domenica 2 febbraio 2014

L’attualità di Berto Ricci? L’eresia visionaria dell’Italia imperiale...

berto riccidi Michele De Feudis (Barbadillo.it)
Una personalità fuori dagli schemi, senza macchia che non sia il coraggio e la ferrea volontà di difendere le proprie idee fino alle estreme conseguenze. Berto Ricci, giornalista e scrittore (1905-1941), è stato uno degli intellettuali fascisti più anticonformisti e irriducibili alle categorie che la vulgata resistenziale ha spesso affibbiato acriticamente ai protagonisti della vita culturale del Ventennio. Figura molto amata da Beppe Niccolai e Giano Accame, che ne introdussero la lettura nelle fila della gioventù postfascista, da alcuni anni resta imprigionata nella camicia di forza tracciata dal saggio di Paolo Buchignani “Un fascismo impossibile” (Il Mulino). La sua eresia, infatti fu coerente con una visione del mondo critica del capitalismo, sensibile al superamento del conflitto tra imprese e lavoratori, incardinata su una lucida visione imperiale della civiltà italiana.
La sua ultima opera si doveva intitolare “Tempo di sintesi”, ma di essa ne resta solo la scaletta dei temi che avrebbe trattato: ambiva a essere un manifesto politico che saldava “unità politica e millenaria esperienza spirituale (…) creatrice di armonia”. Eppure “Tempo di sintesi” è il filo rosso della ricerca culturale e politica svolta per tutta la vita da Ricci: riannodare le fila della prospettiva imperiale dell’Italia, porsi come modello nel superamento dello scontro tra capitale e lavoro contro le pulsioni ultraliberiste che erano presenti già allora. “I difensori a oltranza dell’iniziativa privata ci permetteranno di dire che l’iniziativa privata non fa un accidenti per gli artisti, poeti, scrittori italiani. Il fatto è che, in questa come in altre cose molte, l’iniziativa privata quando c’è da riscuotere si aderge inviolabile ed intangibile; quando c’è da dare si ritira e si scopre il capo dinanzi alla maestà dello Stato. Parlate un po’ d’aprire la borsetta, e il più fervido campione dell’iniziativa privata si trasforma di colpo in uno statolatra da far invidia a quelli del Kremlino”. Insomma prevedeva già negli anni trenta, in uno dei suoi “Avvisi” su “L’Universale”, le furbizie di certi manager antinazionali che, dopo aver tenuto in piedi i bilanci aziendali con i contributi pubblici straordinari, non hanno avuto nessuna remora nel delocalizzare la produzione delle proprie aziende oltre confine.
L’idea imperiale, per Ricci, era intesa come “un’esigenza dello spirito e un lineamento essenziale”, tutt’uno “con le macchine veloci e liberatrici, colla gioventù in marcia fuori dell’ombre famigliari e sagrestane, con questo avventuroso sgranchirsi di corpi e di cervelli, col composto clamore delle città, col nostro credere e cercare”.
ricciLa parte più viva del suo pensiero politico è raccolta ne “Lo scrittore italiano”, proprio nella definizione delle categorie “Nazione, impero”. Qui Berto Ricci recide ogni legame con il “nazionalismo stretto”e ogni particolarismo antistorico: “Le polemiche di frontiera, balcaniche e meschine, consideriamole per quello che sono, cioè episodi. Le riffe, le picche, l’avversioni cieche, i risentimenti patriottici, sono sintomi d inferiorità e non di forza: e per noi vogliono dire metterci a tu per tu co’ sottoposti. Niente è così stupido, e poco italiano, come l’intolleranza, il disprezzo preconcetto verso gli stranieri, e il volersi chiudere nel suo guscio. Vale ancora e varrà per sempre quel pensiero di Cesare Balbo: “Questo fu fin dal