domenica 3 aprile 2016

FIRENZE: SUCCESSO PER LA MANIFESTAZIONE TRICOLORE PROMOSSA DA CASAGGì IN PIAZZA STROZZI!





Firenze, la destra in piazza Strozzi per la "Manifestazione tricolore".

Dito puntato dagli organizzatori contro le politiche di Renzi, Rossi e Nardella: "la sinistra sta umiliando l'Italia e gli italiani, devono andare a casa prima che sia troppo tardi!" 

Piazza Strozzi piena di tanti giovani, ma numerosi sono anche i meno giovani che siedono sul muretto di Palazzo Strozzi, nessuna bandiera di partito, ma solo bandiere italiane: la "Manifestazione Tricolore" promossa da Casaggì e Fratelli d'Italia, insieme a CasaPound, ha portato in piazza le diverse anime della destra fiorentina che, per un giorno, hanno scelto di rinunciare ai simboli di partito per puntare, tutti insieme, il dito contro le politiche di Renzi, a Rossi e Nardella. 

Il primo a salire sul palco è Marco Scatarzi, organizzatore dell'evento e portavoce di Casaggì: "La manifestazione di oggi ha lo scopo di ribadire la centralità della Nazione, oggi privata di una propria sovranità e di un proprio destino. Il governo Renzi, tra un conflitto di interessi e un favore a qualche lobby, sta affossando le imprese, abbandonando i lavoratori e svendendo gli assi portanti della nostra economia, il tutto mentre si aprono le frontiere e si affronta il problema della denatalità consentendo l'ingresso di migliaia di clandestini. Vergognoso anche l'appoggio al TTIP, un trattato che imprime l'ennesima accelerazione mondialista all'Europa e devasta il nostro prodotto. Renzi che parla di combattere il terrorismo con la cultura è una barzelletta: le sole cose che ha fatto è stata quella di proporre lo Ius Soli ed andare a fare affari con i sauditi, primi finanziatori dell'Isis". 

Giovanni Donzelli, capogruppo di Fratelli d'Italia in consiglio regionale, si scaglia contro il governatore Rossi: "come possiamo accettare di sentire parlare ogni giorno di sanità gratuita per immigrati ed extracomunitari, quando poi ad un cittadino italiano malato, vengono chiesti 10 euro per digitalizzare i risultati delle proprie analisi?". "Rossi - continua Donzelli - almeno è coerente: dopo aver regalato milioni di Euro ai Rom, poi ci si fa i self-service insieme. Ma sono le politiche per l'immigrazione di questo paese ad essere ridicole: noi dobbiamo essere solidali ed accoglienti con chi scappa dalla guerra, ma se quando sei in Italia ti metti a fare il delinquente, perdi lo status di rifugiato e te ne torni a casa tua!". 

Conclude la "Manifestazione Tricolore" Francesco Torselli, capogruppo di Fratelli d'Italia a Palazzo Vecchio che parla di città commissariata e di un sindaco "prono al volere di Renzi e di quei poteri economici e finanziari che hanno permesso la scalata politica dell'attuale premier". "Renzi, Lotti e Carrai usano Palazzo Vecchio come fosse il salotto di casa loro - ha detto Torselli - e il sindaco eletto dai fiorentini gli fa da maggiordomo: questo è il rispetto per il voto dei cittadini che hanno questi personaggi. Arrivano a Firenze, chiamano il sindaco e gli assessori a raccolta e dettano loro la linea politica. Il dramma è che Nardella ed i suoi non fiatano neppure... Prendono appunti e fanno quello che gli viene detto". "Per non parlare dei consiglieri comunali del PD, - ha concluso il capogruppo di Fratelli d'Italia - quelli che hanno chiesto i vostri voti per governare Firenze... Non aprono mai bocca, accettano di tutto, non propongono mai mezza idea e quando lo fanno, come in occasione del Bilancio 2016, lo fanno per chiedere di dare 'case dignitose' ai Rom del Poderaccio. La prossima volta che gli incontrate e che vi chiederanno il voto, mandateli a fare campagna elettorale al Poderaccio!".

