ministro Fornero – già bocciata per il caos esodati – non basta. «Le politiche per promuovere l’occupazione e l’occupabilità e per migliorare la capacità degli individui ad avere carriere più lunghe sono essenziali», ha sottolineato l’organizzazione, ricordando che «l’aumento dell’età pensionabile non è sufficiente per garantire che le persone rimangano sul mercato del lavoro».
lunedì 25 novembre 2013
È morto a Torino il filosofo “irregolare” Costanzo Preve: da Marx alla critica all’euro...
di Valerio Goletti (Secolo d'Italia)
È morto a Torino il filosofo Costanzo Preve. Era nato a Valenza (Alessandria) nel 1943, aveva settant’anni ed era ormai malato da più di un anno. Date le sue origini – la madre era armeno ortodossa – ha chiesto di essere sepolto con il rito greco-ortodosso. Una decisione che solo in apparenza contraddice la sua professione di ateismo: infatti Preve, marxista irregolare isolato e criticato dalla sinistra, lontano dalla politica dai primi anni Novanta dopo un intenso periodo di militanza, apprezzato e studiato oggi dagli ambienti della destra antiglobalista, aveva compiuto in piena libertà un percorso che l’aveva trasformato in profondità anche sul piano spirituale. Nella prefazione al carteggio con Luigi Tedeschi, in uscita a breve per Area 51, Stefano Sissa scrive che il suo obiettivo era quello di contrastare sia l’odierno capitalismo sia il nichilismo divorante che contraddistingue la nostra epoca. Non stupisce perciò ritrovare un pensatore come Preve tra quanti hanno difeso Ratzinger dall’attacco dei salotti laicisti. In proposito scriveva che il relativismo «piace solo agli intellettuali sradicati, ma essi sono meno del 3% della popolazione globale. Il rimanente 97% è angosciato dalla morte di Dio, e dal fatto che essa viene sostituita dal circo mediatico, dalla simulazione televisiva, dall’incontinenza pubblicitaria, dalle mode pilotate e dallo spettacolo porno. Ridotta l’intera filosofia a smascheramento delle illusioni metafisiche (…) effettivamente la religione torna ad essere il deposito del senso complessivo delle cose».
Era aperto al dialogo con tutti, e soprattutto – per quell’attitudine curiosa che caratterizza sempre i veri studiosi – con gli ambienti a lui lontani: di qui il confronto con un intellettuale come Alain de Benoist (il cui frutto è stato il libro del 2006 Il paradosso Alain de Benoist, Settimo Sigillo) e di qui anche l’accusa di “rossobrunismo” lanciatagli dai “compagni” che lo hanno visto pian piano distanziarsi dal materialismo dialettico di Marx. Preve era studioso non solo di Marx ma anche della filosofia della Grecia classica, di Spinoza, di Fichte, di Hegel e di Lukács.
Il percorso seguito da Preve – spiega Edoardo Zarelli, altro intellettuale anticonformista convinto, come Preve, che destra e sinistra siano categorie da superare – parte da Marx e giunge al comunitarismo, contesto fondativo di un nuovo umanesimo. Libero dall’osservanza dei dogmi delle varie chiese ideologiche, Preve riteneva che non ci fosse più bisogno dell’antifascismo (criticava il fanatismo di chi considera il fascismo una sostanza ontologica “diabolica”) e si è sempre sottratto al gioco degli opposti estremismi, collaborando con tutti coloro che gli offrivano spazio per diffondere le sue idee sulla geopolitica, sulla filosofia, sulla metapolitica. Un cammino che lo ha portato ad essere vicino al pensiero euroasiatista e a criticare l’euro predicando la necessità di recuperare le sovranità nazionali. La sua libera ricerca, trasversale e priva di pregiudizi, gli ha procurato l’ostilità dell’ambiente di provenienza. L’impossibilità di definirlo, infine, ha fatto sì che venisse ignorato dal mainstream mediatico. L’ultimo suo libro – ne ha scritti oltre quaranta – è Una nuova storia alternativa della filosofia (Petit Plaisance, Pistoia) al cui centro c’è l’uomo come “animale politico” la cui identità va ricostruita per superare l’alienazione economicista.