principio, nelle arti, come nelle lettere, il carattere dell’originalità italiana: che ella risultò appunto dall’eccletismo, dallo scegliere e prendere, onde che fosse, ciò che era o pareva bello ad ogni volta, senza impegno, né esclusioni, e quasi senza scuola, senza quelle grettezze di nazionalità che si vorrebbe ora introdurre”. Era distante dai moralisti e dai censori della libertà dei costumi, riconosceva che “il vivere libero, e senza troppa moraletta, specie in cose di donne, fu usanza nostrale prima che forestiera”, e affermava la preminenza gerarchica della spiritualità sul morale, della divinità sull’onestà. Aveva un’idea alta, mistica dell’impegno politico, che portò fino alle estreme conseguenze, chiedendo raccomandazioni ad Alessandro Pavolini e perfino a Benito Mussolini, non per ottenere prebende, ma per andare volontario in guerra e una volta giunto in Nord Africa per essere inviato in prima linea.
Matematico e poeta, giornalista e scrittore, artista armato che rifuggiva la deriva salottiera di certa letteratura, Berto Ricci non potrà mai diventare un santino da sventolare davanti alla propria coscienza ogni qual volta – per motivi di stringente opportunità – si baratta la propria storia per uno strapuntino partitocratico. Lo scrittore toscano non si ritirò in nessuna “turris ebunea”, rifuggì il conformismo di tanti intellettuali di ferrea osservanza mussoliniana e spinse con i suoi scritti per accelerare una svolta sociale delle politiche italiane, non rifiutando mai la dialettica. Del resto aveva questa visione dello spazio pubblico: “Affogare nel ridicolo chi vede nella discussione il diavolo; chi non capisce la funzione dell’eresia; chi confonde unità e uniformità [...] muoversi, saper sbagliare. Sapere interessare il popolo all’intelligenza [...] libertà da conquistare, da guadagnare, da sudare [...] una libertà come valore eterno, incancellabile, fondamentale».
Intatto e cristallino resta la sua testimonianza come “maestro di carattere”: «Viene, dopo le finte battaglie, il giorno in cui c’è da fare sul serio, e si ristabiliscono di colpo le gerarchie naturali: avanti gli ultimi, i dimenticati, i malvisti, i derisi. Essi ebbero la fortuna di non fare carriera, anzi di non volerla fare, di non smarrire le proprie virtù nel frastuono degli elogi mentiti e dei battimano convenzionali. Essi ebbero la fortuna di assaporare amarezze sane, ire sane, conoscere lunghi silenzi, sacrifici ostinati e senza lacrime, solitudini di pietra, amicizie non sottoposte all’utile e non imperniate sull’intrigo».
La prudenza di certa storiografia nei confronti di personaggi maestosi dell’Italia del Ventennio si è spinta spesso a limitarne il valore con aggettivi superflui nei titoli delle opere che ne tracciano le biografie. E’ il caso di “Giuseppe Bottai fascista critico” di Giordano Bruno Guerri, che poi fu rieditato senza l’aggettivo finale. Stessa sorte meriterebbe lo studio di Paolo Buchignani per il Mulino su Berto Ricci e il suo “fascismo impossibile”. Essere con la schiena dritta, tutti d’un pezzo, coerenti con una visione romana e imperiale era certamente possibile nell’Italia di Mussolini. E questa opzione fu la cifra dell’esistenza controcorrente di Berto Ricci. Sulle cui visioni si soffermò così Indro Montanelli, che scrisse su “L’Universale” prima di “disertarne” la bandiera: “Non ha molta importanza che idee dibattemmo. Perché le idee non si dividono soltanto in quelle buone e in quelle cattive, ma anche in quelle in cui si crede e quelle in cui non si crede. Noi, nelle nostre, ci credevamo”.