martedì 15 marzo 2016

Un intellettuale militante per l’Europa: Drieu La Rochelle...


di Maurizio Rossi
“Con il sudore ed il sangue di tutte le classi. Dobbiamo costruire una patria come non si è mai vista. Compatta come un blocco d’acciaio, come una calamita. Tutta la limatura d’Europa vi si aggregherà per amore o per forza. E allora, davanti al blocco della nostra Europa, l’Asia, l’America e l’Africa diventeranno polvere.”
(Pierre Drieu La Rochelle)
Sono trascorsi settantuno anni dalla virile morte di Pierre Drieu La Rochelle. Il 15 marzo 1945 volle suicidarsi per non essere costretto a dover sopportare la sconfitta e lo stupro di quell’Europa che tanto aveva amato. Assieme a lui doveva morire il sogno europeo di uno scrittore fascista. Perché, Drieu La Rochelle fu uno scrittore fascista, convintamente fascista.
Le sue opere letterarie sono ancora oggi, nonostante tutto, oggetto di attenzione e di critica, spesso però vittime di una critica maldicente, che, pur non potendo non apprezzare lo stile rigoroso e permeante dei suoi romanzi, non gli ha mai perdonato il fatto di essere stato un fascista. Addirittura uno dei peggiori, un collaborazionista che aveva messo a disposizione della Germania di Hitler la propria intelligenza e per di più senza nemmeno pentirsene. Quindi uno scrittore maledetto, condannato alla dannazione eterna.
In conclusione un intellettuale estremamente versatile che poteva permettersi di attraversare campi dissimili fra loro con la medesima competenza, alternando la critica letteraria con una lucida e per taluni anche irrispettosa e provocatoria analisi politica, senza mai scadere nella superficialità o nel pressappochismo.
Un intellettuale militante che a differenza di altri non volle mai nascondersi dietro le parole, preferendo in ogni caso i rischi dell’esposizione fisica, assumendosi le proprie responsabilità in prima persona, sempre fedele alla sua appassionata Visione del Mondo: “La funzione degli intellettuali, o almeno di un certo tipo di intellettuali, è di andare al di là dell’avvenimento, di tentare cammini rischiosi, di percorrere tutte le strade possibili della storia. Niente di grave se si sbagliano. Hanno compiuto una missione necessaria, quella di andare dove non c’è nessuno. In avanti, indietro o di fianco; non ha importanza. Basta che siano usciti dal gregge della massa. Il futuro è fatto con una materia diversa da quella attuale. Il futuro è fatto da ciò che ha visto la maggioranza e anche la minoranza.”
Non possiamo pertanto adesso che decantarne, con ammirazione e invidia, il coraggio, l’indipendenza e lo straordinario acume che lo volsero ad essere non uno scrittore fra i tanti, ma uno dei primi militanti della causa europea, il disincantato disintegratore delle gabbie istituzionali preconfezionate che volevano imprigionare le idee e le passioni negli ipocriti e stagnanti comparti della democrazia parlamentare borghese, l’intellettuale militante e politico che avrà in tempi non sospetti ben chiara la percezione del pericolo che i nuovi imperialismi affacciatisi sulla scena mondiale avrebbero rappresentato per l’Europa: “L’Europa è minacciata dall’imperialismo capitalista dell’America e dall’imperialismo socialisteggiante della Russia. È il campo di battaglia dove i due sistemi si affrontano apertamente.” Per la cui salvezza reclamava una rinnovata volontà unitaria di potenza e la riaffermazione di una presenza e di una cultura identitarie.
Uno scrittore e un intellettuale che, attraverso la mediazione del pensiero di Nietzsche, aveva scoperto nel mito politico e nei programmi del Fascismo, inteso nella sua più vasta accezione, cioè quella europea e con l’aggiunta del suffisso «socialista» - “Attraverso il Fascismo si sta risvegliando invece, sia a Berlino che a Roma, il Socialismo non marxista” - lo strumento per capovolgere quello che sembrava l’inevitabile destino che il corso della storia poneva di fronte.