sabato 23 novembre 2013
Tra Capitan Harlock e tricolori il nuovo movimentismo studentesco identitario...
di Mauro La Mantia (barbadillo.it)
Alla notizia di una nuova mobilitazione studentesca nazionale, indetta
per oggi, in molti si aspettavano le solite manifestazioni nelle città
italiane egemonizzate dai centri sociali: bandiere rosse, vecchi cori
sessantottini riadattai, prime file di studenti con i caschi, scontri
con la polizia. E le ormai immancabili maschere di V per Vendetta, con
il povero Guy Fawkes (ribelle e martire cattolico) arruolato a sua
insaputa dagli antagonisti di sinistra.
Invece oggi è successo qualcosa di inaspettato. Migliaia di studenti in
tutta Italia hanno aderito all’appello lanciato da “Rotta di
Collisione”, il nuovo coordinamento slegato da partiti e sindacati che
riunisce le sigle studentesche identitarie. Appello che invitava gli
studenti a ribellarsi contro le politiche d’austerità del Governo Letta,
sottomesso come quello Monti ai diktat europei, che colpiscono in
primis la cultura e la formazione quindi il futuro delle giovani
generazioni.
Una rivolta generazionale ancorata però ai principi identitari, alla
difesa della sovranità nazionale e della comunità. Per questo gli
studenti scesi in piazza a Roma, Palermo, Torino ed altre città hanno
sventolato soltanto i tricolori, unica bandiera in grado di unire gli
studenti, oltre le appartenenze politiche e geografiche, e rappresentare
questi valori. E per sfidare lo strapotere delle lobby bancarie, che
impongono ai governi queste folli politiche economiche e sociali, gli
studenti hanno scelto di indossare le maschere di Capitan Harlock il
pirata ribelle, tornato in auge per l’atteso film di gennaio, che sfida
l’apatia e l’indifferenza della gente lottando da solo contro chi vuole
saccheggiare il pianeta Terra. Manifestazioni intransigenti nei
contenutiche però non sono sfociate nei soliti scontri troppe volte
visti nelle piazze, nocivi per l’intero movimento studentesco.
La mobilitazione di oggi (“Le scuole crollano, gli studenti no”) è stata
anche incentrata sulla irrisolta questione dell’edilizia scolastica.
Attraverso l’hashtag #lescuolecrollano, gli studenti di “Rotta di
Collisione” hanno denunciato nei giorni scorsi lo stato di degrado delle
scuole italiane, da nord a sud. Da qui la richiesta al Governo di
ammodernamento e messa in sicurezza degli edifici scolastici. Tra le
rivendicazioni anche l’aumento del numero dei rappresentanti di
istituto, la lotta al caro-libri, la riforma della classe docente ed in
generale maggiori investimenti sulla scuola.
A Roma il Ministero dell’Istruzione di Viale Trastevere è stato
assediato pacificamente da oltre mille studenti, a Torino un gran corteo
ha attraversato le vie della città sfidando la neve e la
contromanifestazione dei centri sociali, a Palermo oltre cinquemila
studenti hanno letteralmente invaso il centro della città con blitz e
flash mob davanti i palazzi delle istituzioni. E in altre città si sono
svolti sit-in, assemblee e volantinaggi. «Rappresentiamo una generazione
stufa di combattere contro i mulini a vento. Sappiamo chi sono i nemici
dell’Italia e siamo pronti a smascherarli» dicono gli studenti di
“Rotta di Collisione”. Sembra quindi essere rinato in Italia un
movimentismo studentesco identitario e non omologato. Non si vedeva da
anni.
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