di Sandro Marano (Barbadillo.it)
Al suo apparire nel 1928, come pure nei decenni successivi, L’amante di Lady Chatterley suscitò scandalo, perché, pur essendo un grande romanzo, contiene “alcune delle più accese e struggenti pagine di erotismo della letteratura moderna” (Guido Almansi).
D. H.
Lawrence però non è soltanto il profeta del vitalismo e d’una sessualità
libera, gioiosa, consapevole. E’ anche un critico feroce
dell’industrialismo, che abbrutisce gli uomini, rompe i ritmi naturali,
genera miseria spirituale e materiale e distrugge il paesaggio.
Come ebbe modo di chiarire Pierre Drieu La Rochelle in alcune pagine di grande spessore dedicate allo scrittore inglese: “Lawrence,
osservatore delicato, sensibile alla complessità delle cose, non vede
solo il gesto sessuale. E non lo venera se non come lo schiudersi, come
il segno ultimo di una completa rinascita dell’uomo. Quel che Lawrence
vuole è l’uomo completo… Lawrence vuole che l’uomo ascolti tutte le
proprie voci e ne ricomponga il coro. Anzitutto, vuole che l’uomo tenga
conto del proprio corpo. Vuole che lo tenga in esercizio, in buona
salute, che lo porti a spasso e lo circondi di campagna, sottraendolo
alla città… Poi, Lawrence vuole che l’uomo ascolti il proprio cuore,
sfrutti la propria anima… Lawrence ha un senso acuto delle forze
intermedie tra il corpo e la ragione che sono nell’uomo e questo senso
acuto gli viene giustamente dal fatto di conoscere l’importanza
reciproca dei tre ordini… E’ in questo gioco di cerniera tra la vita
fisica e la vita spirituale che si inserisce il malinteso su Lawrence
maniaco del sesso, su Lawrence apostolo della libertà sessuale.” (in Prefazione a “L’uomo che era morto” di D.H. Lawrence, Gallimard 1933).
Oggi il nostro rinnovato interesse per Lawrence è soprattutto legato all’attualità del suo messaggio ecologico: “Farei
piazza pulita delle macchine, le spazzerei via dalla faccia della
terra, ponendo fine una volta per tutte all’era industriale, come si fa
con un errore madornale” dice Oliver Mellors, il guardiacaccia protagonista insieme a Connie del romanzo.
E Drieu chiosa:
“L’uomo si è perduto nelle astrazioni della scienza e dell’industria…
avendo dedicato troppo del suo tempo e della sua meditazione ai
prolungamenti artificiali della vita, si è a poco a poco, senza
accorgersene, disabituato a vivere. Non sa fare più i gesti elementari
della vita, che sono la vita intera. E se non sa fare più quei gesti,
ben presto le sue scienze, le sue industrie, le sue arti se ne andranno
alla deriva. Già la sua economia gli sfugge. Lawrence ha osservato tutto
questo e sentito tutto questo in maniera tragica.”
Pagine
di grande efficacia narrativa, vibranti d’indignazione contro la
polluzione industriale sono rinvenibili dovunque nel romanzo. Basti
pensare alla celebre descrizione, nel capitolo undicesimo, del viaggio
in auto di Connie attraverso l’orrendo Tevershall, la grande zona
industriale limitrofa alla sua abitazione. Ma già all’inizio del
romanzo, Connie, che da poco è andata ad abitare nella tenuta che
confina con la miniera e col villaggio dei minatori, scopre qual è il
prezzo del progresso: ”poco distante si scorgeva la ciminiera del
pozzo carbonifero di Tevershall, con le sue nubi di vapore e di fumo e,
più lontano, nella bruma umida che avvolgeva la collina, le rozze case
sparpagliate dell’abitato di Tevershall, che cominciava appena oltre i
cancelli del parco e si trascinava in assoluta, disperata bruttezza per
un paio di raccapriccianti, interminabili chilometri… L’altoforno del
pozzo di Tevershall bruciava, bruciava da anni e anni e ci sarebbero
volute migliaia di sterline per spegnerlo. Sicché bisognava lasciarlo
bruciare. E quando il vento soffiava da quella direzione, il che
accadeva spesso, la casa si riempiva del fetore di quella combustione
sulfurea degli escrementi della terra.”
La
domanda fondamentale che Lawrence si pone è la seguente: chi ha
defraudato la gente della vita naturale in cambio di tutto questo orrore
industriale? La sua risposta è: il denaro, vale a dire l’avidità, la
corsa al guadagno, all’accumulazione, a ricchezze sempre maggiori. Nelle
pagine finali del romanzo la professione di fede di Oliver contro il
progresso, contro un mondo dominato dal denaro, è la stessa dello
scrittore: “Se solo si potesse dir loro che vivere e spendere non
sono la stessa cosa! Ma non serve a nulla. Se solo li si educasse a
vivere, anziché a guadagnare e a spendere.. allora non avrebbero bisogno
di denaro. Ed è questo il solo modo per risolvere il problema
industriale: insegnare alla gente a saper vivere e a vivere in bellezza”
.
E Drieu riassume magnificamente: “Quando l’uomo naturale non esiste più, presto si disgrega anche l’uomo sociale”.
Perdere il senso della natura, illudersi che si possa vivere a
prescindere dalla terra significa perdere anche il senso della società,
significa vedere nell’altro uomo solo un consumatore, un affarista, un
competitore, lo specchio opaco dei propri egoismi!
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