Quindi, un attento intellettuale sempre pronto a recepire e ad analizzare tutti quei segnali che avrebbero potuto lasciare intravedere una possibilità di rottura del plumbeo scenario politico francese e l’occasione parve verificarsi il 6 febbraio 1934 quando una manifestazione di massa e congiunta dell’estrema sinistra e dell’estrema destra contro il governo sembrò voler spezzare l’ingranaggio del Sistema, infiammando violentemente Place de la Concorde. Certamente l’evento fu estemporaneo e delimitato all’accadimento e ai fatti specifici, ciononostante convinse Drieu che era arrivato il momento di guardarsi attentamente intorno e cercare di dare un senso compiuto alle proprie riflessioni, passare pertanto dall’impegno letterario e giornalistico alla prassi dell’azione, ma occorreva il momento topico e soprattutto il soggetto politico confacente. In ogni caso, era giunto il momento di rompere con gli indugi e gettarsi nella mischia.
L’occasione gli verrà fornita dalla nascita del primo partito politico dichiaratamente fascista del panorama francese, il PPF di Doriot.
Drieu La Rochelle, si calerà entusiasticamente nella veste del propagandista politico percorrendo l’innovativa strada del superamento delle soffocanti categorie riconducibili agli schieramenti oligarchici della borghesia parlamentare, una sfida di nuova impronta che voleva denunciare alle masse dei lavoratori l’inconsistenza della contrapposizione politica e sociale fra Capitalismo e Comunismo, presentando invece in maniera nuda e cruda la crisi della Civiltà europea stretta nella morsa della decadenza spirituale e moralmente corrotta dal degrado del parlamentarismo liberal-democratico, invocando la necessità di una rivoluzione sociale, politica e spirituale che trascendesse le classi e le categorie.
Erano già presenti tutte le condizioni per giungere all’affascinante formulazione del Socialismo fascista: “Destra e Sinistra in profondità sono legate fra loro e non possono separarsi. Entrambe inserite nella realtà nazionale e con una base sociale espressione di tutte le classi, fanno parte del sistema economico-politico della democrazia capitalista.”
Drieu La Rochelle, all’indomani dell’esperienza maturata nelle trincee del primo conflitto mondiale, aveva percepito fortemente la consapevolezza e di conseguenza il profondo sentimento di non potere più essere soltanto un individuo isolato ed estraneo dal contesto che lo circondava, tale percezione lo portò a riconoscersi come naturale appartenente ad una comunità più vasta, quella stessa Comunità di combattenti che si era consumata sui fronti di guerra e che una volta ritornata a casa doveva potersi riconoscere in una Comunità nazionale e popolare nutrita di spirito e di cameratismo. Le sue idee politiche si arricchirono di queste riflessioni, e con esse la convinzione che poteva esserci una strada diversa da quelle prospettate da una massa che dominava con il denaro ed un’altra che era dominata dal denaro.
Si proclamerà alla fine fascista perché non voleva affogare, come spesso affermava, nella melma dell’indecisione, perché voleva denunciare quel conservatorismo che vedeva in eguale misura rappresentato dalle internazionali della Finanza e del Marxismo, in pratica il proclamarsi fascista doveva servire per dare la spallata decisiva a quel bigottismo diffuso nei tanti pregiudizi della Destra e della Sinistra che ingessavano e impedivano il rinnovamento della nazione. Il suo proclamarsi fascista era quindi necessario per potere meglio giungere alla realizzazione del Socialismo, ma il vero Socialismo, quello nazionale depurato dall’invidia e dalla rancorosità classista dei burocrati sul libro paga dell’ambasciata russa e dai ricatti perniciosi di una decadente e sterile borghesia. Ecco il vero incubo della Francia a detta di Drieu, quello che sgorgava dalla naturale unità del popolo con la nazione, una superiore coesione che avrebbe generato una Comunità nazionale e popolare che all’insegna di un ritrovato spirito coagulante avrebbe sconfitto il Capitalismo, per affermare un Socialismo fascista così potente da lanciare il suo messaggio di rivolta a tutta l’Europa.