venerdì 31 gennaio 2014

FIRENZE ANTIFASCISTA IRROMPE ALLO SPETTACOLO DI CRISTICCHI SULLE FOIBE...


da La Nazione

Scandicci (Firenze), 31 gennaio 2014 - «LA STORIA non è una fiction». Contestazione ieri sera al teatro Aurora, prima dello spettacolo di Simone Cristicchi, «Magazzino 18». Uno spettacolo dedicato alle storie degli italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia, con i racconti di uomini e donne estranei in Jugoslavia, affamati e diffidati in Italia. Poco prima che lo spettacolo avesse inizio, sono entrate in sala una quarantina di persone, con il chiaro intento di contestare Cristicchi per la scelta di raccontare la vicenda degli esuli italiani. Hanno issato uno striscione, con lo slogan ‘la storia non è una fiction’.

LA SALA ha reagito, chiedendo ai manifestanti di lasciare il teatro per permettere allo spettacolo di cominciare. La situazione si è fatta tesa, dall’Aurora hanno chiamato il 112; sul posto sono arrivate diverse pattuglie dei carabinieri della compagnia di Scandicci, ma i contestatori se ne erano già andati, senza creare ulteriori problemi.

I CARABINIERI sono rimasti davanti al teatro fino alla fine dello spettacolo, per evitare ulteriori incursioni, che tuttavia non si sono verificate. Dopo l’uscita dalla galleria delle persone che erano arrivate per contestare, lo spettacolo ha potuto cominciare e si è svolto senza ulteriori interruzioni.


CRISTICCHI ha messo in scena una delle pagine più dolorose della storia d’Italia. Al Porto Vecchio di Trieste c’è un “luogo della memoria” particolarmente toccante. Ed è ancor più straziante perché affida questa “memoria” non a un imponente monumento o a una documentazione impressionante, ma a tante piccole testimonianze che appartengono alla quotidianità. Con il trattato di pace del 1947 l’Italia perse vasti territori dell’Istria e della fascia costiera, e quasi 350 mila persone scelsero di lasciare le loro terre natali destinate ad essere jugoslave e proseguire la loro esistenza in Italia. Gli esuli lasciavano le loro proprietà, in attesa di poterne in futuro rientrare in possesso: il Magazzino 18. Ma lo spettacolo ha sollevato notevoli polemiche, soprattutto tra chi sostiene che questa storia sia frutto di revisionismo. Da qui alla decisione di contestare il passo è stato breve.

mercoledì 29 gennaio 2014

Con la privatizzazione di Bankitalia a rischio l’oro italiano...

Un 'interessante intervista al parlamentare europeo Marco Scurria, che racconta le vicende inerenti Bankitalia...