La convinzione radicata di Drieu si fondava sulla certezza che il Fascismo, come spirito innovativo del tempo, marciasse con determinazione e il più radicalmente possibile verso una esplosiva rivoluzione dei costumi, verso una socialità letta in senso comunitario e incontro a nuove mentalità, muovendo dalla riscoperta dei valori insiti nella spiritualità virile della migliore Tradizione europea, nella dimensione eroica, nella pienezza dell’uomo che riscopriva il valore di una interiorità legata alla natura, nella critica all’eccessivo inurbamento cittadino che impoveriva le radici. Non ci sarebbe stato poi da stupirsi se quanto enunciato lo avesse in seguito visto attuarsi nella Germania nazionalsocialista, tanto da rimanerne affascinato.
In Drieu era ben presente il superamento delle categorie ottocentesche della Destra e della Sinistra e con esse anche le loro subdole lusinghe, e rincarando la dose dichiarava: “attaccare frontalmente o di fianco tutti i pregiudizi, tutte le manie, tutte le più sornione difensive. Vogliamo impedire a chiunque di morire nel solito girotondo.” Per porre quindi fine al meccanismo vigliacco della politica del mercimonio affinché avessero finalmente termine le sofferenze ideali e le angosce degli uomini, che per troppo tempo erano stati imprigionati e fossilizzati in strumentali contrapposizioni che erano servite soltanto a dividere il popolo e a disintegrare la nazione per avvantaggiare i politicanti, gli affaristi e gli speculatori. Si trattava in sostanza di una critica che non indicava altro che la possibilità che gli argomenti principali del discorso politico e culturale della nazione fossero fruibili da tutto il popolo, in modi e metodi accessibili alla comprensione di tutto il popolo, attraverso una riscoperta intensità spirituale che scaturisse dal pensiero e dall’azione, un evento epocale che si sarebbe posto sullo stile e sulla scia di quanto stava verificandosi nelle nazioni europee che avevano intrapreso un percorso rivoluzionario e totalitario volto a garantire l’affermazione di una Comunità organica, autocentrata e autoreferenziata, come sorgente del legame sociale e dell’appartenenza, il consolidamento di un nuovo ordine spirituale.
L’impegno politico sarà pertanto consequenziale e la collaborazione con la Germania uno scelta obbligata e coerente con le premesse, per andare incontro all’istanza europea: “Io andai a Parigi; insieme con altri decisi di superare i limiti del nazionalismo, di sfidare l’opinione pubblica, di costruire una minoranza guardata con diffidenza, con esitazione, con dubbio, per essere maledetta nel momento in cui la fortuna ci ha volto le spalle a Stalingrado e a El Alamein.”
A fronte del crollo militare della Germania e dell’invasione dell’Europa degli eserciti stranieri, Pierre Drieu La Rochelle sceglierà coerentemente la via del suicidio, morirà infatti il 15 marzo 1945. I vincitori non avranno la soddisfazione di tradurre il «criminale fascista» sul banco degli imputati.
Con la morte di Drieu La Rochelle se ne andranno anche i progetti, le speranze e i programmi racchiusi nella sua splendida visione del Socialismo fascista, una battaglia idealistica iniziata molti anni prima. Di lui ci rimarrà per sempre la profondità della sua grande anima, espressa nelle tante sue opere, la virile tensione ideale e l’indomito coraggio che seppe innervare nella sua costruzione politica e soprattutto lo spirito indelebile di quella nuova Europa, quella confederazione rivoluzionaria dei popoli e delle etnie, che così intensamente aveva amato “Siamo in pochi ad amare l’Europa con un amore carnale, con un amore concreto, con un amore patriottico.”

lunedì 29 febbraio 2016

Presentazione della seconda edizione di "Beppe Niccolai, il missino e l'eretico".



SABATO 5 MARZO ORE 16.30 PRESENTIAMO LA SECONDA EDIZIONE DI "BEPPE NICCOLAI, IL MISSINO E L'ERETICO".

SEZIONE "SERGIO RAMELLI", SANTA CROCE SULL'ARNO (PI)-CORSO MAZZINI 36

Giuseppe Niccolai, detto Beppe (1920-1989), volontario nella Seconda Guerra Mondiale e "ospite" non collaboratore nel Fascist's Criminal Camp di Hereford (Texas).
Deputato del Movimento Sociale Italiano per due Legislature, dal 1968 al 1976. La sua relazione alle Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul Fenomeno della Mafia in Sicilia fu lodata da Leonardo Sciascia come "una cosa seria".
Almirantiano di ferro fino al 1984, quando con la mozione "Segnali di Vita" inaugura una differenziazione che lo porta all'opposizione interna.

Personaggio complesso e tormentato. Una vita politica in cui nel lungo percorso missino arriva il rimettersi in gioco, il riposizionarsi; subentra la necessità di un cambiamento che lo porta , giocando all'attacco, all'eresia di aprirsi agli "altri", alla volontà di modernizzare il Partito.

In queste due epoche di una stessa esistenza rimangono fermi ed intatti il rigore morale e l'apertura mentale, la sobrietà, la lotta a tutte le caste, con qualche decennio d'anticipo, l'allergia ai privilegi, la passione per un Popolo e per una Nazione; con il chiodo fisso del ricomporre l'Italia "scissa e martoriata".

Riportiamo un estratto dalla prefazione di Gennaro Malgieri:

(...)Per lui stare dalla "parte sbagliata" non significò mai coltivare rancore, faziosità, spirito di vendetta. Fu ingenuo: immaginava la "sua" Italia simile a quella vagheggiata da Berto Ricci, un'Italia "barbara" dotata di una propria fisionomia culturale, civile, politica, proiettata con il suo destino nel gioco delle grandi nazioni per esercitarvi un ruolo tutt'altro che marginale.
Il nazionalismo di Niccolai, tuttavia, non è dal confondere con il triste sciovinismo tornato di moda. Egli, da intellettuale e da politico, non ha mai indossato i paraocchi, non ha mai assunto l'atteggiamento tipico dei piccoli egoisti con il tic della xenofobia: è stato un uomo aperto, profondamente consapevole di essere italiano, tutt'altro che chiuso al mondo, alle esperienze ed agli interessi che gli derivavano dalle curiosità suscitategli dalla mutevole realtà contemporanea(...)

sabato 27 febbraio 2016

MANIFESTAZIONE TRICOLORE A FIRENZE!


LA CHIAMEREMO SEMPRE PATRIA
MANIFESTAZIONE TRICOLORE A FIRENZE
Sabato 2 aprile ore 17 - Piazza Strozzi

Sabato 2 aprile saremo in piazza Strozzi, nel cuore di Firenze, per parlare della nostra città e della nostra Italia. “La chiameremo sempre Patria”, un evento che vuole manifestare l’amore per la nostra Nazione e la volontà di restituirle un destino. Partiremo dal ricordo dei nostri martiri e dei nostri eroi per ritrovare il filo di Arianna della nostra identità: dai tanti innocenti massacrati nelle foibe per meno dei partigiani comunisti di Tito ai mille giovani che unirono l’Italia, dai ragazzi che ne difesero i confini nel fango delle trincee a chi seppe onorare la parola data fino all’ultimo respiro. 