scurria_marco01Fratelli d’Italia sta conducendo una battaglia parlamentare, a Roma e a Strasburgo, contro la cosiddetta privatizzazione della Banca d’Italia che permetterebbe alle grandi banche straniere di impossessarsene. Marco Scurria, eurodeputato di FdI, è uno di quelli che si è battuto in Europarlamento con più vigore su questo argomento. Noi l’abbiamo intervistato.
In questi giorni si sta chiudendo l’approvazione della legge che privatizza la Banca d’Italia. Cosa cambia rispetto allo status quo?
Il Decreto Legge di Letta e Saccomanni va sostanzialmente a modificare l’assetto dei proprietari della Banca Centrale Italiana, oggi in mano ad una serie di cartelli bancari e finanziari tra cui Intesa San Paolo, Unicredit, BNL e Assicurazioni Generali. Il decreto in questione disposto la rivalutazione delle quote di Bankitalia prevedendone la trasformazione in una public company della banca che una volta era degli italiani. Perché con questa operazione ogni tecnico del mercato finanziario globale potrà acquistare le quote di Bankitalia fino a detenere un massimo del 5% delle azioni. Questo significa, ad esempio, che le varie banche d’affari americane, e non solo, potranno spartirsi insieme ad altri operatori la Banca Centrale Italiana. Per chiarire meglio agli italiani quanto accaduto, vorrei ricordare che il Governo Berlusconi approvò nel 2005 una legge che prevedeva esattamente il contrario: la rinazionalizzazione della Banca d’Italia con il passaggio del 100% delle quote dai privati allo Stato Italiano. Quindi, entro i tre anni successivi all’approvazione della legge, cioè entro dicembre 2008, la proprietà di Bankitalia doveva passare dal cartello di Banche e Istituti finanziari allo Stato. La legge approvata dal Parlamento dall’allora centrodestra non è mai piaciuta ai banchieri italiani, tra cui Saccomanni, e di conseguenza non fu mai resa operativa. In questo contesto s’inserisce anche l’operazione di rivalutazione delle quote di Bankitalia. Perché fino al decreto legge di Letta e Saccomanni, il capitale era di appena 156.000 euro, cifra stabilita dalla legge bancaria del 1936. Con il Dl del Governo si è deciso in forza di legge che il valore della BdI sale magicamente a 7 miliardi di Euro, che andranno a gonfiare le tasche dei soliti noti istituti di credito.
C’è il rischio reale che l’oro di Bankitalia vada in mani straniere? Quali risposte da Europa e Governo?
Mentre la Bundesbank si appresta a rimpatriare quasi 700 tonnellate di lingotti d’oro, dagli Usa e dalla Francia, l’Italia rischia di cedere 2.500 tonnellate d’oro, pari a 110 mld di euro a chi comprerà la Banca d’Italia. Dai tempi di Bretton Woods la nostra riserva aurea si è trasformata in un ‘salvadanaio’ di proprietà dello Stato che non dovrebbe far altro che garantire e rappresentare i propri cittadini. Siamo il terzo paese al mondo per consistenza di riserva aurea dopo gli Stati Uniti e la Germania e non possiamo cedere l’ultima garanzia di ricchezza della nostra Nazione alle banche azioniste di Palazzo Koch. Per evitare quest’ulteriore esproprio, Fratelli d’Italia ha chiesto con forza nei giorni scorsi al governo Letta, di difendere l’interesse nazionale, ribadendo che la proprietà della riserva aurea resti nelle mani degli italiani, oltre ad adottare iniziative affinché siano fatte rientrare nel territorio nazionale entro 12 mesi dalla conversione del decreto legge, le riserve auree italiane che si trovano ancora all’estero.
In che gruppo europeo FdI si vorrà collocare dopo le prossime elezioni?
Sicuramente alle prossime elezioni europee presenteremo una nostra lista con i nostri simboli ma per ora continuiamo a lavorare nel gruppo Ppe. Sarà il congresso nazionale che si svolgerà nel mese di marzo a decidere se restare o no nel Partito Popolare europeo. Non ho la presunzione di decidere per gli altri e dunque non posso anticipare nulla. Faremo il primo congresso per le primarie nella storia del centrodestra italiano perché crediamo che debbano essere i nostri militanti e rappresentanti a dover prendere decisioni in merito al futuro di Fdi, in Italia e in Europa.

martedì 28 gennaio 2014

Fronte della Gioventù, una storia a lungo attesa...


di Marco Valle (Destra.it)

lunedì 27 gennaio 2014

A Vienna il “ballo” indigesto all’estrema sinistra. Che scatena la guerriglia...

 
di Bianca Conte (Secolo d'Italia)

Abito scuro per gli uomini. Ampio panneggio di vesti bianche e crinoline per le donne. E elmetto in testa appena usciti dal Palazzo. Sì, perché il ballo dell’estrema destra, organizzato dal partito austriaco Fpoe, ha scatenato questa notte a Vienna una vera e propria guerriglia urbana, con scontri violenti tra polizia e manifestanti e un bilancio di almeno venti persone ferite e molti strascichi polemici.
 
Chi ha assistito alla scena giura che sembrava di vivere in due mondi ed epoche diverse: se da una parte si respirava l’atmosfera dorata della Vienna ottocentesca, tanto da potersi illudere di essere finiti sul set di uno dei film della principessa Sissi (peraltro ultima inquilina imperiale del palazzo di Hofburg in cui si è tenuto l’evento, con il marito Francesco Giuseppe); sul fronte opposto, dall’altro lato della strada, poteva sembrare invece di trovarsi nel mezzo di tafferugli tra forze dell’ordine e manifestanti di un paese comunista dell’Est negli anni Settanta-Ottanta. «Una situazione da Corea del nord», hanno scritto addirittura i giornali locali. Ma la polizia si è difesa parlando di «dimostranti molto aggressivi e radicali che hanno reso particolarmente difficile il loro lavoro».

Il più grande raduno dell’estrema destra è una tradizione nata su iniziativa delle corporazioni studentesche mezzo secolo fa: un rito classico che si rinnova ogni anno nella residenza imperiale di Hofburg, dove tornano a risuonare brani celebri del repertorio straussiano, echi della tradizionale cultura mitteleuropea. Solo che ieri, mentre gli invitati volteggiavano al ritmo di valzer, in strada si scatenava l’inferno tipico di più prosaici scenari di contestazione metropolitana, rigorosamente accompagnati dall’assordante suono delle sirene: vetrine rotte, cassonetti scaraventati in strada, auto distrutte. Circa 6.000 manifestanti al grido di «siamo antifascisti» hanno sfidato i 20.000 poliziotti schierati attorno alla “zona rossa” che includeva quasi tutto il centro storico di Vienna.
 

Gli agenti – a cui i media non hanno risparmiato le proverbiali critiche –si sono ritrovati a rispondere alle provocazioni violente dei manifestanti, ricorrendo anche all’utilizzo di gas lacrimogeni, spray urticanti e manganelli. Del resto, «sembravano come fuochi d’artificio e l’aggressività dei radicali di sinistra faceva paura», ha detto una stessa dimostrante pentita costretta ad abbandonare la manifestazione per l’irruenza dei suoi compagni di dissenso. Un dissenso teorizzato con una semplicistica dichiarazione d’intenti: «Si tratta di fermare il più grande raduno dell’elìte d’estrema destra europea», ha dichiarato Natascha Strobl, portavoce del collettivo “Offensiva contro la destra”. Un’impresa ardua, considerato anche il fatto che il partito di Heinz-Christian Strache, promotore del ballo e quest’anno presente all’evento, rappresenta la terza forza politica in Austria, con il 20,5% dei voti alle legislative 2013.

venerdì 24 gennaio 2014

PER LA SOVRANITA' MONETARIA. BANKITALIA AGLI ITALIANI!

Il Governo ha proposto il decreto Legge denominato “Letta e Saccomanni”. Questo decreto, che i media hanno ignorato, modifica l’assetto dei proprietari della Banca Centrale Italiana, oggi in mano ai maggiori cartelli finanziari del nostro paese. 


Bankitalia diventerà una “public company” e ogni azionista del globo potrà comprarne le quote. Un’operazione che di pubblico non ha niente e che contribuirà a svendere Bankitalia alle forze finanziarie e bancaria straniere. Il valore di Bankitalia, che era di 156.000 euro, passerà a 7 milioni: un regalo ai soliti noti, che si vedono moltiplicare da un giorno all’altro il capitale da vendere al mercato attraverso un voto parlamentare. 


Una creazione di denaro dal nulla, con modalità care al principio del signoraggio bancario, che mette le riserve auree del nostro paese nelle mani di potenziali acquirenti stranieri. L’Italia è il terzo paese al mondo per riserve d’oro: un primato che perderemo presto, assieme alla nostra sovranità.


PER LA NOSTRA SOVRANITA' MONETARIA.
PER IL FUTURO DEI NOSTRI FIGLI.

SABATO 15 MARZO
CORTEO TRICOLORE
ORE 15 PIAZZA SAVONAROLA - FIRENZE

Ospiti nazionali, tanti movimenti, una sola bandiera.

mercoledì 22 gennaio 2014

Roma con il sindaco Marino cancellerà i viaggi del ricordo in Istria e Dalmazia...

10 Febbraio Giorno del Ricordo Foibe
di Martina Bernardini (Barbadillo.it)
Iniziano le strumentalizzazioni politiche da sinistra per delegittimare il ricordo dell’esodo istriano dalmata e la tragedia degli italiani ammazzati a migliaia nelle foibe dai partigiani comunisti slavi. Barbadillo.it oggi vi racconta la piega deprecabile che la celebrazione del “Giorno del Ricordo” sta prendendo a Roma, con la giunta di centrosinistra di Ignazio Marino.