La nostra Patria è questa: il sacrificio dei migliori, il senso del bello, la difesa del bene comune, la giustizia sociale e lo spirito comunitario. La nostra Patria è sovrana perché difende il i propri confini; perché tutela la propria economia, le proprie aziende, il proprio prodotto, senza subire i diktat della finanza internazionale; perché elegge i propri governanti e pretende che siano all’altezza del compito. La nostra Patria, quella che vogliamo ricostruire, ha uno Stato che ci rende cittadini e non consumatori, che garantisce case, asili, sanità, lavoro e non solo le cartelle di Equitalia, che incentiva le nascite, che crea un quadro legislativo e sociale per le famiglie, che protegge bambini ed anziani e assicura sicurezza, legittima difesa e giustizia, che pensa prima ai propri figli e poi agli stranieri. 

Vorremmo un’Italia che non ti fa venire voglia di mollare tutto e scappare, ma che ti costringe e darle il cuore e l’anima: un Nazione liberata dal peso della burocrazia, dai privilegi delle caste, dal malaffare, dalle fughe dei cervelli e dei capitali, dall’inciviltà, dalla denatalità. Abbiamo un destino perché abbiamo un’origine: siamo i figli di Roma e dell’Imperium, del Diritto e del trionfo dell’arte, della letteratura e della navigazione. Siamo i figli di Firenze, che è diventata grande sotto i segni di Dante e di Michelangelo, di Botticelli e di Giotto, di Vasari, di Machiavelli e di Leonardo: è un patrimonio che non può rassegnarsi a morire di Renzi e di Nardella.

LA CHIAMEREMO SEMPRE PATRIA
MANIFESTAZIONE TRICOLORE A FIRENZE

Sabato 2 aprile ore 17 - Piazza Strozzi

sabato 23 gennaio 2016

VIVI RIBELLE: Spunti identitari per una gioventù nazionale



“Nei momenti felici, la gioventù di una grande Nazione prende gli esempi. Nei momenti difficili, li dà”.

Sabato 30 gennaio, con Ronin Pisa e Gioventù Nazionale, parleremo della nostra realtà militante, mettendo alla luce le nostre idee, i nostri progetti e le nostre prospettive per il futuro di questo territorio e di questa Nazione.

In un’Italia sempre più dilaniata dalla totale assenza di giustizia sociale, dall’invasione clandestina programmata per la distruzione del nostro popolo, crediamo che ora più che mai è il momento di schierarsi e di difendere quello che ci appartiene.

Parleremo di tutto questo e molto altro.

SABATO 30 GENNAIO
ORE 16.30
CORSO MAZZINI 36, SANTA CROCE SULL’ARNO (PI)

domenica 20 dicembre 2015

CASAGGì IN CORTEO: PRIMA GLI ITALIANI!












Il sogno si è avverato: tantissime persone hanno risposto all’appello di Casaggì e Fratelli d’Italia, con Gioventù Nazionale, sfilando per le strade di Firenze al grido di PRIMA GLI ITALIANI.

Una grande mobilitazione identitaria che ha centrato l’obiettivo: rappresentare il dissenso popolare e portarlo nelle strade, per lanciare un forte messaggio al governo Renzi nella città del Premier. Il riscatto dei tantissimi italiani che il buonismo ipocrita ha lasciato indietro: una maggioranza silenziosa e stanca, composta dai tanti lavoratori che mantengono in piedi questo sistema con le proprie tasse e si vedono scavalcati nelle graduatorie per le case popolari da chi è arrivato in Italia pochi mesi prima, dalle tante famiglie indigenti che si sacrificano silenziosamente per sbarcare il lunario, dai pensionati senza più una dignità, dai residenti di quelle periferie che stanno subendo la crisi economica e la violenza di un immigrazione incontrollata che viene pagata soltanto dagli ultimi, mentre la classe politica al governo continua a sistemare gli amici degli amici nella peggiore tradizione del clientelismo italiano.