Roma è medaglia d’oro per la Resistenza, ha subìto il fascismo e il nazismo, la deportazione del ghetto. È quella la nostra memoria. Le Foibe, le ricorderanno altre città”. Sono parole dei nostri giorni, pronunciate lo scorso agosto dal vicesindaco di Roma Capitale, Luigi Nieri. A queste parole, si aggiunge la presentazione di un documento, depositato in Commissione Scuole, che prevede il dimezzamento del viaggio ai campi di concentramento nazisti, e la cancellazione di quello in Istria e Dalmazia. La denuncia è partita da Fabrizio Ghera, capogruppo di Fratelli d’Italia in Campidoglio. “Marino ignora che Roma – ha dichiarato Ghera – non solo accolse i profughi istriani, giuliano e dalmati in fuga dal dramma delle foibe , ma che esiste anche una legge dello Stato (n. 92 del 2004, ndr) che dispone l’obbligo per le scuole e le istituzioni di onorare e far conoscere la tragedia italiana degli infoibati per decenni nascosta e mistificata dalla storiografia di sinistra”. A seguito della denuncia di Ghera, la voce si è ben presto diffusa e la levata di scudi è stata immediata.

Il Comitato 10 febbraio ha dichiarato di aver appreso “con sconcerto, ma, purtroppo, con poca sorpresa” la notizia relativa alla “decisione di dimezzare i fondi per i viaggi della Memoria e l’annullamento dei viaggi alla Foiba di Basovizza e in Istria”.

Il viaggio sui luoghi dei principali crimini del ‘900 – aggiunge il Comitato – non è solo un atto di tardiva giustizia e riconoscimento ma anche e soprattutto un insegnamento per le giovani generazioni. Fa specie, in particolare, osservare come il tema del Ricordo dell’Esodo degli italiani dalle terre istriane, fiumane, dalmate e delle Foibe, nonostante una Legge che dovrebbe impegnare le istituzioni a preservare e a promuoverne la conoscenza, sia sottovalutato e addirittura nascosto da figure istituzionali che in maniera miope lo riducono a episodio “di parte” e che dovrebbero invece comprendere l’importanza della memoria per ciascun cittadino. Non vorremmo che dietro questa scelta ci fossero motivazioni ideologiche che speravamo appartenessero al passato”.

Gli fanno eco Matteo Guidoni e Pierpaolo Ceci della Giovane Italia: “Se come sembra – dichiarano in una nota congiunta – in Commissione è stato un documento che dimezza i viaggi organizzati per le scuole ai luoghi della memoria dell’Olocausto e elimina completamente quelli destinati al ricordo dell’eccidio delle Foibe, non esitiamo a dire che questa volta il sindaco Marino ha davvero superato ogni limite, politico, amministrativo e di buon senso”.

Vietare alle scuole di Roma la commemorazione del “Giorno del Ricordo” – proseguono – è un affronto inaccettabile che calpesta una legge dello Stato e offende la memoria storica degli italiani. Inoltre salta subito all’occhio come questa amministrazione non abbia a cuore la formazione dei giovani della nostra Città, e come non abbia alcun interesse ad essere un’amministrazione rispettosa nei confronti di tutti i suoi cittadini ma piegata solo ai propri interessi di parte”.

Prendiamo atto – concludono – che la giunta Marino non ha intenzione di prendere parte al processo di pacificazione nazionale che, anzi, crede di poter calpestare senza nessun ritegno”.

Da parte del Campidoglio è giunta una pseudo-smentita. Alessandra Cattoi, assessore alla Scuola ha affermato che non è intenzione dell’amministrazione capitolina dimezzare i fondi per il viaggio ad Auschwitz per il 2014. Per quanto riguarda le Foibe, ha invece affermato che è in atto un confronto con la Società di Studi Fiumani per riflettere “sulle modalità più opportune per celebrare il Giorno del Ricordo”. Ma la cosa più opportuna da fare, sembra una: ricordare, con rispettoso silenzio.