Un messaggio chiaro al governo del “Boldrini-pensiero”: per una chiusura immediata delle frontiere e l’utilizzo della nostra Marina Militare per il presidio dei confini; contro il business milionario dell’accoglienza, che sta alimentando questo traffico disumano di persone; per una politica estera che intervenga nei paesi di origine con accordi e scelte forti che possano prevenire gli esodi; contro lo Ius Soli e la cittadinanza rapida; per la reintroduzione del reato di immigrazione clandestina e l’attuazione di un piano legislativo che consenta alle forze dell’ordine di intervenire e rimpatriare; contro quella elite politica, capeggiata dal Pd, che incarna uno spirito anti-nazionale incapace di rilanciare il paese, sempre attento alle ingiustizie che avvengono dall’altra parte del mondo, ma incapace di salvaguardare i nostri anziani, i nostri esodati, le nostre partite iva e i nostri cittadini. 

Una manifestazione che non ha mai, neanche per un attimo, prestato il fianco alle banalizzazioni della “guerra tra poveri” che l’estrema sinistra – nella sua contromanifestazione – sperava di affibbiarci: sappiamo perfettamente che il primo nemico è quella globalizzazione che rappresenta la causa dei processi migratori, che relega l’uomo a merce, che destabilizza le Nazioni e sopprime gli spazi di sovranità. Comprendiamo benissimo che il libero mercato ha la necessità di muovere le masse come i capitali, nella speranza di creare manodopera a basso costo ed eserciti di schiavi di riserva che abbassino i tetti salariali e gli standard sindacali dei paesi con uno stato sociale più marcato. E’ anche per questo che occorre ribadire la necessità di chiudere le frontiere e fermare questa invasione: per tutelare i nostri lavoratori, la nostra identità, il nostro futuro; per non illudere nessuno con la speranza di un avvenire che non abbiamo più neanche per noi.

Una marcia, la nostra, che ha ribadito l’assoluta necessità di riconquistare una sovranità, per tornare padroni del nostro destino: la sovranità nazionale e politica ormai subordinata alle potenze straniere, quella monetaria affossata dall’eurocrazia e dal signoraggio, quella popolare svilita da governi tecnici e premier per nomina. Uno degli striscioni firmati da Casaggì recitava: “Nazione, sangue e suolo: vivere sovrani, per non morire schiavi”. Perché questa rivoluzione sovranista deve avere il marchio della nostra identità: quella della Civiltà europea, delle nostre tradizioni, delle nostre cattedrali, delle nostre lingue, della nostra arte, della nostra cucina, della nostra agricoltura, della nostra storia. Solo così si combatte il mostro globale: riscoprendo un sano senso di appartenenza che è il solo argine al pensiero unico e all’omologazione planetaria, il solo antidoto a quella società multietnica senza punti di riferimento, senza radici e senza origini, tenuta insieme soltanto dalla frenesia del consumismo, privata di ogni riferimento di ordine superiore, liquefatta nel mare del nichilismo e delle teledipendenza. Un’identità, la nostra, che vuole rinsavire il senso di Comunità, riscoprire i legami solidali, difendere le Idee e custodire le differenze. 

In piazza sventolavano centinaia di bandiere, firmate da Casaggì, riportanti il simbolo della fiaccola tricolore: un testimone stretto nel pugno, con una fiamma che simboleggia il movimento e la trasmissione dell’eterno. Lo striscione di apertura recitava ciò che riassume al meglio questa magnifica giornata di mobilitazione e passione: “Siamo lo stupendo vivere in un mondo di morti”. L’Italia più bella è questa.

martedì 17 novembre 2015

Parigi, multiculturalismo fallito e i limiti all’immigrazione di massa...


di Stenio Solinas (Barbadillo.it)
Scoprire, come sta avvenendo in queste ore, che gli assassini di Parigi sono in maggioranza francesi è uno di quei cortocircuiti della Storia su cui converrebbe riflettere.
Lasciamo da parte le ovvie considerazioni di politica estera, ovvero uno scenario in cui la politica militare francese fra Mali, Centro-Africa, Afghanistan e Medio Oriente ha trasformato il Paese nel bersaglio numero uno dei jihadisti del mondo islamico, e guardiamo un po’ meglio quello che accade sul fronte interno. Esiste una situazione esplosiva nelle banlieues della capitale, e non solo, che la crisi economica ha aggravato, mentre l’assimilazione da un lato e il multiculturalismo dall’altro si sono dimostrati nel tempo incapaci di dare una risposta. La popolazione che le abita è sempre più giovane, oscilla fra microcriminalità, piccola economia di sussistenza pubblica e l’impossibilità di trovare uno sbocco in una città-mondo che esalta sì le «diversità», ma espelle dal centro, così come dai nuovi-antichi quartieri trasformati dalle mode e dagli stili di vita emergenti, le vecchie classi sociali «bianche» e «beur», ovvero il ceto piccolo borghese e operaio, l’immigrazione di prima generazione, relegando gli uni e l’altra ai margini geografici e sociali.
All’ultimo Festival di Cannes ha fatto molto discutere la Palma d’oro assegnata a Deephan, un film di Jacques Audiard, che narra l’arrivo a Parigi di un ex guerriero tamil, fuggito dagli orrori della guerra civile in Sri Lanka e dai suoi stessi orrori, perché in quel conflitto ha combattuto, devastato, ucciso. Che cosa trova il nostro profugo nella periferia parigina che lo accoglie? L’assenza dello Stato e la presenza di tanti caïd della droga, in lotta fra loro per il controllo dello spaccio. Musulmani di origine, francesi per cittadinanza, teppisti di puro succo indigeno, una miscela esplosiva dove le bande si alleano o si combattono in nome di supposte regole nazionali e/o religiose. Ne verrà fuori una strage, con l’ex tamil che ritrova a un certo punto quell’ebbrezza del sangue e della morte che si illudeva di aver dimenticato. Stando alle autorità transalpine, ci sono oggi circa 1.500 giovani francesi riconducibili alla filiera islamista coinvolti nel conflitto siro-iracheno, l’84 per cento in più rispetto allo scorso anno. Oltre cinquemila sono gli islamisti radicali titolari sul territorio della cosiddetta scheda S, ovvero ritenuti pericolosi per la sicurezza.
L’eredità coloniale fa il resto.È la punta di un iceberg cresciuto nell’odio del vecchio romanzo nazionale francese. Su tutto ciò, da un quarantennio a questa parte, la Francia dei «diritti dell’uomo» ha steso una melassa insopportabile picconando quelli che erano i valori identitari nazionali, colpevolizzando cioè i francesi per il solo fatto di voler essere tali, senza però che mai dalle parole generiche, dalla facile retorica dei buoni sentimenti, dalle lusinghe massmediali un tanto al chilo si agisse poi veramente in profondità, disinnescando i conflitti, ricucendo i tessuti economici e sociali, riaffermando un diritto-dovere nei rapporti fra cittadino e Stato. Una melassa indigesta e indigeribile dove le vecchie parole d’ordine venivano ridicolizzate, ma le nuove restavano appannaggio di una società dello spettacolo divenuta ormai un tutt’uno con la società della politica, un’orgia di «politicamente corretto» dietro al quale, così come per la politica estera francese, non c’era e non c’è né una visione strategica né un progetto, ma solo l’illudersi di essere al passo con i tempi.
Oggi la Francia ufficiale, con sette milioni di musulmani in casa, si trova a dover rispondere a una domanda semplice che essendo però «politicamente scorretta» si è finora rifiutata di porsi: quando è che il fenomeno di immigrazione di massa oltrepassa i livelli fisiologici che gli sono propri? Alcuni studiosi, di destra come di sinistra, parlano già di «sostituzione di popolazione» e sono gli stessi che si chiedono in nome di quale principio una società multietnica debba essere giudicata preferibile a una società monoetnica. Perché, insomma, si debba applaudire all’«elogio del meticciato» e non alla difesa di un’identità etnoculturale che viene invece spacciata come un crimine. Anche perché, se è un crimine, non si capisce bene quale guerra si voglia combattere… (da Il Giornale)